Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino

Mentre le petroliere tornano tra molti rischi ad attraversare Hormuz, Pechino ha già trovato una strada alternativa per alimentare le proprie raffinerie. Passa dall’Atlantico meridionale, dai giacimenti offshore brasiliani e da un Paese che domenica 25 ottobre sceglie il suo presidente tra Lula e Flávio Bolsonaro. Il fattore Cina è tutt’altro che trascurabile, visto che la potenza asiatica compra ormai metà del greggio esportato dal Brasile. Una quota quasi sette volte superiore a quella dell’India, secondo acquirente. Bolsonaro Junior promette maggiore vicinanza a Washington. Ma in caso di vittoria troverebbe un’economia ancora più legata alla domanda cinese.

Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino
Bolsonaro jr e Lula (Ansa).

Il ruolo del Brasile nella strategia di diversificazione cinese

I dati parlano chiaro: nei primi nove mesi del 2026 le vendite di petrolio brasiliano a Pechino sono aumentate del 49 per cento, raggiungendo il record di 21,8 miliardi di dollari. I volumi sono cresciuti del 27 per cento, i prezzi del 16,8 per cento. Secondo il Consiglio imprenditoriale Brasile-Cina, il greggio vale ormai il 25,8 per cento delle esportazioni verso la Repubblica Popolare, sei punti in più rispetto a un anno fa. Davanti resta soltanto la soia, al 35,4 per cento. Lo Stato di Rio de Janeiro, da cui parte l’89 per cento del petrolio diretto al mercato cinese, è diventato il primo esportatore brasiliano verso Pechino. L’accelerazione è una conseguenza della crisi di Hormuz. Prima della guerra, dallo Stretto transitava oltre metà del greggio importato da Pechino via mare. Il conflitto lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha compromesso una delle arterie della manifattura cinese e la vicinanza diplomatica a Teheran non ha comunque garantito la continuità delle consegne. Neppure le prospettive di un trattamento privilegiato per i Paesi “amici” possono rassicurare chi deve alimentare ogni giorno le raffinerie, nonostante il flusso sia tornato ad aumentare nelle ultime settimane. La Cina ha bisogno che quel passaggio funzioni senza dipendere dall’esito di ogni crisi regionale.

Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino
L’accoglienza di Lula a Pechino a maggio 2025 (Ansa).

Pechino sta dunque rafforzando la diversificazione delle sue forniture e il Brasile ricopre un ruolo cruciale in questa strategia, che include anche un nuovo aumento delle importazioni dalla Russia e il rafforzamento della cooperazione energetica con il Canada. Il Brasile offre carichi lontani dal Golfo, sostenuti dall’espansione dei giacimenti offshore. A Búzios, Petrobras ha raggiunto a giugno una produzione operata di 1,219 milioni di barili al giorno. Altri tre impianti sono attesi nel 2027. Il risultato è già visibile nelle gerarchie degli approvvigionamenti. Secondo i dati doganali, nei primi nove mesi dell’anno il Brasile ha addirittura superato l’Arabia Saudita come secondo fornitore della Cina, dietro alla Russia: 44,29 milioni di tonnellate contro 43,12 milioni. 

Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino
La piattaforma brasiliana Almirante Tamandare (Ansa).

L’export e la produzione di auto elettriche

Ma allontanarsi da Hormuz costa. Le traversate sono più lunghe e le raffinerie non possono sostituire qualsiasi greggio senza conseguenze sui prodotti ottenuti. Le scorte restano decisive. A settembre, secondo Reuters, le raffinerie hanno lavorato circa 530 mila barili quotidiani in più rispetto alla somma delle importazioni e della produzione interna. Il cuscinetto permette di scegliere quando acquistare e quali prezzi accettare. Nel frattempo, l’avanzata delle auto elettriche riduce la domanda di benzina. La trasformazione industriale cinese attenua anche l’esposizione energetica, pur senza cancellarla. È su questa incertezza che cresce il peso del Brasile. L’interscambio commerciale ha raggiunto i 143 miliardi di dollari nei primi nove mesi, con un avanzo brasiliano di 26,1 miliardi. Pechino assorbe il 29,7 per cento delle esportazioni del Paese, Washington il 9,6 per cento. Nella direzione opposta viaggiano sempre più tecnologie cinesi: gli acquisti brasiliani di auto completamente elettriche sono aumentati del 341 per cento, quelli di ibride plug-in dell’89 per cento. BYD assembla a Camaçari, nello Stato di Bahia. Nel 2025 gli investimenti cinesi hanno raggiunto 6,1 miliardi di dollari, con elettricità e miniere in testa. La relazione attraversa ormai entrambe le direttrici energetiche, quella fossile e quella della transizione.

Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino
Lula con il presidente e fondatore di BYD Wang Chuanfu (Ansa).

I rapporti con Pechino entrano nella campagna elettorale di Lula e Bolsonaro jr

Lula ha provato a dare a questi interessi una proiezione internazionale. L’attuale presidente vede la «comunità di futuro condiviso» concordata con Xi Jinping, il coordinamento nei Brics e gli accordi industriali come strumenti utili ad ampliare l’autonomia di Brasilia. Bolsonaro guarda invece a Washington e critica la riduzione del ricorso al dollaro. Se Lula ha dato al rapporto con Pechino una cornice politica, Bolsonaro ne ha fatto un bersaglio elettorale. Lo scorso aprile, intervistato dal Financial Times, ha accusato Lula di trattare il Brasile come una «colonia cinese». In vista del ballottaggio ha però corretto il tiro e ha assicurato che intende mantenere rapporti anche con la Cina. Una vittoria di Bolsonaro aumenterebbe le incognite per Pechino soprattutto su tecnologie, minerali critici e nuovi investimenti. Ma attenzione al passaggio dalla campagna elettorale alla pratica di governo: già durante la presidenza del padre gli scambi con la Cina erano cresciuti, nonostante le tensioni politiche. 

Il Brasile, il petrolio e la nuova mappa energetica di Pechino
Supporter di Flavio Bolsonaro (Ansa).

Chiunque vincerà il ballottaggio erediterà lo stesso problema

Gli esportatori avrebbero peraltro molto da perdere da una rottura, chiunque arrivi al palazzo presidenziale. La domanda cinese sostiene le esportazioni brasiliane, ma rende Brasilia più esposta alle decisioni di Pechino. Lo mostra la carne bovina: una volta esaurita la quota annuale fissata dalla salvaguardia commerciale cinese, le spedizioni aggiuntive sono colpite da un dazio del 55 per cento, che ne riduce la competitività. La vicinanza politica non mette dunque gli esportatori al riparo dalle misure con cui Pechino protegge il proprio mercato. Sul petrolio, il recupero dei flussi del Golfo potrebbe intanto ridimensionare il vantaggio brasiliano. Se le forniture mediorientali torneranno più convenienti e affidabili, le raffinerie cinesi potranno cambiare ancora direzione e spostare gli acquisti. Lula o Bolsonaro erediteranno lo stesso problema: la Cina ha più alternative, il Brasile un compratore sempre più pesante.