Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano

Venerdì 16 ottobre Brad Cooper, il capo di Centcom, ha acceso la telecamera e ha letto il suo pallottoliere: 25 miliardi di dollari di petrolio iraniano fermati, 350 milioni in criptovalute congelati, 400 navi passate da Hormuz in sette giorni e «segnalazioni» secondo cui Hezbollah, Hamas e le milizie irachene tratterrebbero lo stipendio ai propri uomini per mandare i soldi ai pasdaran, che a loro volta non pagherebbero i loro. Fonti: nessuna. Numeri tondi, come piacciono alla televisione.

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano
Brad Cooper (Ansa).

I numeri Usa che non tornano

Le navi, almeno, si possono contare. Kpler, società belga che segue le petroliere per mestiere e in questa storia non ha bandiera, ne ha viste 157 nella settimana dal 28 settembre al 4 ottobre, e fra 85 e 100 in quella dopo. Lloyd’s List, 117. Le 400 di Cooper valgono fra due volte e mezzo e quattro volte tanto. Resta che un comandante che vince non ha bisogno di gonfiare il traffico davanti a casa sua. Il resto del pallottoliere regge allo stesso modo. I 25 miliardi sarebbero un mancato ricavo calcolato a prezzi di guerra, che dimentica i 4,5-6 miliardi incassati da Teheran nella finestra di tregua estiva. I 350 milioni in cripto cambiano a seconda di chi parla: Tether ne ha congelati 475 in due riprese, il segretario al Tesoro Scott Bessent ne vantava «un miliardo» a maggio e un secondo miliardo il 9 ottobre, mai identificati in un portafoglio. Sulle paghe dei Pasdaran nessuna fonte, di nessuna lingua, conferma; l’unico bonifico documentato del mese va nella direzione opposta: 200 milioni di dollari da Teheran a Hezbollah, secondo Reuters. L’Iran alla fame paga ancora gli alleati. La propaganda va letta per quello che copre. Il blocco funziona sul petrolio iraniano, che da settembre non esce più via mare, secondo Kpler, che tiene il conto dal 2013, un mese a zero non si era mai visto. Ma il 29 luglio un ufficiale dell’intelligence di Centcom ha scritto a decine di analisti chiedendo «modi nuovi, creativi e non convenzionali per fare pressione sull’Iran e punirlo». Due giorni dopo, Donald Trump prometteva di colpire duro, il giorno dopo ancora sospendeva tutto, e il 3 agosto la CNN pubblicava l’email; Centcom la rivendicava come «lunga storia di pensiero innovativo».

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Donald Trump, J. D. Vance e Marco Rubio (foto Ansa).

Il corridoio pare reggere solo con le fregate

Il comando più potente del mondo ha aperto la cassetta dei suggerimenti. Dietro c’è l’inventario del CSIS (Center for Strategic and International Studies): consumati il 65 per cento dei Patriot, oltre l’80 per cento dei THAAD, un terzo degli SM-6; scorte in Europa «oltre il livello critico», secondo l’Associated Press; riserva strategica al minimo dal 1982; un terzo della flotta ferma nel Golfo a 32,5 milioni di dollari al giorno, stima Bloomberg ripubblicata volentieri a Teheran. I raid si sono fermati ad agosto perché, parola di Cooper, senza un’escalation non c’erano più bersagli. Dall’altra parte dello stretto qualcuno ha studiato. Dal 28 settembre l’Iran ha colpito almeno 13 petroliere, il massimo da sette mesi. Il 17 ottobre ha dichiarato chiuso Hormuz, il giorno dopo che Cooper lo aveva dichiarato aperto: due comunicati per uno stretto solo. Il 5 settembre due missili balistici antinave Qasem Basir erano partiti verso la portaerei George Washington; l’hanno mancata, ma il bersaglio è stato scelto. Noleggiare una superpetroliera costa 1,3 milioni di dollari al giorno, assicurarla il 10 per cento dello scafo a transito. Le 400 navi dell’ammiraglio, se esistessero, viaggerebbero tutte sotto scorta americana e senza pagare un dollaro a Teheran: il numero dimostra soltanto che il corridoio regge con le fregate.

Il mancato aiuto di Trump a MBS

A Sud il quadro si completa. In Yemen Ansar Allah ha accerchiato Taiz, dove secondo il World Food Programme la farina è finita, e tiene la costa fino a Bab al-Mandeb. L’Arabia Saudita, colpita all’aeroporto di Riad con 12 morti, ha chiesto aiuto a Washington, al Cairo, a Islamabad e ad Ankara. Ha ottenuto intelligence, aerocisterne e la promessa di difendere il regno. Soldati in Yemen: zero. Mohammed bin Salman ha chiesto a Trump raid su Sanaa e si è sentito dire di no. Un alleato che non ottiene nulla si arrangia, e Riad si sta arrangiando con Teheran.

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Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

Le scadenze elettorali in Israele e in Usa

Poi c’è il calendario, ed è la parte seria. Il 27 ottobre vota Israele, con il blocco di Netanyahu a 49 seggi sui 61 necessari negli ultimi sondaggi e Lapid che dichiara in pubblico di non fidarsi che il premier rinunci a un attacco capace di rovesciare le urne. Il 3 novembre votano gli americani, e i mercati delle scommesse danno ai democratici la Camera al 90 per cento e il Senato al 60 per cento. Un presidente battuto conserva il comando delle forze armate fino al 3 gennaio e perde il resto: fondi, inchieste, impeachment dei ministri. Benjamin Netanyahu ha chiesto raid prima del voto, Trump li ha rinviati a dopo le midterm promettendo di «finire il lavoro»; una terza portaerei arriva nel Golfo a fine novembre e Keith Kellogg – generale in pensione ed ex capo di gabinetto del Consiglio per la sicurezza nazionale – ha detto in televisione «tenetevi forte dopo le elezioni». A Teheran gli ultimi pagamenti cinesi per il petrolio già consegnato finiscono a metà dicembre, e il regime lo sa: per questo tratta via Qatar e Oman, tiene sul tavolo una riapertura dello stretto in sette giorni e nel frattempo spara alle petroliere. Due governi che combattono per la sopravvivenza dei loro capi e un regime che combatte per la propria si danno appuntamento nelle stesse otto settimane.

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Benjamin Netanyahu (Ansa).

L’Italia si prepara a pagare il conto

Il mercato il conto lo ha già fatto. Brent fra 102 e 108 dollari, fisico a 126. Il picco di aprile a 138 fu attutito dalle riserve strategiche americane, oggi a 283,8 milioni di barili, a un passo dal limite di legge (legge Usa sulle riserve strategiche). Un secondo round di raid, con la risposta iraniana sugli impianti del Golfo, porta le banche d’affari a indicare 150 dollari e Wood Mackenzie, società di consulenza riferimento mondiali per i dati su petrolio, gas, rinnovabili e minerari, a 200. Il gas va peggio, perché il metano liquefatto non ha rotte alternative: il Qatar vale il 20 per cento del GNL mondiale e Ras Laffan è già danneggiata per il 17 per cento della capacità, con anni di riparazioni. L’Italia prende da Doha oltre il 40 per cento del suo GNL, Edison è in forza maggiore fino a dicembre, paghiamo l’elettricità più cara d’Europa e il gas ne fissa il prezzo nell’89 per cento delle ore. Gli scaffali vuoti nel Foggiano vengono dalla raffineria di Taranto bloccata e dai camionisti fermi per il gasolio a 2,40 euro: la prova generale di un inverno a 150 euro al megawattora.
Noi europei, intanto, prepariamo due cacciamine, una nave scorta e una logistica in partenza da La Spezia, quattro settimane di navigazione, voto parlamentare nei giorni delle midterm. È la risposta alla domanda che circola nei corridoi atlantici, «e voi che fareste, visto che non avete niente». La risposta vera è che pagheremo comunque, in navi o in bollette, e il conto lo scrivono a Washington, a Tel Aviv e a Teheran. L’ammiraglio Cooper racconta un Iran alla fame perché il suo blocco ha finito gli argomenti prima dei missili. Quattrocento navi, dice. I contatori indipendenti ne hanno viste 157.