Sei mesi ma è come se fosse stata una vita. Un pezzo del suo percorso professionale che ha lasciato in eredità tanto amaro in bocca per ciò che poteva essere e non è stato. All’epoca furono tante le critiche di ambiente, stampa e tifoseria. Oggi, a mente fredda, gli si può invece riconoscere che quella Salernitana, senza situazioni anomale, avrebbe mantenuto la categoria avviando probabilmente un ciclo diverso. Del resto nessuno ha ancora digerito quanto accaduto in Sassuolo-Frosinone, lo scriteriato rinvio del match col Cittadella, l’arbitraggio di Doveri e quell’epilogo playout che costituisce una delle pagine più brutte della storia del calcio italiano. A distanza di tempo l’ex direttore sportivo granata Marco Valentini apre l’album dei ricordi, ripercorre quelle giornate così convulse e svela qualche retroscena relativo a un gruppo spaccato fino a gennaio e che poi ha chiuso nel peggiore dei modi. Ecco le sue dichiarazioni:
Partiamo dall’attualità: si aspettava una società in difficoltà anche in serie C dopo la doppia retrocessione?
“Faccio una premessa: mi sono lasciato molto bene con il proprietario. Ricordo la chiacchierata telefonica con Iervolino all’indomani della sconfitta interna con la Sampdoria nei playout: mi comunicò la volontà di ripartire da zero e di mettere una pietra su quel passato recente che tanto lo aveva amareggiato. Quanto all’attualità, dico che il problema sta a monte. La storia dice che, negli ultimi 16 anni, solo due squadre (Perugia e Cittadella, ndr) hanno conquistato la B subito dopo il salto all’indietro. Tenendo conto di questa statistica sarebbe stato preferibile avviare un progetto biennale basato in prima istanza su giovani di prospettiva e di categoria affiancati da 3-4 acquisti top. Una sorta di campionato d’assestamento utile a porre le basi per stravincere 12 mesi più tardi. Invece la Salernitana ha tentato da subito la scalata ritrovandosi a perdere i playoff e a rivoluzionare ancora una volta l’organico in estate. Io avrei agito in modo del tutto diverso”.
Effettivamente il rinnovo a Faggiano nonostante i 70 calciatori presi e poi ceduti in tre sessioni di mercato è un controsenso a tutti gli effetti..
“Lo conosco, il suo modo di fare è differente dal mio. Secondo me una rosa vince se si crea un’ossatura, quello zoccolo duro nel quale la gente si identifica e che sente la maglia. Se si cambia ogni sei mesi diventa tutto più complicato anche per gli allenatori. Un anno fa aveva anche l’obbligo di cedere per liberarsi di ingaggi pesanti. L’estate scorsa, invece, ci sono stati numerosi cambiamenti e il progetto è ripartito da zero, al momento con una discontinuità di risultati che ha allontanato la Salernitana dalle zone alte”.
Col Bari è già decisiva? Il rischio è di ritrovarsi a -10 dalla vetta…
“Sarà importante, non determinante. Il campionato è lungo e in avvio di stagione può accadere di tutto, basti pensare che il Sorrento è stato in vetta e che ora il Potenza è allo stesso livello del Bari. Non c’è il Benevento di turno che può stracciare la C, è un girone molto equilibrato nel quale riesci da emergere se hai continuità di prestazioni e risultati. Al momento sono cose che sono mancate alla Salernitana, ma vincere domenica riaprirebbe i giochi”.
Cosmi si gioca la panchina?
“Il Danilo Iervolino che ho conosciuto io forse avrebbe già agito in questa direzione. Oggi probabilmente è un presidente meno impulsivo e ha deciso di riconfermare l’allenatore. C’è ancora tempo per riprendersi, ma bisogna iniziare a vincere sin da domenica”.
Veniamo alla sua esperienza. Come la definirebbe?
“Breve, ma intensa. Sono stato lì sei mesi, ma è come se fossero passati 5 anni. In quel momento c’era grande tensione nell’ambiente, non sono mancate critiche pesanti ma le accettavo perché mi rendevo conto che Salerno era reduce da un periodo sportivamente parlando difficilissimo e che in fondo non avevo neanche avuto modo di farmi conoscere sotto il profilo umano. Dedicato 20 ore su 24 alla Salernitana, volevamo a tutti costi mantenere la categoria e avviare un progetto virtuoso per ripagare i tifosi del loro affetto. Oggi posso dire che qualcuno ha positivamente rivalutato il mio operato e che con la società è rimasto un rapporto di rispetto reciproco che mi rende felice. Con quella macchia, però, rappresentata dalla serie C. Una cicatrice che sanguina ancora”.
Doveri-Gravina: quante volte li ha sognati di notte?
“Quei due personaggi sono stati la punta dell’iceberg. Tutto nasce nel giorno della morte del Papa, quando stravolsero i regolamenti decidendo che Cittadella-Salernitana e l’intero turno di campionato dovessero slittare a metà maggio. Sicuramente Sassuolo-Frosinone avrebbe avuto un esito diverso se i neroverdi avessero affrontato i gialloblu ad aprile e con un primo posto da difendere. Ma di cose strane ne sono accadute tantissime: 40 giorni di stop, il rigore netto non fischiato su Soriano, il 2-0 della Samp a Marassi nato da una punizione inesistente. Confermo quanto dissi: alcuni calciatori non avrebbero voluto scendere in campo nel secondo tempo all’Arechi. Mi guardavano e dicevano “Ma che giochiamo a fare?”, rassegnati per alcune decisioni che gridavano vendetta. Quella Salernitana, in condizioni di normalità, si sarebbe salvata senza disputare i playout e sarebbe stata un’impresa quasi paragonabile a quella del 7% targata Sabatini-Nicola. Ricordo che ereditammo una squadra ultima in classifica, con un gruppo tutt’altro che unito, gente in grossa difficoltà e una tifoseria che si era allontanata dagli spalti. Chiudemmo la regular season con un Arechi da 20mila, 5 vittorie in 7 gare e con la voglia matta di affrontare nello spareggio un Frosinone in involuzione. Non ci fu permesso”.
La società probabilmente non seppe tutelare la Salernitana rispetto a una palese e grave ingiustizia…
“So che Milan tempo dopo parlò di riappacificazione con Gravina. Non entro nel merito delle dichiarazioni degli altri. Io, personalmente, sette giorni dopo ero a Sportitalia e non fui tenerissimo con nessuno. Sassuolo-Frosinone, il rigore netto che non ci hanno fischiato, i giocatori intossicati nel viaggio di ritorno da Genova e che al campo di allenamento non si reggevano in piedi. Nemmeno indicazioni mediche spinsero le autorità a prendere in considerazione un rinvio del match di ritorno. Uno scenario paradossale, nel quale cercammo inutilmente di tenere alta la concentrazione dello spogliatoio. Ma ho visto cose che non mi sono piaciute”.
Effettivamente quel gruppo fu tutt’altro che combattivo in quel doppio confronto e gente come Verde, Soriano, Adelaide e tanti altri sembrava un corpo estraneo alla squadra…
“Parliamo di calciatori che ho trovato e che non ho portato io. A gennaio eravamo ultimi, con molti giocatori in difficoltà e un lungo periodo senza vittorie. Progressivamente avevamo risollevato quella Salernitana: Ferrari stava andando alla grande, Amatucci dominava a centrocampo, ho avuto il piacere di riscoprire un Simy impeccabile per comportamenti e partecipazione. Raramente ho conosciuto in carriera professionisti così seri. Il discorso non cambia: il playout doveva essere tra Salernitana e Frosinone. Noi saremmo arrivati alla prima gara con 30mila spettatori e uno score di 5 vittorie su sette. Loro, nei due mesi precedenti, erano calati molto. Non ce lo hanno concesso e hanno stroncato in parte anche le nostre carriere. Con la salvezza io e Marino saremmo rimasti e avremmo avuto tre mesi per costruire una rosa competitiva in un contesto ambientale carico d’entusiasmo”.
Togliamoci qualche sassolino: a lei hanno attribuito l’arrivo di Guasone e l’esonero tardivo di Breda…
“Guasone non l’ho portato io: era un’operazione già conclusa, firmata da altri, che avallai perché in quel momento non avevo tempo per contrastare decisioni prese precedentemente. Quanto al mister devo dire che era partito anche bene, poi ha avuto delle difficoltà e i risultati imposero una decisione sofferta quanto necessaria. Io ho sempre difeso le persone che lavorano con me nei momenti più complessi, fa parte del mio carattere e non ho mai scaricato nessuno pubblicamente. In fondo se Cerri segna il rigore a Cesena cambia totalmente la storia del campionato. Per me resta un buon allenatore per la categoria, affettivamente assai legato a Salerno”.
Forse però sul mercato non fu fatto quanto necessario per alzare l’asticella…
“Ricordatevi i calciatori che ho trovato quando sono arrivato e valutiamo quanto accadde dopo. Ritenni opportuno prendere un portiere e credo che Christensen fece bene. Lochoshvili in difesa fu una certezza, Corazza un esterno interessante e Cerri era partito benissimo. Il suo calo non era preventivabile. E sarebbe bastato avere anche solo la metà del Raimondo che abbiamo ammirato negli anni successivi per aggiungere punti alla classifica. A centrocampo scommettemmo su Caligara che, dopo il partitone di Cittadella, si infortunò ed ebbe problemi nei playout. Molti di quelli che non ho portato io hanno smesso a luglio o si sono perse le tracce. A mente fredda tutte queste valutazioni sono state fatte anche dai tifosi granata. 5 vittorie nelle ultime sette gare, buon gioco e gruppo che aveva ritrovato affiatamento: c’erano i presupposti per battere il Frosinone nel doppio confronto”.
Va detto che molti giocatori non onorarono la maglia nel doppio spareggio con la Sampdoria…
“Vidi cose che non mi sono piaciute in quei 40 giorni. Dal punto di vista tecnico-tattico sbagliammo la gara d’andata, pur con il 2-0 che grida vendetta per motivi arbitrali. In tanti faticarono a ritrovare la concentrazione, ci spezzarono quell’onda positiva rivitalizzando una Sampdoria retrocessa e ripresa per i capelli. Non sarebbe stato facile per nessuno. Fischiateci quel rigore in casa sotto la curva e poi vediamo cosa succede nella ripresa. E non dimentico i 15 tesserati in ospedale per intossicazione alimentare, scene degne del film “L’aereo più pazzo del mondo”. Ci ritrovammo sul campo, non si reggevano in piedi e qualcuno non fu in grado di scendere in campo. In quel caso, dopo mille rinvii, non ci fu l’ok per lo slittamento. Eppure c’erano indicazioni mediche chiare”.
C’era qualche giocatore che aveva preso e che poi non è arrivato?
“Si parlò molto del centravanti Henry, ma aveva gravi problemi familiari e mi disse che non avrebbe avuto senso venire a Salerno con la mente occupata da altri pensieri. Fu onesto. Avevo chiuso per Saric che, però, a 10 metri dal traguardo preferì il Cesena. E poi Sibilli. C’era l’ok del Bari allo scambio con Maggiore, alla fine lui è andato via ma l’esterno non è mai arrivato a Salerno”.
Vendo-non vendo è tormentone ricorrente a Salerno. Lei che idea ha di Iervolino?
“Anche nel mio percorso in granata ricordo si dibattesse molto su questo tema, giravano tante voci attorno alla società. Personalmente ho sempre percepito la voglia di riscatto da parte del proprietario, un presidente che certo non vuole fare brutta figura e che, a mio avviso, tiene ancora molto alle sorti della Salernitana. Sicuramente ci sono stati errori e momenti difficili, ma nel suo intimo sono sicuri sia ancora legato alle sorti dei granata e che ci penserà cento volte prima di fare un passo indietro”.
Del resto con una tifoseria così è difficile non innamorarsi…
“In tanti mi avevano parlato delle potenzialità della piazza, ma se non la vivi non puoi capirlo. Entri all’Arechi e sembra di vedere la curva del Boca Juniors. Chiudemmo la stagione con una media di 20mila spettatori a partita pur con una posizione di classifica deficitaria, un segnale d’amore che va colto da chi attualmente rappresenta la Salernitana. Per presidenti, dirigenti, allenatori e calciatori deve essere un privilegio e una fortuna giocare per quella maglia”.
E’ passato un anno e mezzo, ma dal suo tono si percepisce un rimpianto enorme…
“Viaggiammo a una media di 1,3 punti a partita. La proiezione matematica dice che in 38 gare avremmo fatto 52 punti. In un campionato regolare la Salernitana si sarebbe salvata direttamente. A mente fredda e ragionando per 48 ore senza farsi travolgere dal caso Sampdoria sono convinto che Iervolino avrebbe concesso un’altra chance a me e Marino. Quella retrocessione non ha permesso a due professionisti come noi di dimostrare il nostro valore in condizioni di normalità. Resta comunque un buon rapporto con la società e la stima per una piazza alla quale auguro il meglio. Il mio futuro? Prima mi pesava esser chiamato solo in situazioni delicati, oggi invece ho capito che il ruolo da “pompiere” è adatto per riportare serenità. Resto in attesa e intanto vi seguo con affetto augurandovi un futuro importante”.
Gaetano Ferraiuolo
L'articolo Valentini: Faggiano ha sbagliato a rivoluzionare la squadra proviene da Le Cronache.
