Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”

Storica vittoria dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland in Germania. Nel piccolo land della Sassonia-Anhalt, dove vive il 3 per cento della popolazione tedesca, AfD ha trionfato alle elezioni regionali col 44,5 per cento dei voti: consensi raddoppiati in cinque anni, peraltro in una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza attorno all’80 per cento. Crollo della Cdu: i cristiano-democratici sono precipitati al 18 per cento, la metà delle preferenze dell’ultima volta. L’AfD non è riuscita a conquistare la maggioranza assoluta: ha infatti ottenuto 41 scranni su 83. Ne manca uno per governare la Sassonia-Anhalt e quindi per avere come presidente il leader regionale Ulrich Siegmund: la Bündnis Sahra Wagenknecht ha aperto a una possibile collaborazione con l’ultradestra: «Decideremo sempre in base alla sostanza», ha dichiarato Claudia Wittig, che era la candidata di punta del partito, fondato tre anni fa da alcuni dissidenti di Die Linke.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
Manifesto elettorale di Ulrich Siegmund (Ansa).

Chi è Ulrich Siegmund

Siegmund, che recentemente lo Spiegel ha definito “l’uomo più pericoloso della Germania”, è nato il 25 ottobre 1990 a Havelberg, pochi giorni dopo la riunificazione tedesca. Ed è cresciuto a Tangermünde, altro piccolo centro della Sassonia-Anhalt, dove vive tuttora con moglie e figlia. Ha studiato economia aziendale e psicologia economica e, prima di dedicarsi alla politica, ha lavorato nel settore commerciale: aveva infatti fondato un’azienda di deodoranti per ambienti. Il suo percorso politico è iniziato nella Cdu, poi il passaggio nel 2014 all’AfD, con cui due anni dopo è stato eletto al parlamento della Sassonia-Anhalt, dove dal 2022 è copresidente del gruppo del partito. Seguitissimo su Tik Tok (dove ha 660 mila follower) e Instagram, amante delle motociclette, nell’ufficio ha appeso un ritratto di Otto von Bismarck ed è considerato uno dei leader più radicali di AfD: nel 2023 partecipò alla riunione segreta che si tenne nel 2023 nei pressi a Berlino, durante la quale attivisti dell’estrema destra discussero un piano di remigrazione per espellere dalla Germania milioni di persone di origine straniera. Prima delle elezioni regionali era stato scelto come candidato presidente del land col 97 per cento dei voti.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
L’arrivo in moto di Ulrich Siegmund al seggio elettorale (Ansa).

Tim, Labriola e i manager aderiscono all’opas di Poste

Tim ha comunicato che l’amministratore delegato Pietro Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche del Gruppo hanno portato in adesione le azioni detenute all’opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria volontaria promossa da Poste italiane. L’offerta è di 1,67 euro cash e 0,218 azioni del gruppo postale di nuova emissione per ogni azione Tim consegnata. Il corrispettivo è stato ritenuto congruo dal punto di vista finanziario dal cda del Gruppo, che ne ha valutato positivamente il razionale e le prospettive industriali. L’adesione del top management si è chiusa nella scorsa settimana e i dettagli relativi alle singole operazioni saranno resi pubblici attraverso le comunicazioni di internal dealing, si legge in una nota. Salvo proroga con una finestra di riapertura dal 20 al 25 settembre, la chiusura dell’opas è fissata per l’11 settembre e venerdì 4 settembre le adesioni erano il 5,4 per cento. Percentuale che ha fatto salire la quota di Poste intorno al 25 per cento, ancora lontano dall’obiettivo minimo del 66,67 per cento.

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps

Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni (Ansa).

La difesa bipartisan della senesità del Monte

Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Le rassicurazioni di Cimbri

Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).

Freni cambia le geometrie della Lega

Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e  promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina

Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ombra francese e la partita per Generali

Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie

È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare. 

Cinema: Fantascienza cinema e tv in arrivo in settembre, torna Avengers: Endgame

Fantascienza cinema e tv in arrivo in settembre, torna Avengers: Endgame

Un settembre ancora più piatto di agosto: le cose più interessanti sono l'ennesimo reboot di Resident Evil e la riedizione di Avengers: Endgame

Un settembre moscissimo, in attesa della stagione inverarnale che porterà diversi titoli di grande rilievo. La novità maggiore è un film d'animazione Dreamworks, L’isola dimenticata. Poi c'è il nuovo reboot di Resident Evil e la nuova edizione di Avengers: Endgame. The Mandalorian And Grogu 3 settembre, film, Disney+. Reduce dallo scarso successo in sala, record negativo di incassi per un film di Star Wars, il “puntatone” di Mandalorian è arrivato in streaming su Disney+. Guarda il video: The Mandalorian and Grogu |... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - SERIE TV - Cinema - 7 settembre 2026 - articolo di S*

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima

Prima, la buona notizia: dopo avere ormai perso il conto delle ondate di calore susseguitesi nell’estate 2026, i negazionisti del cambiamento climatico stanno cominciando finalmente a rivedere le loro posizioni – parliamo dei negazionisti classici alla Claudio Borghi, quelli che chiedono il Var per ogni rilevazione barometrica e sostengono che faceva caldissimo anche nell’antica Roma, come dimostrano tutti quegli schiavi con i ventagli nel film peplum. E ora, le due cattive notizie: la prima è che molti ex santommaso del clima, dopo aver accettato a malincuore l’evidenza, proprio non riescono a fare il passettino successivo, e cioè a riconoscere che con il surriscaldamento globale che quest’estate ha trasformato l’Europa in una friggitrice ad aria c’entriamo anche noi e le nostre abitudini energivore ed eco-insostenibili.

Tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda

La seconda è che pur di non alleggerire di un grammo la nostra pachidermica impronta di carbonio, parecchi, da negazionisti, stanno convertendosi al termo-ottimismo alla Ignazio La Russa, e ci invitano ad abbracciare con entusiasmo la prospettiva di un’Italia Repubblica delle banane non solo in senso politico, ma anche climatico, dove, negli intervalli tra un tifone e l’altro, tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda di frutta tropicale a chilometro zero.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Nel fotomontaggio, Ignazio La Russa e Carmen Miranda.

Forse qualcuno quando sente “fossile” pensa alle impronte di dinosauro

Perché tanta riluttanza a collegare qualche neurone in più e ad ammettere che per mitigare gli effetti del cambiamento climatico bisogna puntare con più decisione sull’energia green, invece di sostenere la domanda di combustibili fossili con sconti e bonus a singhiozzo? Forse è colpa dell’espressione “combustibili fossili”, che nella sua equivocità può risultare fuorviante. Il pubblico meno addentro alle questioni energetiche (cioè praticamente tutti i politici di destra) quando sente la parola “fossile”, di primo acchito non pensa al gas, al petrolio o al carbone, ma agli ammoniti, alle impronte di dinosauro o agli scheletri di mammut, tutte cose che si trovano nei musei di paleontologia, non nei distributori lungo le strade.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Un momento della manifestazione Climate Pride a Roma per chiedere lo stop ai combustibili fossili (foto Ansa).

Del resto, a chi mai verrebbe in mente di fare il pieno con le zanne di smilodonte? Nemmeno al ministro Gilberto Pichetto Fratin, probabilmente. Si capisce come l’insistenza sulla necessità di «abbandonare il fossile» cada nel vuoto, eccezion fatta per le frange teo-con lefebvriane, che ben prima della sinistra ecologista diffidavano dei fossili in quanto mettono in dubbio il racconto biblico della creazione del mondo in sette giorni.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Gilberto Pichetto Fratin (foto Imagoeconomica).

Non saranno le continue ondate di caldo, né le cifre dei morti riconducibili alle temperature fuori controllo, né gli eventi meteorologici estremi e ravvicinati a far prendere sul serio la crisi climatica a gente persuasa che il disastro in Nepal sia stato deliberatamente provocato dai cinesi puntando un miliardo di phon contro i ghiacciai dell’Himalaya.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Una donna guarda gli effetti del disastro in Nepal (foto Ansa).

L’unica ossessione delle destre: l’immigrazione

Il clima rientrerà nell’agenda politica delle destre solo quando riusciranno a ricondurle alla loro unica ossessione: l’immigrazione. Non come effetto (siccità e inondazioni costringono davvero migliaia di persone a lasciare le loro terre), ma, al contrario, come causa: i responsabili dell’aumento abnorme e rapido delle temperature in Europa non sarebbero le emissioni di anidride carbonica, ma i migranti dall’Africa e dal subcontinente indiano. Non contenti di snaturarci con l’islam, il couscous e il cricket, ci avrebbero sbolognato il caldo dalle loro regioni natie, per anticipare la sostituzione etnica voluta da George Soros (sempre lui), con una sostituzione climatica che ci renderà tutti più scuri, infiacchiti e in ciabatte anche a Natale.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
George Soros (foto Ansa).

Detto così sembra uno scherzo, ma attenzione: il periodo pre-elettorale, come il sonno della ragione, genera mostri. E non è difficile immaginare un post in cui il leghista Borghi evidenzia il nesso fra l’avvento degli stranieri e la sparizione delle mezze stagioni, o Matteo Salvini che accusa gli immigrati pakistani di avere importato le piogge monsoniche in pianura Padana.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?

Il problema di ogni invenzione è che, una volta passato il brivido della novità, occorre trovarle un‘applicazione. In parole povere, deve servire a qualcosa. Oggi con l’Intelligenza artificiale siamo un po’ come il dottor Frankenstein alle prese con il suo mostro. Prendiamo per esempio i dipendenti di un’azienda: il lavoratore apre il chatbot, gli pone una domanda a cui probabilmente avrebbe saputo rispondere da solo, riceve una risposta che forse non gli servirà nemmeno. Se un tempo negli uffici si fingeva di lavorare, adesso bisogna anche fingere di usare l’intelligenza artificiale. È uno dei paradossi della nuova rivoluzione tecnologica. Chiedo a un’amica: «Ma tu la usi?». «Sì». «Per fare cosa?». «Boh, tipo per sintetizzare un documento o cose così». È ovvio che questa non è la regola e che molte applicazioni semplificano davvero il lavoro quotidiano. Ma è altrettanto vero che l’IA avrebbe dovuto liberarci dalle attività ripetitive e da tutto quel lavoro che occupa tempo senza produrre granché. È davvero così?

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?
(foto di Israel Andrade, via Unsplash).

C’è il rischio di confondere il modello con la realtà

L’esempio più lampante riguarda i focus group virtuali. Per decenni le aziende hanno pagato persone in carne e ossa per sedersi in una stanza a parlare di prodotti, campagne e idee. Era terribilmente imperfetto. C’era chi arrivava in ritardo, chi cambiava continuamente idea, chi si contraddiceva. Insomma erano “solo” esseri umani. Oggi invece è possibile costruire migliaia di individui artificiali. Consumatori virtuali a cui si attribuiscono caratteristiche, preferenze, personalità, opinioni. Possiamo chiedere loro che cosa pensano di un prodotto e simulare la reazione di un’intera popolazione. Il risultato? Un’illusione di scala e velocità. Ma anche il rischio di confondere il modello con la realtà.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?

Tra i lavoratori cresce la sfiducia nell’IA

Il punto è che, così facendo, stiamo portando l’IA all’interno di territori sempre più complessi e sempre più umani, fatti di giudizi, relazioni, intuito, fiducia. E i lavoratori non ne sembrano più così entusiasti. Secondo una recente analisi di Glassdoor, una sorta di Trustpilot in cui i dipendenti recensiscono le aziende, tra maggio 2025 e maggio 2026 le menzioni sull’intelligenza artificiale sono aumentate del 240 per cento. Fin qui, niente di sorprendente. Ma è l’evoluzione del sentiment a colpire. Nel 2019, infatti, l’81 per cento delle recensioni che riguardavano l’IA erano positive. Nel 2026, la quota è scesa al 43 per cento. Segno che i lavoratori, soprattutto le donne e le nuove generazioni, cominciano a diffidare dell’adozione di questa tecnologia. Entrando nel dettaglio, emerge che le critiche si concentrano su temi precisi: paura che l’IA elimini posti di lavoro (20 per cento dei commenti negativi); timori che venga usata come mezzo di sorveglianza (10 per cento); l’obbligo di usare strumenti senza aver ricevuto una formazione adeguata (14 per cento); la percezione che l’intelligenza artificiale peggiori l’esperienza del cliente e, più in generale, distolga l’azienda dal suo core business (13 per cento). In alcuni settori, il rifiuto dell’IA è quasi totale. Tra gli addetti alla gestione e liquidazione dei sinistri assicurativi, per esempio, il 98 per cento dei commenti è negativo, con lamentele che riguardano errori da correggere, metriche di utilizzo imposte e, più in generale, sfiducia nella qualità del lavoro automatizzato.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?
(foto di Igor Omilaev, via Unsplash).

Perché è necessario rispondere alla domanda: «Sì, ma a cosa serve?»

Viene così il dubbio che le aziende non abbiano ancora capito fino in fondo a cosa serva l’IA. E lo stesso vale per i lavoratori. È uno strumento per aumentare la produttività? Per tagliare posti? Per controllare il rendimento di un dipendente? O la si adotta solo perché lo fanno tutti? Ogni epoca ha avuto la sua parola magica: innovazione, sinergia, transformation, disruption. Adesso è il momento dell’IA che ha tutta l’aria di non essere una moda passeggera. Sicuramente l’intelligenza artificiale cambierà profondamente il modo in cui lavoriamo. Ma proprio per questo quella domanda, «Sì, ma a cosa serve?», merita una risposta convincente per non perdere di vista il senso stesso del lavoro.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa

La campanella non è ancora suonata ma molte famiglie italiane stanno già facendo i conti con il nuovo anno scolastico (letteralmente). Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio nazionale Federconsumatori, infatti, nel 2026 il corredo scolastico costerà in media 673,60 euro per alunno, il 2,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Dentro ci sono zaino, astuccio, quaderni, penne e tutto il materiale da sostituire; a questa cifra, dalla scuola media in poi, si devono aggiungere i libri: mediamente 545,66 euro per i testi obbligatori e due dizionari, l’1,6 per cento in più rispetto al 2025 (anche se i libri di seconda mano consentono di risparmiare oltre il 29 per cento). Ma è soprattutto quando si cambia ciclo scolastico, che la spesa si impenna: per un ragazzo che entra in prima media, Federconsumatori stima 561,61 euro tra libri e due dizionari (arrivando a 1.235,21 euro se si aggiunge il corredo), mentre, per chi comincia le superiori, il totale schizza a 1.478,75 euro. E questo senza neanche aver acquistato un computer: per pc e altre dotazioni tecnologiche – tablet, webcam, microfono, antivirus e programmi – la cifra lievita ancora molto. 

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
Bambini in prima elementare (Ansa).

La mappa dei sostegni alle famiglie

In Italia, lo sappiamo, l’istruzione è pubblica, ma completamente gratuita lo è solo fino a un certo punto: alle elementari, i libri di testo vengono forniti dai Comuni; dalle medie in poi, invece, esistono tetti ministeriali al costo dei libri e agevolazioni per le famiglie con redditi più bassi, che però dipendono da Regioni e Comuni, e hanno requisiti Isee e importi differenti. La stessa Federconsumatori, nella mappa degli aiuti appena pubblicata, sintetizza la situazione con un efficace «regione che vai, agevolazione che trovi». Proprio il costo dei libri è diventato quest’estate un piccolo caso sui social grazie a Filippa Lagerbäck. La conduttrice, nata e cresciuta in Svezia e da molti anni residente in Italia, ha criticato su Instagram la pratica – a quanto pare molto “italiana” – di ricorrere continuamente a nuove edizioni di libri, cosa che rende più complicato acquistare testi di seconda mano. «In Svezia i libri vengono consegnati all’inizio dell’anno scolastico e devono essere restituiti alla fine. Mia madre non ha mai speso un centesimo per i libri scolastici», ha ricordato.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
(foto di Markus Spiske via Unsplash).

Il modello svedese: materiali, libri, mensa e trasporti gratis

Quello di Filippa Lagerback non è solo un ricordo personale: la normativa svedese stabilisce infatti che nella scuola dell’obbligo l’istruzione debba essere gratuita e che gli alunni debbano avere accesso senza costi a libri e altri strumenti necessari all’apprendimento. Anche i pasti scolastici non comportano alcuna spesa per le famiglie e, quando ricorrono determinate condizioni, lo stesso vale per il trasporto casa-scuola. Ovviamente anche in Svezia le famiglie sostengono spese legate alla vita scolastica, ma il perimetro di ciò che viene considerato «parte dell’istruzione gratuita» è più ampio. A cominciare proprio dai libri necessari a seguire le lezioni. 

Come funziona nel resto d’Europa

Anche in questo caso, comunque, Paese che vai, istruzione che trovi. In Francia, ad esempio, i libri sono gratuiti nella scuola primaria e nei collèges (la nostra scuola media), mentre nei lycées intervengono spesso le Regioni; soprattutto, però, esiste l’Allocation de rentrée scolaire, un contributo nazionale legato al reddito che viene erogato alle famiglie prima dell’inizio dell’anno scolastico (e che quest’anno ammonta a 426,87 euro per i bambini dai 6 ai 10 anni, a 450,41 euro per i ragazzi tra 11 e 14 anni e a 466,02 euro per quelli tra i 15 e i 18). In Germania, per le famiglie economicamente più fragili, interviene il pacchetto Bildung und Teilhabe (Stato sociale per l’istruzione e la partecipazione) che, nel 2026, prevede 195 euro per figlio destinati al materiale scolastico e alla possibilità di coprire, in presenza dei requisiti, altre voci come gite, mensa, trasporto e attività extrascolastiche. Persino nel Regno Unito, dove alle spese per i libri e il materiale scolastico si aggiunge quella – poco familiare agli studenti italiani – dell‘uniforme, il costo dell’istruzione è diventato oggetto di intervento pubblico: a partire proprio da quest’anno, il Children’s Wellbeing and Schools Act ha fissato nuove regole per ridurre i costi scolastici a carico delle famiglie, obbligando gli istituti a garantire l’accesso a uniformi di seconda mano e limitando fortemente i capi firmati/logati obbligatori.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
(foto di Kimberly Farmer via Unsplash).

Una scuola gratuita solo sulla carta

Se, quindi, in Italia lo Stato garantisce la gratuità dei libri alle elementari e interviene successivamente attraverso tetti di spesa e una galassia di bonus locali (tra cui quello fino a 1.500 euro per studente per le scuole paritarie, introdotto nell’ultima legge di Bilancio e molto contestato), la Francia versa direttamente a milioni di famiglie un assegno per affrontare la rentrée, mentre la Germania sostiene le spese scolastiche dei nuclei più fragili. La Svezia, invece, considera libri, materiali necessari e mensa parte integrante della scuola pubblica, dimostrando da sola la differenza tra una scuola formalmente gratuita e una che lo è davvero.

La nuova stretta di Pechino su comici e artisti

«Il sole sta per tramontare a Occidente. Tutto è tranquillo nella Città Proibita». Guo Degang ha sostituito con queste parole il verso di una canzone patriottica dedicata al lago Weishan. Improvvisazione che ha fatto finire uno dei comici più popolari della Cina sotto indagine. Pochi giorni dopo, nello Hebei, lo scultore Gao Zhen è stato condannato a tre anni di carcere per opere in cui Mao Zedong appare inginocchiato, deformato o davanti a un plotone d’esecuzione. Due episodi avvenuti in rapida successione che lasciano intendere i limiti entro i quali devono muoversi comici e artisti cinesi. In entrambi i casi, l’intervento delle autorità ha protetto i simboli della storia rivoluzionaria dalla satira.

Guo Degang nei guai per aver ironizzato su una canzone patriottica

Prima è arrivata la notizia dell’indagine aperta su Guo. Il comico è considerato uno dei principali artefici del rilancio dello xiangsheng, un genere tradizionale di comicità basato su giochi di parole e improvvisazione. Ma improvvisare su una delle canzoni più amate dal Partito comunista, utilizzata nelle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica Popolare, gli sta causando dei guai. Tutto è cominciato il 24 luglio, quando Guo si è esibito a Wuhan in un adattamento dell’opera Ji Gong, il Buddha vivente. Nei panni del monaco irriverente del folklore cinese ha intonato Suonando la mia amata pipa, brano composto nel 1956 per il film Guerriglieri della ferrovia, dedicato alla resistenza comunista contro l’occupazione giapponese. Nel testo originale il sole tramonta a Occidente e la quiete scende sul lago Weishan. Guo ha trasferito la scena nella Città Proibita, aggiungendo alla canzone alcune rime burlesche. Il brano fa parte del repertorio patriottico della Repubblica popolare e nel 2019 il dipartimento della Propaganda del Partito comunista lo aveva incluso fra le 100 canzoni scelte per celebrare il 70° anniversario dello Stato.

La nuova stretta di Pechino su comici e artisti
Guo Degang (da Youtube).

Uno spettatore però ha denunciato Guo per aver «distorto e volgarizzato un’opera rivoluzionaria classica» e violato la morale pubblica e tanto è bastato perché l’ufficio della Cultura e del Turismo di Wuhan aprisse un’inchiesta. L’esibizione era stata autorizzata, ma la variante introdotta da Guo non compariva nei materiali presentati per l’approvazione preventiva. Il risultato? Alcuni dei suoi spettacoli in programma sono stati cancellati e il caso è finito sotto la lente delle autorità. Sui social cinesi se ne discute molto, con opinioni anche opposte. Una parte degli utenti considera intoccabile Suonando la mia amata pipa. «L’arte deve servire il popolo, se al popolo non piace, non fate questo tipo di arte», recita uno dei commenti rilanciati dai media statali. Altri giudicano le autorità «troppo sensibili» e difendono l’esibizione come una normale improvvisazione coerente con l’opera di Ji Gong.

Gao Zhen condannato per aver leso l’onore di «eroi e martiri»

Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine su Guo, è giunta quella della condanna di Gao Zhen. A fine agosto, il Tribunale popolare di Sanhe lo ha riconosciuto colpevole di aver leso la reputazione e l’onore degli «eroi e martiri», infliggendogli il massimo previsto per la fattispecie di reato: tre anni di reclusione. Gao, che era residente negli Stati Uniti, è stato arrestato il 26 agosto 2024 e ha già trascorso due anni in custodia cautelare. Se l’appello annunciato dalla difesa non modificherà la sentenza, uscirà dal carcere a fine agosto 2027. Gao ha acquisito notorietà internazionale per il progetto Gao Brothers lanciato con il fratello. Il duo è diventato celebre per le opere sulla Rivoluzione culturale, la censura e il culto di Mao. Alla base c’è un’esperienza personale. Il padre dello scultore, classificato come «nemico di classe», morì in detenzione durante la Rivoluzione culturale. Quel trauma familiare attraversa i lavori contestati, realizzati fra il 2005 e il 2009. In Mao’s Guilt, il Grande timoniere è inginocchiato in una posa di pentimento. Nella serie Miss, Mao ha seno femminile e naso da Pinocchio. In The Execution of Christ, uomini con le sembianze di Mao puntano i fucili contro Gesù. Durante la perquisizione dello studio dell’artista, le autorità hanno sequestrato decine di opere, fra sculture, dipinti e fotografie. Le sculture sono anteriori sia alla legge del 2018 sulla protezione degli eroi e dei martiri sia all’introduzione, nel 2021, dello specifico reato. La mancata pubblicazione delle motivazioni lascia irrisolto il punto centrale del procedimento: se sia stata punita la realizzazione delle opere oppure una loro diffusione successiva. Amnesty International e Human Rights Watch denunciano un’applicazione retroattiva della norma.

Perché aumentano i controlli sulla comicità dal vivo

Quelli di Guo e Gao non sono gli unici casi. Nel 2023 una battuta sui cani costò alla società del comico Li Haoshi una multa di 14,7 milioni di yuan. Li aveva associato due animali che inseguivano uno scoiattolo a uno slogan dell’Esercito popolare di liberazione. Nel 2022, la comica Li Bo è stata multata per aver ironizzato sulla quarantena imposta a Shanghai durante la pandemia di Covid. Negli anni, in Cina la comicità dal vivo ha conquistato spazio come alternativa meno levigata alla televisione. Pressioni lavorative, matrimoni, ansia sociale e discriminazioni entrano nei monologhi con ampia libertà. Ma la crescita economica (e di audience) del settore sta attirando un controllo più stretto e, in alcuni casi, sanzioni o condanne. Soprattutto quando si toccano i simboli della storia della Repubblica Popolare, alterando la compostezza richiesta dalla memoria ufficiale.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana degli Hugo

Fantascienza.com, il meglio della settimana degli Hugo

I vincitori del maggiore premio della fantascienza, indizi sul nuovo film di Star Trek, Mark Ruffalo e l'antisemitismo, la seconda stagione di Ahsoka nella settimana di Fantascienza.com

È ancora una donna a vincere il Premio Hugo per il miglior romanzo, Alix Harrow, l'autrice di Le streghe in eterno, col suo nuovo lavoro The Everlasting. L'anno scorso aveva vinto Robert Jackson Bennett, interrompendo una sequenza di Hugo femminili che andava avanti dal 2016. Una donna anche nella categoria romanzo breve, la canadese Amal El-Mohtar. Anche tra i finalisti le donne sono predominanti. È un femomeno interessante che si presta a diversi tipi di ragionamento. Uno di questi può essere: quanto incide il genere dei votanti all'Hugo? Nei primi decenni del... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 6 settembre 2026 - articolo di S*

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci

Guardando il profilo Instagram di Camelia Mihailescu Vannacci, la consorte del generale Roberto Vannacci, saltano agli occhi alcune ripetizioni rivelatrici: la prima è la sottolineatura, reiterata, che lei è un’immigrata rumena. «Vi salutano il kebabbaro turco e la zingara rumena», dicono i due, a turno, nel video postato da Camelia per fare gli auguri di ferragosto ai follower; e «Saluti al mio amico Vladimir e al cavallo di Troia italiano. Vi saluta l’immigrata rumena», dice con enfasi da attrice consumata nell’ultimo post filo-russo; e di nuovo: «Vi saluta l’immigrata rumena», alla fine del video in cui spiega perché mostrò il dito medio a due donne sul lungomare di Viareggio, dopo che queste avevano chiesto a un’orchestrina di intonare Bella ciao al passaggio di Vannacci.

La condizione di immigrata deve pesarle, ed essere evidentemente esorcizzata, anche solo per poter rispondere per le rime a chi le scrive, nei commenti: «Non ti ha ancora remigrata tuo marito?». Due lauree, in giurisprudenza e psicologia, la moglie di Vannacci parla quattro lingue e scrive i post in tre, italiano, inglese e rumeno, per difendere il marito.

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Vannacci e la moglie su Diva e Donna.

Usa molto il reclaiming: la laurea in psicologia non è stata inutile

Nelle rare interviste rilasciate, a il Giornale e a Un giorno da pecora, sostiene di non essersi mai sentita discriminata in quanto rumena, ma l’uso sistematico del reclaiming, l’appropriarsi di termini usati in modo dispregiativo come «zingaro», è un modo per disarmare l’interlocutore; dicendolo per prima, Camelia Mihailescu è come se rivendicasse per sé il diritto di definirsi così, togliendo agli altri l’eventuale possibilità di insultarla: la laurea in psicologia non è stata inutile.

Con soli 216 post pubblicati su Instagram (il primo il 22 dicembre 2022) ha raggiunto oltre 13,5 mila follower, seguendo appena 280 profili, tra cui il profilo de La zanzara: a Giuseppe Cruciani dedica alcuni post innamorati, in uno si vede lei tra Cruciani e Vannacci, con la didascalia «L’immigrata rumena e i due fasci»; in un altro lo definisce, in rumeno, «Inegalabilul, ireverențiosul, rebelul, dar mereu suuuuper simpaticul».

Una polemica persino sul chewing gum

Mette diligentemente i like a tutti i post di Laura Ravetto e, a una sommaria analisi dei suoi profili social, risulta evidente che lei si espone per combattere, per dividere, per polarizzare. Fa molto uso di filtri e i selfie sono tutti in modalità narcisistica e compulsiva, le pose tutte da attrice, gli abiti spesso lunghi. Su un post di Facebook se la prende con la stampa di sinistra perché hanno notato che, durante un’intervista, masticava visibilmente un chewing gum: «Dilemma: mentre una persona esce dal bagno (toilette), un giornalista la rincorre per una intervista. La donna stava masticando, da libera e normale cittadina (italo-romena), una cingomma. Secondo voi, la doveva sputare di fronte alle telecamere???».

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci

Citazioni di Proust che sembrano biscotti della fortuna

Poi, in un post su Instagram, ecco una citazione di Proust, a commento di una sua foto in abito lungo nero: «Cerca e conserva sempre un pezzo di cielo sopra di te»; purtroppo la celebre frase che Legrandin rivolge al giovane narratore nel primo capitolo della Recherche «Cercate di conservare sempre un lembo di cielo sopra la vostra vita, ragazzo mio… avete un’anima bella, di una qualità rara, una natura d’artista; non lasciatele mancare ciò di cui ha bisogno», contestualizzata tra queste foto, con sfondo di villetta a schiera e barbecue, fa l’effetto dei biscotti della fortuna che danno nei ristoranti cinesi a fine pasto, che contengono sempre un bigliettino con sopra scritta una sciocchezza.

«In casa nostra comanda il matriarcato»

Ai 133 commenti, la maggior parte derisori, sotto questo post lei risponde puntigliosamente: a tutti. Significa che si è messa di buzzo buono per creare engagement: rispondere in modo che ritiene brillante a chi le dice «ma parla italiano!» le serve per guadagnarsi altri follower e, in ogni caso, per avere l’ultima parola; in un altro post confessa che «in casa nostra comanda il matriarcato. Roberto è così disordinato!».

Un’arma per la comunicazione in un momento delicato

Forse si appresta a gestire lei in prima persona la comunicazione del generale in un momento delicato, in cui alcuni militari che hanno aderito a Futuro Nazionale sono finiti sotto indagine. Lo staff di Vannacci e del partito attualmente non opera da un unico studio di comunicazione centralizzato, ma fa perno su diverse sedi logistiche e operative divise tra la sua attività politica, quella parlamentare e di movimento: da Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, sede di Fn, dove lavorano Massimiliano Sironi e Lorenzo Gasperini, a Bruxelles e Strasburgo, dove l’ufficio accreditato segue il Vannacci parlamentare europeo, fino a Viareggio, sede legale del Movimento dove opera il Comitato Il Mondo al contrario. E dai profili social di Camelia, ovviamente, sempre più caldi, sempre più attivi.

Davvero chi è ignorante vota a destra?

È il 2019 e siamo nel talk politico DiMartedì. Corrado Augias, dialogando con Pierluigi Bersani, afferma che «essere di destra è facile perché significa assecondare le spinte istintive». Essere di sinistra, continua, chiede invece di superare i sentimenti più immediati attraverso il ragionamento e la conoscenza. Se cito quella scena è perché, negli ultimi giorni, qualcuno l’ha riesumata accostandola alle parole di Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico, che lo scorso 24 agosto ha affermato che in Italia il voto «a Meloni e prima a Salvini» sarebbe «in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città» e «di chi sta peggio economicamente». L’accostamento, tuttavia, confonde due discorsi differenti. Nelle parole di Augias c’era una precisa gerarchia tra forme superiori e inferiori della coscienza politica, tipica di un certo mondo della sinistra italiana. Bonaccini cercava invece, con una formulazione esposta all’equivoco, di descrivere una frattura elettorale e di invitare il proprio campo a interrogarsi sulla perdita di consenso presso ceti che un tempo costituivano una parte essenziale del radicamento sociale della sinistra.

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Che rapporto ha oggi la politica con le diseguaglianze culturali?

Conviene dunque lasciare alle spalle la disputa sulla presunta superiorità della sinistra. Un dato esiste: la destra ottiene risultati migliori tra chi possiede livelli inferiori di istruzione formale, mentre il voto progressista cresce tra i più scolarizzati. Ma istruzione, reddito e territorio sono variabili strettamente intrecciate: se la destra raccoglie oggi consensi consistenti nei ceti popolari, nelle periferie e nelle aree interne, è naturale ritrovare nel medesimo elettorato livelli medi di scolarizzazione inferiori. «Tra le persone meno scolarizzate la destra raccoglie più voti» e «le persone meno scolarizzate votano a destra» non sono dunque affermazioni equivalenti. Se il titolo di studio non può essere separato dalle condizioni sociali entro cui matura, la domanda interessante diventa un’altra: quale rapporto intrattiene oggi la politica con le diseguaglianze culturali? Una parte dei gruppi sociali ai quali la sinistra novecentesca aveva rivolto la propria promessa di emancipazione appare oggi più lontana dal suo campo. Che cosa è accaduto nel frattempo?

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Giorgia Meloni (Ansa).

La scomparsa dei luoghi di formazione

La politica di massa del secolo scorso non si limitava a registrare preferenze già costituite, ma le organizzava. Le sezioni dei partiti, le Case del popolo, i sindacati, i patronati, il movimento cooperativo e, sull’altro versante, le parrocchie e l’associazionismo cattolico costituivano una trama capillare entro la quale persino l’erogazione di un servizio poteva diventare occasione di relazione, discussione, apprendimento. Certo, quelle istituzioni producevano anche un certo conformismo, tuttavia rispondevano, in forme oggi difficilmente riproducibili, a una domanda che la loro scomparsa ha lasciato intatta: attraverso quali luoghi una democrazia forma culturalmente i propri cittadini? In quegli spazi, si poteva possedere la quinta elementare e avere l’occasione di leggere ogni giorno un quotidiano, o lavorare in fabbrica e imbattersi in una discussione sulla politica internazionale. Il titolo di studio non esauriva la quantità di mondo alla quale una persona aveva avuto accesso. 

I pericoli della pedagogia politica

Andrea Minuz, nel suo recente libro Egemonia senza cultura, ha mostrato quanto sia problematico continuare a utilizzare il lessico gramsciano dell’egemonia  ̶  comune anche alla destra meloniana  ̶ dopo la dissoluzione del mondo che gli attribuiva consistenza. Una società pluralista deve anzi forse diffidare di qualunque pedagogia politica che pretenda di conoscere in anticipo la destinazione verso cui educare i cittadini. Altra cosa, però, è interrogarsi sulle condizioni della mediazione, cioè su come è organizzato lo spazio sociale che separa l’immediatezza dal giudizio riflesso. La distinzione tra immediatezza e riflessione, infatti, non coincide affatto con quella tra destra e sinistra, ma attraversa entrambe. Esistono istinti identitari e adesioni irriflesse in ogni campo politico. Il problema di una democrazia è piuttosto disporre di luoghi nei quali gli istinti immediati del popolo possano diventare riflessione nella mediazione di una discussione pubblica

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Una manifestazione di CasaPound (Ansa).

Se l’unica mediazione diventa quella invisibile del populismo

La vecchia politica di massa, con tutti i suoi limiti, aveva cura delle infrastrutture della mediazione (partiti, sindacati, associazioni) oggi molto sbiadite. Forse mai come in quest’epoca abbiamo avuto tanta cultura disponibile (si pensi all’immensità dei materiali disponibili in rete), e mai così deboli istituzioni della mediazione culturale. Se la sinistra scopre questa frattura soltanto davanti alle urne, chiedendosi come riconquistare elettori che si sono rivolti altrove, potrà soltanto inseguirne linguaggi e priorità, imitando avversari da cui pure si dice distante. Una politica progressista dovrebbe invece considerare parte dell’emancipazione la ricostruzione delle condizioni della mediazione. Il perché è semplice: quando queste vengono meno, chi possiede già istruzione, tempo e risorse culturali può supplirvi da sé; chi ne possiede meno resta maggiormente esposto all’immediatezza, cioè alle mediazioni tanto potenti quanto invisibili che il populismo contemporaneo sa utilizzare con grande efficacia. 

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi

Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.

Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035

Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.

Un aiuto per individuare i deficit cognitivi

Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.

Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone

La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.

Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo

Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Stand Byd (Imagoeconomica).

E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni

La madre di tutte le riforme è finita in cantina, e anche la figlia non se la passa un granché bene. Proprio mentre celebra il record di longevità del suo governo, Giorgia Meloni sa di aver mancato almeno uno dei suoi obiettivi dichiarati: la Costituzione rimarrà di fatto la stessa di quando è arrivata a Palazzo Chigi. Il premierato che si sarebbe voluta intestare, infatti, non vedrà la luce, e anche la riforma elettorale che avrebbe dovuto garantire stabilità di governo e potere ai cittadini sta deviando dai suoi propositi. Tutta colpa di un metodo per nulla strategico e molto, troppo, situazionista.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La montagna ha partorito nuovamente un topolino

All’inizio fu il presidenzialismo. Ma durò poco perché l’idea di cominciare la legislatura con uno scontro con il Quirinale non era consigliabile. La premier ha allora provato con il premierato, «madre di tutte le riforme», ma anche lì la strada è stata tutta in salita e mamma riforma è finita su un binario morto. Ora al rush finale della legislatura, Meloni ci prova con la legge elettorale ma a fronte di grandi dichiarazioni di intenti il percorso è accidentato perché il centrodestra (ma il centrosinistra non è da meno) procede per tentativi, cambiando modello a ogni nuovo sondaggio.

Le regole imposte a maggioranza non portano lontano

L’obiettivo dichiarato era lodevole e strategico per il Paese: garantire stabilità all’Italia e tradurre il voto degli elettori in un governo che durasse cinque anni. «Mettere fine alla stagione dei ribaltoni», «dare all’esecutivo un orizzonte di legislatura» erano gli slogan. Poca condivisione e poco confronto con l’opposizione non hanno aiutato l’iter della legge elettorale, nonostante la storia recente abbia fatto capire ormai anche ai sassi che le regole imposte a maggioranza non portano lontano.

Il balletto tra ballottaggio, norma anti-cespuglio e preferenze

Poi… Poi la Lega ha cominciato a calare nei sondaggi, e ha perso quota l’ipotesi ballottaggio; poi Roberto Vannacci ha rinfacciato alla premier di aver promesso le preferenze e allora sono state reintrodotte ma in versione soft con il capolista bloccato (dopo essere state impallinate alla Camera dai franchi tiratori); poi Noi Moderati ha puntato i piedi, è stata aggiunta una riga anti-cespugli (meccanismo per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge il 3 per cento, cioè il miglior perdente, sia conteggiato nel calcolo del premio di maggioranza) che però potrebbe essere modificata e su cui era stato allertato pure il Quirinale; poi Futuro Nazionale è salito nei sondaggi e per arginarlo è tornato in auge il ballottaggio, durato però lo spazio di un mattino perché nuovamente affossato dalla Lega. Insomma, un bel pastrocchio. Qualche testacoda, peraltro, si è registrato anche nel campo largo, con il Pd storicamente a favore del ballottaggio ed Elly Schlein ora invece nettamente contraria per il timore di schiacciarsi troppo sulla linea di Giuseppe Conte

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La mancanza di una bussola rischia di aumentare l’astensionismo

Insomma, sguardo lungo zero, volontà di dare al Paese uno strumento che duri e dia una struttura solida men che meno. Tutto l’iter è stato guidato dalla spasmodica attenzione ai sondaggi, dalla sollecita sensibilità ai malumori di un partito o di un partitino, al nervoso timore di perdere un punto a favore del vicino. Al netto della possibilità di trovarsi di nuovo con un mostriciattolo giuridico che ottenga effetti ben diversi da quelli che ci si era prefissati, il timore è anche un altro. Se giustamente la premier si era posta come obiettivo quello di combattere «la disaffezione al voto», lo spettacolo di un percorso di riforma elettorale stiracchiato e senza bussola rischia di non invogliare gli elettori ad andare alle urne. E sarebbe un danno per tutti, anche per chi vincerà, chiunque esso sia. 

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).

Short Movie: Un epilogo per Star Trek: Voyager

Un epilogo per Star Trek: Voyager

Voyager Epilogue è un fan film di circa cinqe minuti, realizzato con la AI, che racconta il “dopo” di Star Trek Voyager e delle altre serie

Se siete fan di Star Trek e vi piacciono i cameo, quando un personaggio di una serie compare brevemente in un'altra, vi piacerà questo corto, Voyager Epilogue. Che è praticamente una sequenza ininterrotta di cameo, nella quale vediamo come si adattano alla vita “normale” i reduci della Voyager dopo il ritorno a casa. Ma non solo loro: ci sono personaggi di The Next Generation, di Deep Space Nine, di Star Trek: Picard. Il divertente sta anche nel riconoscerli. Il corto è stato ovviamente realizzato con una AI; tanto il video che la colonna sonora, una... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Short Movie - 5 settembre 2026 - articolo di S*

A2A e Teha, lo studio sul contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese

Con la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nel giugno 2026, si chiude il più importante programma di sostegno agli investimenti pubblici dal secondo dopoguerra. Si apre ora una nuova fase, nella quale le risorse del settore Energy & Utility e la capacità industriale delle aziende che ne fanno parte possono rappresentare il principale motore di sviluppo e competitività del Paese. Secondo lo studio Investire per competere. Il contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese, realizzato da Teha Group in collaborazione con A2A e presentato al Forum di Cernobbio, le aziende di questo comparto possono attivare investimenti privati complessivi per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, pari a circa 33 miliardi di euro all’anno. Le risorse riguardano nove ambiti strategici: generazione elettrica da fonti rinnovabili e nucleare, soluzioni per la flessibilità del sistema elettrico, infrastrutture elettriche, infrastrutture gas, data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento dei rifiuti – trasformati in risorsa attraverso riciclo e recupero energetico – e biometano.

Nuovi posti di lavoro, risparmio energetico, rafforzamento dell’economia circolare

Ogni euro investito, spiega l’analisi, genera ricadute economiche complessive superiori a quattro volte il valore iniziale e potrebbe contribuire per circa il 10 per cento alla crescita annua del Pil fino al 2050. Gli investimenti cumulati al 2050 potrebbero abilitare fino a 300 mila nuovi posti di lavoro diretti. Una maggior efficienza dei consumi energetici (elettrici e combustibili fossili), sostenuta dagli investimenti del settore Energy & Utility, consentirebbe poi a una famiglia di diminuire il proprio consumo energetico con un risparmio che potrebbe raggiungere circa mille euro all’anno nell’ipotesi full electric. Nel settore industriale, la riduzione del costo dell’energia elettrica generato dall’incremento delle rinnovabili si tradurrebbe in circa 80 miliardi di euro di risparmi cumulati al 2050. I suddetti investimenti contribuirebbero ad aumentare progressivamente il livello di autonomia energetica italiana, portandola dall’attuale 26 per cento al 49 per cento nel 2035, fino a raggiungere l’81 per cento nel 2050, riducendo strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e l’esposizione alla volatilità delle commodity internazionali. Le risorse attivate favorirebbero inoltre la riduzione delle emissioni nazionali di Co2 del 36 per cento al 2050, con un risparmio di 31 miliardi di euro di costo sociale del carbonio. Parallelamente, gli investimenti nel trattamento dei rifiuti e nel ciclo idrico integrato favorirebbero il rafforzamento dell’economia circolare, consentendo l’azzeramento del conferimento in discarica dei rifiuti urbani e il superamento di criticità infrastrutturali.

Tasca: «Investimenti concreti possono generare crescita duratura»

«Giugno 2026 non ha segnato solo la fine del Pnrr, ma l’inizio di una prova di maturità per il nostro Paese», ha commentato Roberto Tasca, presidente del Gruppo A2A. «Per alcuni anni abbiamo potuto contare su una leva straordinaria che ha sostenuto crescita e investimenti, oggi il compito è trasformare quell’eccezionalità in un metodo, dando continuità alla modernizzazione e orientando i capitali verso le infrastrutture strategiche e i servizi che incidono sulla qualità della vita. È la condizione per non disperdere la spinta degli anni scorsi e per rafforzare il sistema economico e produttivo del Paese». E ancora: «In uno scenario internazionale attraversato da nuove competizioni tecnologiche, industriali ed energetiche, la sfida non è tornare a crescere, ma scegliere come farlo. Il settore Energy & Utility è il punto in cui la just transition incontra la politica industriale: qui gli obiettivi europei possono diventare investimenti concreti capaci di generare crescita duratura».

Tavazzi: «Benefici concreti per cittadini e territori»

«Oltre agli stimoli alla crescita economica e alla transizione energetica, gli investimenti nel settore Energy & Utility sarebbero in grado di generare benefici concreti e diffusi per cittadini, imprese e territori», ha aggiunto Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha. «La progressiva elettrificazione dei consumi, accompagnata dallo sviluppo delle infrastrutture energetiche necessarie alla transizione, potrebbe consentire ad una famiglia italiana media di ridurre la propria spesa energetica al 2050 del 20 per cento rispetto a quella attuale. Inoltre, la riduzione del costo dell’energia abilitato dalla transizione energetica genererebbe per le imprese italiane risparmi cumulati, che, se reinvestiti, potrebbero generare fino a circa 260 miliardi di Euro di valore aggiunto per l’economia nazionale». Gli impatti degli investimenti nel settore Energy & Utility si estenderebbero anche alla dimensione ambientale e territoriale. «Il rafforzamento dell’economia circolare consentirebbe di azzerare il conferimento in discarica dei rifiuti urbani e di ridurre i costi di smaltimento per oltre 500 milioni di euro nel 2050», ha spiegato Tavazzi. «Allo stesso tempo, gli investimenti nel ciclo idrico contribuirebbero a colmare ritardi infrastrutturali storici del Paese, evitando fino a 1,5 miliardi di euro di sanzioni europee che l’Italia dovrebbe sostenere entro il 2050 in assenza di adeguamenti del sistema fognario e di depurazione».

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

Tra Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, Giorgia Meloni ha scelto il secondo. A quanto apprende Lettera43, e come già avevamo anticipato, il ministro dell’Interno, approdato al governo attraverso la Lega (è stato capo di gabinetto ai bei tempi di Salvini al Viminale), volpone democristiano, nato a Napoli ma originario dell’Irpinia demitiana, si è pian piano avvicinato alle posizioni della Meloni, che ha deciso di candidarlo alle politiche 2027 con Fratelli d’Italia.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

La Campania non è mai stata una “Regione rossa”

Piantedosi avrà il compito di “tirare” la lista di FdI in Campania, terra fatale per il partito di maggioranza relativa, che nella terza Regione d’Italia per numero di abitanti accumula flop elettorali in continuazione. Eppure la Campania non è mai stata una “Regione rossa”, anzi: è stata governata da Antonio Rastrelli, compianto galantuomo dei tempi del Movimento sociale italiano, il cui figlio Sergio, che ne ha ereditato i modi e la passione politica, è attualmente senatore.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Antonio Rastrelli nel 1998 (foto Ansa).

Berlusconi e Caldoro in passato fecero il pieno di voti

Silvio Berlusconi in Campania faceva il pieno dei voti, e anche Stefano Caldoro, socialista doc e attuale consulente di Palazzo Chigi per le politiche del Lavoro, nel 2010 ha portato il centrodestra alla conquista di Palazzo Santa Lucia, sconfiggendo quel Vincenzo De Luca che cinque anni dopo si è preso la rivincita, di misura.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Stefano Caldoro (foto Ansa).

De Luca e il Covid hanno fatto evaporare la destra

Poi è arrivato il Covid e De Luca, nel 2020, diventato una star per le sue dirette social da milioni di visualizzazioni, tra cinghialoni e lanciafiamme, stravinse (ancora) contro Caldoro. Da quel momento in poi, il centrodestra in Campania è evaporato: ha perso tutte le elezioni con risultati deprimenti, referendum compreso, mentre Fratelli d’Italia annaspa tra personalismi e guerre interne.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Una delle “leggendarie” dirette Facebook di Vincenzo De Luca all’epoca del Covid.

Nelle ultime settimane Roberto Vannacci ha avuto gioco facile nel portare dalla sua parte parecchi esponenti del ceto politico che si sono sentiti traditi da FdI: hanno portato acqua elettorale al mulino (anzi, alla fiamma) e sono stati ripagati con infastidite non risposte alle varie sollecitazioni rivolte a parlamentari ed esponenti di governo.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Roberto Vannacci (Ansa).

Come ripartire? L’idea è di affidare a Piantedosi non solo una candidatura, ma anche il compito, dopo le elezioni, di riallacciare il rapporto tra il partito e la cosiddetta “base”: chi meglio di un ex (?) Dc per mediare, ascoltare, riunire, ammorbidire, svelenire il clima mefitico che si respira nel partito in Campania?

Perché Meloni non parteciperà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump

Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei

La Corte dei Conti ha condannato due dirigenti del Comune di Pompei, Vittorio Martino e Salvatore Petirro, per il danno erariale causato – tra le altre cose – dall’acquisto di due chiavi d’oro a nove carati impreziosite da diamanti, dal valore superiore a 14 mila euro ciascuna, consegnate come riconoscimento istituzionale ai ministri della Cultura Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano. Per Petirro è stata quantificata una responsabilità di 3.352 euro, mentre altri 3.840 dovranno essere versati in solido da Petirro e Martino, che è segretario generale del Comune di Pompei.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
La chiave d’oro consegnata a Sangiuliano (Instagram Maria Rosaria Boccia).

La vicenda riguarda in tutto quattro doni

La vicenda non riguarda solo le chiavi consegnate a Franceschini e Sangiuliano, ma anche altri due omaggi destinate ad altre figure vicine alla città: un orologio con vetro zaffiro donato all’ex direttore degli Scavi archeologici Massimo Osanna e un rosario d’oro al vescovo Tommaso Caputo. Tutti preziosi erano stati comprati nella stessa gioielleria in centro a Pompei, molto vicina all’allora sindaco Carmine Lo Sapio.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

Nessuna responsabilità attribuita ai beneficiari

La Corte dei Conti ha stabilito che le spese sono state del tutto ingiustificate e sproporzionate rispetto ai canoni di sobrietà richiesti per un’attività di rappresentanza. Da qui la condanna. Nessuna responsabilità, invece, è stata attribuita ai quattro beneficiari dei doni, rimasti estranei all’illecito contestato ai vertici amministrativi del Comune campano. Per Lo Sapio, deceduto alla fine del 2025, il procedimento si è invece estinto.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Franceschi aveva lasciato il regalo al ministero

Se Franceschini lascio il cadeux al Collegio Romano (per legge un ministro può tenere un dono solo se vale meno di 300 euro, altrimenti deve consegnarlo all’amministrazione pubblica), particolarmente singolare è la vicenda della chiave d’oro finita nelle mani di Sangiuliano, che l’aveva ricevuta a luglio del 2024 durante una cerimonia a cui aveva assistito, in prima fila, anche una fino a quel momento sconosciuta Maria Rosaria Boccia.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

La chiave ricevuta da Sangiuliano è scomparsa

Dopo la consegna, della chiave d’oro si sono perse le tracce: Sangiuliano, che per difendersi l’aveva definita una patacca, era stato di fatto costretto a versare alla Ragioneria dello Stato una somma equivalente al valore del dono ricevuto, mentre Boccia (nel frattempo diventata famosa) ha sempre negato il suo coinvolgimento nella scomparsa dell’oggettp. Un anno fa il Comune di Pompei ha peraltro dato incarico a un legale di recuperare le somme versate da Sangiuliano al MiC, che però ha fatto muro.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?

Roberto Sommella è alla direzione di Milano Finanza dal 2020, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire dal gruppo Class, avendo svolto anche l’attività di “uomo della comunicazione” nel settore delle authority, con l’Antitrust di Antonio Catricalà. Ma chi potrebbe ricoprire ora il ruolo di direttore del quotidiano dei mercati finanziari, nel vociferato caso di una sua partenza?

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Roberto Sommella (foto Imagoeconomica).

Una volta c’era Franco Bechis, che adesso è direttore di Open, e firma “di lusso” del giornale La Stampa. C’è stato il tempo di Osvaldo De Paolini, sempre a Milano Finanza, ma ora è diventato direttore del veneziano Il Gazzettino. Se n’è appena andato Fabrizio Massaro, verso il Giornale, vicedirettore al posto di De Paolini, per prendere in mano il settimanale Moneta.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Fabrizio Massaro (foto Imagoeconomica).

Dall’interno del gruppo Class, per un upgrade, c’è disponibile Francesco Allegra, ma potrebbe anche arrivare qualche nome dall’esterno. Rosario Dimito ha appena lasciato Il Messaggero per andare a fare il numero due de La Stampa, ma ha sempre nel cuore il gruppo Class. Tra l’altro, i rapporti con le banche sono sempre stati il core business di Milano Finanza, e tra Mps, Banca Intesa e Bpm le partite da giocare sono numerose, anche se l’editore Paolo Panerai ha una passionaccia per il “furetto Lovaglio” e il suo vice Maurizio Bai, del quale è vecchio amico.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Andrea Bassi (foto Imagoeconomica).

Poi a Roma c’è sempre Il Messaggero che ha pescato negli anni dalla redazione di MF, prendendo tra gli altri Andrea Bassi e, per ultimo, Angelo Ciardullo. Un anno fa era andata in pensione, a Il Messaggero, Lucia Pozzi, che era stata alla guida della redazione romana di ItaliaOggi, quotidiano sempre caro al gruppo Class. Pure Il Tempo ha attinto negli anni dalle forze di ItaliaOggi, uno fra tutti l’attuale capo della redazione economia Filippo Caleri. La scelta è ampia, seguendo la vecchia storia delle “porte girevoli” che tanto piace all’editoria italiana, con i graditi ritorni…

Di Battista torna in Italia, rientro previsto per sabato pomeriggio

Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba (prima a Santa Clara e poi a L’Avana) a seguito di un malore che lo ha colpito mentre si trovava ai Caraibi per un reportage per il Fatto Quotidiano, dovrebbe rientrare in Italia nel pomeriggio di domani, sabato 5 settembre. L’aeroambulanza che trasporterà l’ex deputato del Movimento 5 stelle, scrive Adnkronos, dovrebbe partire da Cuba alle 19 locali di oggi, quando in Italia sarà già l’1 di notte.

Il messaggio sui social dopo giorni di apprensione

«Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto martedì sui social, ringraziando i medici cubani che «sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Di Battista, che ha rifiutato il volo di Stato messo a disposizione dal governo: i costi dell’aeroambulanza verranno coperti da una compagnia assicurativa con la quale aveva stipulato una polizza prima della partenza. Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Ex Ilva, al via le lettere di licenziamento per 2.500 lavoratori

L’Aigi, l’Associazione italiana giuristi di impresa, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità di 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva. «Si tratta di un atto estremo e doloroso al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino in una lettera, parlando di «atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio». «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», ha aggiunto. Anche se il governo incontrerà, martedì 8 settembre, i sindacati dei metalmeccanici e i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali, le imprese dell’indotto ritengono che manchi la volontà di dare loro un sostegno concreto e hanno proceduto con le lettere di licenziamento. Scettiche anche sull’esito dell’istanza presentata alla Corte d’appello di Milano che chiede la sospensione del decreto che impone la chiusura dell’area a caldo, che si discuterà il 9 settembre.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole

Alla Consob è arrivato un nuovo presidente, Guido Stazi, e dopo l’insediamento avvenuto in piena estate si mormora siano cominciati i cambiamenti allo staff. Occhi puntati sulla comunicazione, ora guidata da Manlio Pisu, classe 1959. Un poltrona ambitissima da giornalisti economico-finaziari. In pole position per il posto di Pisu c’è Roberto Sommella, direttore di Milano Finanza, che da sei anni guida il giornale del gruppo Class, facendo la spola tra il capoluogo lombardo e la sede romana. Un’eventuale nomina di Sommella libererebbe la direzione di Mf, aprendo l’ultimo giro di una giostra che ha visto protagonisti Mario Orfeo passato da Repubblica a QN; Osvaldo De Paolini arrivato dal Giornale alla direzione del Gazzettino e Rosario Dimito dal Messaggero al Gruppo Sae di Alberto Leonardis che edita La Stampa.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Roberto Sommella (Imagoeconomica).

Gli articoli su Milano Finanza e il rapporto tra Stazi e Sommella

Stazi e Sommella si conoscono da anni. Il neo presidente della Consob ha infatti firmato numerosi articoli ed editoriali sulle pagine di Milano Finanza, pezzi letti ovviamente con grande attenzione dai protagonisti del mondo dell’economia. Qualcuno fa poi notare il tono di alcuni pezzi che il quotidiano ha dedicato alla nomina di Stazi: «Stato, mercati, concorrenza e innovazione. Sono questi i quattro punti cardinali del pensiero, orientato alla ricerca di un equilibrio tra intervento pubblico e libertà economica, di Guido Stazi, il tecnico scelto dal governo Meloni per guidare la Consob». E ancora: «Dall’Antitrust alla Consob, passando per l’Agcom, Stazi ha attraversato i principali snodi della vigilanza italiana, costruendo un profilo che unisce competenze giuridiche, economiche e una particolare attenzione alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dai Big Tech». Senza dimenticare le note sulla vita privata: «Ha trascorso gran parte della sua vita a Ostia. Cresciuto nelle case Lamaro ha anche giocato a lungo a basket, fino a competere in serie C. Questo non lo ha distolto dagli studi. Dopo la laurea in giurisprudenza a La Sapienza di Roma, è stato assistente di Politica economica presso lo stesso ateneo (il titolare di cattedra era Franco Romani) e di Scienza delle finanze alla Luiss, e ha poi insegnato Economia e politica della concorrenza all’Università di Siena. È rimasto tra i collaboratori di Romani anche quando nel 1986 l’allora ministro dell’industria, Valerio Zanone, lo indicò nella Commissione per lo studio della concorrenza, che fu alla base della legge che portò alla nascita in Italia dell’Antitrust».

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Tra l’altro l’Antitrust, di cui Stazi è stato segretario generale, Sommella la conosce benissimo: nel 2005, quando era vicedirettore di Milano Finanza, diventò il responsabile della direzione relazioni esterne dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sotto la presidenza dello scomparso Antonio Catricalà. Ora la storia si potrebbe ripetere con Stazi alla Consob. Vedremo.

Bce, Schnabel potrebbe lasciare in anticipo per il Fmi

Isabel Schnabel potrebbe lasciare anticipatamente il comitato esecutivo della Bce per assumere un incarico al Fondo monetario internazionale. Lo riporta Handelsblatt citando fonti governative e finanziarie. La banchiera centrale tedesca sarebbe in trattative per assumere la guida del dipartimento dei mercati del Fmi, posizione rimasta vacante dal primo settembre dopo l’uscita di Tobias Adrian. Un portavoce del Fondo ha dichiarato che la procedura di selezione è in corso e che un annuncio sarà diffuso una volta conclusa.

Anche Lagarde potrebbe dimettersi prima della scadenza del mandato

Un’uscita anticipata di Schnabel, il cui mandato scade nel dicembre 2027, potrebbe inserirsi in un più ampio riassetto del vertice dell’Eurotower. Anche i mandati della presidente Christine Lagarde e del capo economista Philip Lane termineranno il prossimo anno, rendendo probabile una trattativa complessiva tra i leader europei sulle nomine. Da mesi si moltiplicano gli indizi che la stessa Lagarde potrebbe lasciare la Banca centrale prima della fine del suo mandato, nell’ottobre 2027, per trasferirsi al Forum economico mondiale di Davos. Di recente ha anche lasciato intendere che potrebbe svolgere un ruolo nelle elezioni presidenziali francesi per far sentire la voce dell’Europa.

Inchiesta su finanziamenti illeciti a Reform UK, Farage ancora nei guai

Due dirigenti di Reform UK si sono dimessi dopo un’inchiesta del gruppo Verbatim Investigations su presunti illeciti nei finanziamenti alla formazione di estrema destra guidata da Nigel Farage, andata in onda sulla rete pubblica Channel 4. A lasciare sono stati Dan Jukes, collaboratore di lunga data di Farage, e James Orr, responsabile delle politiche del partito. L’annuncio è arrivato a poche ore dall’inizio del congresso annuale di Reform UK, che si terrà a Birmingham.

Juke e Orr incastrati dalle immagini girate di nascosto

Le immagini diffuse da Channel 4 sono state girate con una telecamera nascosta da due giornalisti, che hanno finto di essere un facoltoso uomo d’affari statunitense e suo figlio, interessati a finanziare Reform UK aggirando le leggi britanniche. L’inchiesta è durata circa un anno e ha visto numerosi incontri: Farage ha partecipato solo all’ultimo, andato in scena a luglio nella sua città, Clacton-on-Sea, dove è stato di recente rieletto nelle suppletive dopo le dimissioni da deputato, arrivate a seguito dello scandalo dei cinque milioni in criptovalute versati dall’imprenditore Christopher Harborne. Le immagini mostrano Jukes che suggerisce un modo per assicurarsi una donazione di 500 mila sterline eludendo il divieto di ricevere fondi dall’estero (ossia tramite il figlio del finto magnate, residente nel Regno Unito) e Orr che propone di finanziare segretamente tre sondaggi da oltre 32 mila sterline complessivi, effettivamente poi pagati a un’azienda creata da Verbatim per l’occasione. E questo si configurerebbe come donazione illecita. Farage, come detto, ha partecipato solo all’ultimo incontro, in cui lo si vede ringraziare i finanziatori americani per il loro contributo.

Cosa prevede la legge elettorale britannica

La legge elettorale britannica vieta donazioni provenienti da entità o cittadini stranieri. Inoltre i versamenti leciti ma superiori a 11.180 sterline devono essere dichiarati alla Commissione Elettorale: per quelle al centro dell’inchiesta non è avvenuta alcuna dichiarazione. I giornalisti di Verbatim hanno dunque messo in evidenza una doppia infrazione da parte di Reform UK, che dopo la pubblicazione dell’inchiesta hanno messo alla porta Jukes e Orr.

Farage: «Si tratta chiaramente di una trappola»

«Il partito non ha violato alcuna legge. Non ha accettato denaro di provenienza dubbia né nulla del genere. Si tratta tuttavia chiaramente di una trappola: hanno lavorato a lungo a questo piano, riuscendo a indurre alcuni nostri collaboratori esterni a dire cose che forse non avrebbero dovuto dire», ha dichiarato Farage. Reform UK, sottolineando che il coinvolgimento dei finti statunitensi si è limitato ai sondaggi, ha negato qualsiasi illecito e liquidato l’inchiesta come «una messinscena da attivisti sul clima finanziati dall’estero», il Center for Climate Reporting, insistendo sul fatto che il partito dispone di «un solido processo di verifica per i potenziali donatori approvato dalla Commissione elettorale».

Trump sulla moneta da 1 dollaro, è il primo presidente Usa in carica

Donald Trump ha il suo volto sulla moneta da 1 dollaro, in quella che è la prima iniziativa a coinvolgere in forma esclusiva un presidente Usa in carica, a dispetto della tradizione e delle leggi sul divieto di raffigurare persone viventi sulla valuta Usa. Malgrado il segretario al Tesoro Scott Bessent abbia sostenuto che fosse accettabile in occasione del 250 anni della fondazione dell’America, gli esperti e i democratici al Congresso hanno contestato la mossa, sostenendo che la moneta è illegale in base a una legge del 1866 che vieta appunto la presenza di persone viventi sulla valuta americana. La Zecca l’ha però messa comunque in vendita perché la legge del 2020 che autorizza le emissioni celebrative vieta il ritratto di una persona vivente sul retro, ma non formula lo stesso divieto per il dritto, dove infatti compare Trump. Il Tesoro sostiene quindi che il conio sia legittimo. Le monete, con sul retro il sigillo presidenziale e il numero 250, sono state messe in vendita il 2 settembre in rotoli e sacchetti.

Codice presenta Ipazia, l’intelligenza artificiale che dialoga con gli ospiti

Un’intelligenza artificiale che non si limita a rispondere a domande preparate in anticipo, ma può essere interrogata, reagire agli interlocutori e costruire le proprie risposte nel corso della conversazione. È Ipazia, la nuova intelligenza artificiale sviluppata per Codice, il programma di Rai 1 condotto da Barbara Carfagna dedicato alle trasformazioni tecnologiche, scientifiche e sociali del nostro tempo, arrivato alla sua decima edizione.

Il confronto con l’AI diventa parte del racconto televisivo

Ipazia nasce come una Rag aziendale, una tecnologia ben più complessa di un semplice chatbot. Le Rag – Retrieval-augmented generation – sono sistemi elaborati e costosi, che richiedono la costruzione e l’organizzazione di una base documentale, infrastrutture tecnologiche, modelli di intelligenza artificiale e procedure per selezionare e recuperare le informazioni pertinenti prima di generare una risposta. Nel caso di Codice, questo apre una prospettiva particolarmente interessante: dieci edizioni rappresentano infatti un patrimonio editoriale fatto di centinaia di interviste, reportage, testimonianze, immagini, analisi e incontri con scienziati, imprenditori, ricercatori e protagonisti delle grandi trasformazioni contemporanee. Un archivio che può progressivamente diventare non soltanto consultabile, ma interrogabile. Nel programma, Ipazia può dialogare con gli ospiti, porre domande ed essere a sua volta interrogata, senza che domande e risposte debbano necessariamente essere preparate in precedenza. Il confronto con l’intelligenza artificiale diventa così parte del racconto televisivo e, nello stesso tempo, un esperimento sul futuro dell’interazione tra pubblico, contenuti e media.

L’avatar potrebbe sbarcare su RaiPlay

L’esperimento potrebbe inoltre uscire dallo studio televisivo. Ipazia potrebbe essere inserita nella pagina di Codice su RaiPlay, diventando accessibile anche da casa. Gli spettatori potrebbero interrogarla direttamente, approfondire gli argomenti affrontati nelle dieci edizioni, porre nuove domande e continuare l’esperienza del programma oltre il momento della messa in onda. Una televisione, dunque, che non termina con i titoli di coda, ma il cui patrimonio editoriale può diventare interrogabile. Codice sperimenta così un possibile passaggio dalla televisione lineare a un ambiente nel quale lo spettatore non è più soltanto destinatario del racconto, ma può entrare in relazione con la conoscenza accumulata dal programma nel corso degli anni. Con Ipazia, Codice porta l’intelligenza artificiale non soltanto tra i temi raccontati dalla trasmissione, ma dentro il suo stesso linguaggio e il suo processo editoriale, sperimentando una possibile nuova vita digitale dell’archivio televisivo.

Con Trump la deportazione diventa un videogioco

La Casa Bianca ha lanciato Arcade, sala giochi online con cinque versioni a tema Maga di altrettanti videogiochi classici, in cui ci si può cimentare – tra le altre cose – nell’espellere migranti e costruire un muro di confine. «Non riusciamo a smettere di vincere. Costruisci il muro. Deporta. Riempi un Trump Account», recita il post pubblicato dalla White House sui social, in cui compare anche il logo Maga realizzato col font Sega.

I cinque videogiochi Maga di Arcade

Il primo gioco è Flappy Bill, versione trumpiana di Flappy Bird in cui i giocatori devono guidare un’aquila calva che trasporta un disegno di legge attraverso una serie di ostacoli sul National Mall. Il secondo è Build the Wall, rivisitazione Maga del celebre Tetris: in questo caso i mattoncini servono a costruire un muro di confine per «proteggere il confine dall’orda in arrivo». Rio Run ricorda il popolare gioco per dispositivi mobili Snake: un mini-Tom Homan (lo “zar dei confini”) pattuglia un’area a griglia per «raccogliere tutti gli attraversatori presenti» senza ripercorrere il proprio tracciato. A ogni cattura se ne aggiunge uno al “serpente”. In caso di fallimento, appare una schermata con il numero dei deportati. C’è poi Supply Line, che ricorda Tapper: il cibo scorre lungo una catena di montaggio e i giocatori devono scartare i prodotti che non soddisfano gli standard di Make America Healthy Again. Il quinto videogame è Trump Savings Tycoon: in questo caso l’obiettivo è raccogliere denaro per il piano di risparmio dell’Amministrazione Usa che offre mille dollari a ogni bambino nato durante il mandato di The Donald. La Casa Bianca ha spiegato che Arcade rappresenta un modo divertente per mettere in risalto i successi di Trump nel suo secondo mandato: «Siamo fortemente concentrati su come innovare e raccontare i numerosi risultati raggiunti dal presidente, in modo che possano essere apprezzati da ogni americano», ha detto un funzionario a Fox News Digital.

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca

Monte dei Paschi di Siena ha comunicato «di aver ricevuto da parte della Banca Centrale Europea le autorizzazioni in merito alla fusione per incorporazione di Mediobanca», di cui Rocca Salimbeni controlla l’86,3 per cento dopo l’opas da quasi 14 miliardi di euro. Via libera anche alle «altre operazioni di riorganizzazione societaria previste che saranno sottoposte all’assemblea degli azionisti» del 29 ottobre: ok della Bce all’ingresso nel cda di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi non eletti della lista di minoranza, destinati a subentrare nei posti rimasti vacanti nel board dopo le dimissioni di Fabrizio Palermo e la decadenza di Carlo Vivaldi. Il consiglio d’amministrazione tornerà quindi presto nella sua composizione a 15 membri. Contestualmente, si legge nella nota diffusa da Mps, «sono state autorizzate le conseguenti modifiche statutarie». L’assemblea degli azionisti di Siena sarà chiamata anche a esprimersi sulla duplice ops su Banco BPM e Banca Generali.

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca
Mediobanca (Imagoeconomica).

Spunta l’ipotesi di un election day in primavera con politiche e amministrative insieme

Dopo il confronto sulla modifica della legge elettorale, tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein sarebbero iniziati i contatti sulla possibile data delle elezioni politiche 2027. Per ora prevale la riservatezza ma, secondo il Corriere, ci sarebbe una convergenza sull’ipotesi di anticipare il voto rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Se gli alleati preferirebbero arrivare fino a ottobre, puntando sia su ragioni tecniche legate alle norme elettorali, sia sugli effetti della prossima finanziaria e sia sul possibile ridimensionamento del fenomeno vannacciano, la premier considera la primavera l’opzione più conveniente. Per questo starebbe meditando di accorpare le elezioni politiche con le amministrative in un unico election day da tenersi tra aprile e maggio. La mossa sarebbe delicata per il centrodestra – andranno al voto molte grandi città tra cui Roma, Milano, Napoli, Bologna e Firenze – e c’è il rischio di un effetto favorevole al Campo largo. Ma, secondo alcune fonti citate dal Corsera, sia nella Capitale sia nel capoluogo lombardo ci sarebbero «margini per vincere» e «Giorgia potrebbe fare da traino».

Sia Meloni sia Schlein sarebbero favorevoli all’election day

L’election day avrebbe inoltre un vantaggio sul piano istituzionale. La decisione sulla fine della legislatura spetta infatti al Quirinale e, secondo la prassi, la premier dovrebbe prima formalizzare la crisi in Parlamento e poi salire al Colle. Legare le dimissioni all’accorpamento delle elezioni renderebbe politicamente più comprensibile la scelta e, secondo esponenti dell’esecutivo, anche più favorevole a Meloni. La soluzione potrebbe incontrare il consenso dell’opposizione perché anche Schlein avrebbe interesse ad anticipare il voto, per evitare che un’attesa troppo lunga finisca per alimentare le tensioni interne e indebolire la sua leadership. Per ciò che riguarda le date, le amministrative devono essere indette tra il 15 aprile e il 15 giugno, quindi il 18 aprile sarebbe la prima domenica utile. Questo timing non consentirebbe però di varare i decreti attuativi delle norme che verranno approvate con la finanziaria. Per questo si valutano le domeniche successive, in particolare quelle del 23 e del 30 maggio, ultima data utile per applicare l’election day e consentire il ballottaggio delle Comunali entro il 15 giugno. In ogni caso, se ne riparlerà dopo l’approvazione definitiva della legge elettorale.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci

Piccolo bilancio controcorrente. Meno migranti, meno criminalità, conti in ordine: è il medagliere che Giorgia Meloni potrebbe appuntarsi al petto nel celebrare il raggiungimento del record di governo più longevo della Repubblica. E invece la premier rischia di fare harakiri per non farsi scavalcare a destra da Roberto Vannacci. Un vero e proprio paradosso di propaganda.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Un manifesto per l’evento di FdI a Bari (Imagoeconomica).

Ecco i numeri che uno si aspetterebbe in occasione della celebrazione in pompa magna a Bari per rimarcare che lei, prima donna a diventare premier, prima esponente di destra-destra a guidare un esecutivo, è anche colei che ha saputo tenere a bada le riottose anime della sua maggioranza per più tempo di ogni suo predecessore della prima, seconda e terza Repubblica.

Il calo degli sbarchi cancellato dalla rincorsa a Vannacci

Grazie alle politiche del governo e dell’Unione europea, nel primo semestre del 2026 gli sbarchi di migranti irregolari in Italia sono calati del 52 per cento rispetto all’anno precedente e in tutto il continente sono calati del 37 per cento. Merito delle politiche messe in campo con i Paesi d’origine sia dai singoli governi sia, soprattutto, da Bruxelles e merito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo su cui l’Italia ha influito non poco. In un Paese normale e in tempi normali sarebbe un successo, ma siamo in Italia in tempi di fake news e di nuovi posizionamenti in vista di elezioni politiche e allora il tema migranti diventa un campo di battaglia a destra. Dunque Vannacci attacca, la Lega insegue, Meloni rincorre. E i dati passano in secondo piano. FN parla di «remigrazione», Salvini di invasione e Italia «campo profughi d’Europa», la premier lancia l’allarme sicurezza davanti allo sbarco di migranti nell’exclave spagnola di Ceuta. E quello che avrebbe potuto essere un successo di cui andare fieri diventa nella narrazione dello stesso governo un tallone d’Achille di Palazzo Chigi.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Migranti a Ceuta (Ansa).

Meno criminalità, più decreti sicurezza

Stesso schema per la sicurezza. A Ferragosto i dati diffusi dal Viminale da un orgoglioso ministro Matteo Piantedosi hanno restituito la fotografia di un Paese in cui il tasso di criminalità, per la verità mai altissimo se paragonato a quelli di altri Paesi occidentali, è ulteriormente diminuito. Se escludiamo la piaga della corruzione, infatti, i reati di sangue e quelli a maggior allarme sociale, che cioè toccano i semplici cittadini, sono calati del 10 per cento rispetto al 2025. Omicidi (meno 15,3 per cento), furti (meno 11,4 per cento), rapine (meno 12,3 per cento), violenze sessuali (meno 7,1 per cento), truffe informatiche (meno 9,5 per cento). Un altro successo del governo? Apparentemente sì, ma non per il governo… che infatti continuerà a produrre decreti sicurezza come se non ci fosse un domani, lanciando allarmi che generano altra paura. Al momento, leggina più leggina meno, siamo arrivati ad almeno sei decreti sicurezza in quattro anni, per un totale di 57 nuovi reati e 60 aggravanti. Qualcuno potrebbe osservare che il calo dei crimini è dovuto proprio al profluvio di norme restrittive: in realtà i delitti calati non sono quelli messi in mora dalle nuove leggi, il controllo del territorio e la prevenzione sono stati il vero motore del crollo dei casi. Eppure, grazie alla propaganda del combinato disposto Vannacci-Lega, la premier da Bari dovrebbe lanciare l’ennesimo allarme sicurezza e l’ennesima stretta, legittimando una narrazione che vuole il Paese sempre più insicuro. Vero è che migranti e sicurezza sono i cavalli di battaglia del centrodestra in ogni elezione, ma se ad alzare i toni e ad alimentare la paura è il governo in carica, il rischio autogol è dietro l’angolo.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Almeno l’austerity ha contenuto il debito

Infine un piccolo paradosso, questa volta solo positivo: stupendo economisti, politologi e osservatori internazionali, il governo di Giorgia Meloni è stato il primo esempio di un esecutivo italiano di centrodestra che non ha sfondato i conti pubblici. Questa forse è una lode che fa venire l’orticaria alla stessa maggioranza, ma per la prima volta l’austerity non è stata impersonata da tecnocrati o dal Pd ma dai partiti che negli anni berlusconiani erano abituati a spese allegre. Dopo il biennio di fortissima spesa per sostenere l’economia durante il Covid (nel 2020 il rapporto debito/Pil è toccato il 154 per cento), va a merito della premier e del suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di aver cercato di far rientrare il rapporto debito/Pil in ranghi più accettabili (siamo al 137 per cento). C’è ancora tanto da fare e forse gli italiani non apprezzeranno di dover tirare la cinghia, ma la strada di contenimento del debito è quella giusta soprattutto per non gravare sulle nuove generazioni.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).