di Erika Noschese
Ieri, l’aula del Consiglio Comunale di Salerno è stata il palcoscenico dell’ennesima, innegabile, masterclass dialettica di Vincenzo De Luca. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione, attraverso l’approvazione delle linee guida per la variante strutturale al Piano Urbanistico Comunale, ha tutto il sapore di una rivoluzione: meno cemento, più riqualificazione, uno stop deciso al consumo di suolo e una marcata riduzione degli spazi per la speculazione edilizia. La direttrice punta dritto sul recupero del patrimonio esistente, contemplando anche interventi mirati come la realizzazione di edilizia residenziale pubblica in via Picarielli, che richiederà un’apposita variante alla pianificazione vigente. Si prospetta una crescita, certo, ma vincolata e funzionale: housing sociale, residenze per studenti, per anziani e per quel ceto medio sempre più stritolato dalla morsa del caro-vita. Il tutto accompagnato da una chiosa netta, iconica e rassicurante in merito a un caso specifico sollevato in aula: «Un grattacielo di 14 piani a Brignano non si farà mai». E bisogna riconoscerlo con assoluta onestà intellettuale: in questo frangente, De Luca è stato dialetticamente perfetto. Lo è stato, in particolar modo, quando ha dovuto spiegare ai banchi dei più scettici le ragioni storiche e amministrative che lo hanno portato, nel corso degli anni, a intestarsi battaglie complesse come quella del Grand Hotel Salerno. Agli occhi del pubblico e, checché se ne dica, anche della stampa, il sindaco appare sempre come una figura inattaccabile, seria e granitica quando decide di entrare nel merito rigoroso delle questioni, sviscerandone i dettagli tecnici con una padronanza che annichilisce le opposizioni (emblematica, a margine della discussione sulla variazione al bilancio di previsione 2026-2028 e sul consolidato 2025, la sua replica tranchant: «Io sono dieci volte più critico di voi»). Ed è proprio per questo doveroso rispetto dei fatti che lui stesso, giustamente, invoca a più riprese, che ci sentiamo in dovere di non far finta di nulla e di analizzare la realtà per come si è sedimentata nella viva pietra della città. Perché c’è stata una scivolata. Una di quelle affermazioni che, pronunciate da chiunque altro, passerebbero inosservate nel mare magnum della retorica politica quotidiana, ma che in bocca a lui assumono i contorni del paradosso storico e di una narrazione quantomeno distorta. Ieri, per giustificare la nuova linea verde e di recupero del PUC, De Luca ha dichiarato di “aver assistito alla costruzione di palazzoni in cemento”. Aver assistito. Un verbo passivo, contemplativo. Come se si fosse trattato di uno spettacolo a cui ha presenziato da spettatore pagante, accomodato comodamente in platea, mentre sul palcoscenico urbano qualcun altro dirigeva a sua insaputa gru e betoniere. Eppure, per le ragioni che tutti noi salernitani conosciamo fin troppo bene e che non abbiamo bisogno di ribadire pedissequamente qui, Vincenzo De Luca è, oggettivamente e ininterrottamente, il dominus e il sindaco di Salerno dal lontano 1993 ad oggi. Non ce ne vogliano, in questa doverosa ricostruzione fattuale, le figure di Mario De Biase ed Enzo Napoli. Soprattutto quest’ultimo, che nei suoi quasi dieci anni da primo cittadino ha indubbiamente fumato molti più sigari rispetto a quante decisioni abbia finto di prendere in totale e reale autonomia. Le brevi parentesi in cui De Luca ha formalmente ricoperto altri incarichi non gli hanno mai impedito, nemmeno per un istante, di allungare la sua mano decisionale, esecutiva e accentratrice su Salerno, simulando – e incarnando alla perfezione – il ruolo di Santo Patrono laico e onnipresente. Dunque, se di cementificazione selvaggia dobbiamo parlare oggi, quel cemento ha una paternità inequivocabile. Se ne è merito, o se ne è colpa, è soprattutto – per non dire esclusivamente – merito o colpa sua. Palazzi su palazzi. Edifici preesistenti rasi al suolo unicamente per fare spazio ad altri, imponenti palazzi. Intere zone residenziali che sono spuntate come funghi in questi tre decenni e che continuano imperterrite a spuntare in diverse aree nevralgiche del tessuto urbano. Una colata inarrestabile che si è portata dietro un’assenza totale, cronica e asfissiante di un corrispettivo valido e sufficiente di verde pubblico e di servizi primari. E qui, per usare le parole scolpite nella storia del nostro Paese da Bettino Craxi durante la sua celebre deposizione al processo Enimont, ci teniamo a sottolineare un concetto fondamentale: «E non lo vedeva solo chi non lo voleva vedere e non ne era consapevole solo chi girava la testa dall’altra parte». Lo ripetiamo anche oggi su queste colonne: lo abbiamo visto tutti, signor Sindaco. Abbiamo visto i progetti di finanza stratificarsi inesorabilmente su altri progetti di finanza, architettati spesso per continuare a cementificare, salvo poi ritrovarsi puntualmente a dover risolvere le infinite criticità – come l’annosa e spinosa vicenda del Palazzetto dello Sport, per citare una delle cattedrali nel deserto più eloquenti – attingendo dolorosamente ai fondi pubblici. Salerno, ha ricordato ieri lo stesso De Luca intrecciando abilmente la questione urbanistica al tema del caro-casa, è al settimo posto in Italia per valori immobiliari. Ha persino ipotizzato misure draconiane e stringenti per frenare la speculazione: chiedere ai costruttori di rivelare preventivamente l’identità dei residenti, pena il mancato rilascio dei permessi a costruire. Un proposito nobile, certo. Ma se oggi questa stessa città, pur avendo prezzi delle abitazioni da capogiro, perde costantemente cittadini, costringe i giovani a emigrare altrove, non offre servizi all’altezza di una moderna visione europea e si ritrova soffocata da palazzoni senz’anima, a chi lo si deve di preciso, caro sindaco? Chi ha firmato le visioni, i progetti e le varianti di questi ultimi trent’anni? Come se non bastasse, a rendere il quadro ancora più surreale, basta riavvolgere il nastro della memoria collettiva a una manciata di settimane fa. Nel mese di luglio, lo stesso identico sindaco parlava con assoluta urgenza della necessità di costruire ben quindici nuovi alberghi per fronteggiare la domanda turistica. Quindici strutture ricettive. Ieri, invece, si è celebrato improvvisamente il funerale del mattone, in nome dello stop al cemento. Viene da chiedersi, con sincero disorientamento: questi quindici alberghi fioriranno magicamente dal nulla? Saranno forse declinati come “alberghi diffusi”, in pieno e suggestivo stile Matera, in cui verranno proposti ai visitatori soggiorni brevi all’interno degli stessi palazzoni appena costruiti, invenduti e difficilmente abitabili dai salernitani a causa dei prezzi esorbitanti? A luglio servono inderogabilmente gli alberghi, ieri si impone perentoriamente la fine dell’era del cemento. Schopenhauer sosteneva che la memoria umana agisce esattamente come la lente d’ingrandimento in una camera oscura: rimpicciolisce gli oggetti fino a farli svanire o li ingigantisce a dismisura, a seconda della convenienza del momento. Sembra proprio che a Palazzo di Città si scelga scientemente cosa rimpicciolire e cosa ingigantire a seconda dell’ordine del giorno del consiglio in corso. Oggettivamente, per usare una nota espressione, grande è la confusione sotto il cielo. Ma a differenza di quanto sosteneva Mao Zedong in chiusura del suo celebre aforisma, guardando le strade, i cantieri e le prospettive della nostra città, possiamo affermare con assoluta certezza che la situazione, purtroppo, è tutt’altro che eccellente.
L'articolo Salerno. L’architetto che si finse spettatore proviene da Le Cronache.
