di Olga Chieffi
Nunzia Schiano ha scelto “Femmene” su testi di Myriam Lattanzio e tratti da “Nostra Signora dei Friarielli” di Anna Mazza, assieme a Myriam Lattanzio, Francesco Ponzo alla chitarra e Roberto Giangrande al contrabbasso, diretti registicamente da Niko Mucci per presentarsi questa sera al Teatro dei Barbuti alle 21,15, per ricevere il premio Natella, dedicato all’ideatore di questa rassegna estiva, l’indimenticato Peppe. L’ormai storico cavallo longobardo di nello Ferrigno sarà consegnato da Chiara Natella, a Nunzia Schiano, giusto tributo, a questa personalità del mondo dello spettacolo che ha intrecciato il suo percorso con la storica rassegna dei Barbuti, andando, così, ad iscrivere nell’ albo d’oro il suo nome, accanto a Michele Placido, Massimo Venturiello, Peppe Barra, Anna Mazzamauro, Beatrice Fazi e Anna Rita Vitolo, e a tanti altri ancora. Lo spettacolo teatrale Femmene, che interpreterà Nunzia Schiano costituisce un interessante oggetto di analisi per la drammaturgia contemporanea e gli studi sulla performatività di genere nell’area partenopea. La struttura dell’opera, concepita come un atto unico polifonico basato su testi di Myriam Lattanzio e con estratti tratti da Nostra Signora dei Friarielli di Anna Mazza, articola una complessa galleria di ritratti femminili che sfidano le riduzioni stereotipiche della retorica tradizionale. Attraverso il registro del monologo, la Schiano incarna una pluralità di figure matriarcali, popolari e contemporanee, muovendosi con padronanza drammaturgica tra il registro comico e la dimensione tragica. Una galleria umana, una serie di ritratti femminili, di voci di donne. In questa galleria ognuna di esse rappresenta una tessera di quel mosaico complesso ed affascinante che è l’animo umano femminile. Donne rappresentate nella loro forza e nella loro fragilità insieme. Tableaux vivant in cui troveranno spazio una mater dolorosa che darà vita ad una nuova Pietà, una ragazza che vive, aldilà della sua condizione femminile, la sensazione di guardare il mondo reale attraverso il finestrino di una metropolitana che, nonostante la fermata, non le consentirà mai di “scendere” nel mondo reale che forse, tanto reale non è. Donne violentate nel corpo e nell’anima. La drammaturgia non si limita a delineare una sequenza di macchiette o caratteri folcloristici, ma opera una vera e propria decostruzione socio-linguistica del quotidiano attraverso il dialetto napoletano, assunto qui non come mero espediente colore drammatico, ma come lingua dotata di piena dignità filosofica, politica ed espressiva. Sul piano performativo, il corpo dell’attrice diventa il perno attorno al quale ruotano memorie collettive, resilienza, vulnerabilità e rivendicazioni di autonomia sociale, offrendo una rappresentazione tangibile della complessità emotiva dell’universo femminile. L’interazione scenica si avvale del dialogo organico con la componente musicale curata ed eseguita da Myriam Lattanzio, accompagnata da arrangiamenti che non svolgono una funzione di semplice sottofondo, ma intervengono attivamente nella punteggiatura emotiva e nella scansione metrica della drammaturgia. In tal modo, la musica popolare si intreccia alla parola parlata creando una sinestesia rappresentativa in cui il canto prolunga ed espande la portata concettuale dei monologhi. Una pennellata per ricordare e ricordarci che se il cielo è azzurro, è nei suoi momenti più belli che si tinge di rosa. Quindi, l’omaggio che la Lattanzio fa alle più grandi interpreti e autrici latino – americane (Chavela Vargas, Mercedes Sosa, Violeta Parra, Consuelo Velasquèz) completa questo spettacolo tutto al femminile. L’opera si colloca all’interno di un filone di ricerca teatrale che rilegge l’identità antropologica del Mezzogiorno non come spazio statico o nostalgico, ma come terreno dinamico di critica culturale, all’interno del quale la figura della donna emerge come agente di trasmissione storica e al contempo come forza di rottura verso le strutture patriarcali storicamente consolidate.
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