Prendiamo un incunabolo, un volume stampato con la tecnica dei caratteri mobili usata fino al 1500: oggi lo ammiriamo racchiuso in una teca di vetro in un museo, nessuno si sognerebbe di decifrarlo. Eppure sopravvive: muto, ma integro. I libri di Anthropic non sono finiti in una teca, anzi all’inizio del 2024 l’azienda ha avviato un’operazione interna nota come “Project Panama“: comprare libri fisici in blocco, tagliarne le costine con macchine idrauliche, scansionarli ad alta velocità e riciclare la carta.
La questione legale degli e-book piratati
Un documento interno lo descrive senza pudori: «Project Panama è il nostro sforzo per scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». A dirigerlo Tom Turvey, ex responsabile di Google Books, assunto apposta per procurarsi legalmente ciò che ad Anthropic serviva. «Legalmente» è la parola chiave: prima di “Project Panama” un cofondatore di Anthropic aveva scaricato personalmente milioni di e-book piratati da “biblioteche ombra” come LibGen, esponendo l’azienda a un rischio legale enorme. È questa la vicenda, la distruzione delle copie dei libri per ricomporle in contenuti senza autore, e non il macero dei libri fisici, che ha portato alla causa Bartz v. Anthropic, depositata nell’agosto 2024.

Una battaglia di tre autori americani
A intentarla sono stati tre autori americani: Andrea Bartz, autrice di thriller psicologici come We Were Never Here; Charles Graeber, giornalista di The New Yorker e GQ, autore di The Good Nurse, diventato nel 2022 un film Netflix con Eddie Redmayne e Jessica Chastain; Kirk Wallace Johnson, che ha scritto The Feather Thief, storia vera di un furto di pelli di uccelli rari da un museo britannico. Non certo autori di bestseller mondiali, ma professionisti affermati, con vendite dimostrabili e opere effettivamente rintracciabili nei dataset, il che ha reso possibile la causa in tribunale.
Risarcimento per copyright da 1,5 miliardi di dollari
Nel giugno 2025 il giudice William Alsup ha stabilito che l’uso di libri acquisiti legalmente per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale – quindi anche quelli passati per le forbici idrauliche di “Project Panama” – era «quintessenzialmente trasformativo» e coperto da fair use (uso lecito). Ma ha giudicato illecita la costituzione di una «biblioteca centrale» di materiale piratato. La causa si è trasformata in una class action da quasi mezzo milione di opere. Il 20 luglio un’altra giudice, Araceli Martínez-Olguín, subentrata nel frattempo, ha concesso l’approvazione definitiva dell’accordo da 1,5 miliardi di dollari: il più grande risarcimento per copyright della storia americana.

Titoloni allarmistici su biblioteche «divorate» e volumi «maciullati»
L’allarme che si è levato attorno a questa vicenda ha scelto il tono sbagliato. «L’AI distrugge i libri!» si è letto, soprattutto sui social, ma non solo: anche titoli di testate autorevoli parlano di intelligenza artificiale che «divora» biblioteche intere, di volumi «maciullati», di un pericolo che si estenderebbe ormai fino ai libri antichi e da collezione. Sono ricostruzioni che sanno distinguere tra i libri acquistati legalmente e quelli scaricati da biblioteche pirata, che conoscono i dettagli tecnici del destructive scanning ma che non mettono a fuoco il problema: trattano la distruzione del supporto fisico come se fosse, di per sé, la notizia. Non lo è, è uno slogan efficace per spaventare gli apocalittici, strumento di rage bait, che attira cioè le reazioni indignate degli utenti, ma è impreciso.
Chi ha diritto a godere del valore generato da un libro dato in pasto all’IA?
Nessun testo è sparito: i libri di Bartz, Graeber e Johnson sono ancora in libreria, nelle biblioteche personali, in casa di molte persone, ancora citabili, ancora integri quanto un incunabolo nella teca di un museo. Quello che la causa contesta non è la sopravvivenza dell’opera – in questo caso del libro – ma la modalità del suo utilizzo, cioè chi acquisisce, chi autorizza, chi viene pagato. Una questione di property rights, di diritti di proprietà, non di conservazione culturale. Tecnica, si dirà, ma sotto la tecnica del copyright si consuma una domanda che tecnica non è: chi ha diritto a godere del valore generato da un libro quando quel libro diventa materia prima di un sistema che lo restituisce senza firma, senza voce, senza copertina?

L’autore rischia di sopravvivere soltanto come rumore di fondo
Non è il libro a rischiare l’estinzione, è l’autore come funzione riconoscibile. Il miliardo e mezzo di dollari non ha salvato nessun volume dal macero: ha comprato il riconoscimento che dice che quella paternità valeva qualcosa, anche dentro un processo che la rende statisticamente anonima. La teca nel museo protegge l’aura dell’oggetto, il copyright, quando funziona, protegge la firma dell’autore. Il vero rischio, allora, non è che il libro muoia, come gridano i titoli dei giornali, è che l’autore sopravviva soltanto come rumore di fondo nell’output, il risultato finale, di qualcun altro. L’AI prende un testo che era “singolare”, cioè firmato da una persona, pubblicato da un editore, datato, riconoscibile, e lo frantuma in un sostrato statistico anonimo: la firma sparisce, non si sa più chi lo ha scritto. I libri di Bartz, Graeber e Johnson diventano indistinguibili, la loro singolarità evapora nella media.
L’ansia da smaterializzazione e la tecnologia degli NFT
Non è un caso che l’ansia da smaterializzazione abbia prodotto, per reazione, una tecnologia che fa esattamente il contrario: dove l’AI dissolve la singolarità di un testo in un anonimato statistico, l’NFT inventa una singolarità artificiale dove non ce n’era nessuna. L’NFT, Non Fungible Token, “gettone non fungibile”, è un certificato di proprietà registrato su un archivio digitale immutabile, che attesta chi possiede l’originale di un file – un file digitale, o un’immagine – che per natura è infinitamente copiabile, identico a ogni sua replica, e a cui l’NFT inietta artificialmente una scarsità che non possiede. È una specie di teca senza reliquia, l’aura di un oggetto comprata a posteriori, per contratto, non ereditata dalla storia materiale dell’oggetto. Due risposte opposte alla stessa crisi, quella di un’economia dell’informazione in cui copiare non costa nulla: una nega che l’autore conti ancora, l’altra finge che sia la scarsità a contare ancora. In entrambi i casi a sparire non è l’oggetto, il libro o qualunque altra cosa, è il legame tra l’oggetto e chi lo ha vissuto.

Non è la prima volta che un supporto muore
Non è la prima volta che un supporto muore perché la sua funzione è stata assorbita da un altro. Il rotolo di papiro ha ceduto al codice, il codice manoscritto ha ceduto alla stampa, la stampa oggi cede – non scompare, cede – al testo sempre disponibile, che si può interrogare e ricomporre. L’incunabolo non ha smesso di esistere, ha smesso di essere utile: è diventato reliquia perché il suo contenuto è già altrove, riprodotto, commentato, oggi digitalizzato mille volte.
Cosa si perde nella rielaborazione?
Ma la teca trattiene qualcosa che il modello linguistico non conserva: l’unicità dell’oggetto, la storia materiale di chi l’ha letto prima di noi. Il modello astrae il testo, lo statisticizza, lo restituisce senza voce, senza edizione, senza copertina, senza corpo. Non lo distrugge come oggetto fisico, ma lo rielabora. Cosa si perde nella rielaborazione di qualcosa che una volta si conservava in una teca di vetro? Difficile immaginare i libri di Bartz, Graeber e Johnson esposti al MoMA. E ci si chiede se la cultura sopravviva meglio come oggetto venerato e inerte da museo, o come sostanza dissolta e rimessa in circolo. In entrambi i casi, qualcosa resta indietro, qualcosa si perde.
