Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti

Durante un afoso lunedì sera, al Tg1 delle 20, la giornalista parlamentare Maria D’Elia ha intervistato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Gli ha fatto una domanda sullo scudo penale, applicato per la prima volta ai due poliziotti che, a Bologna, sono stati protagonisti del fermo di un cittadino marocchino in stato di alterazione psicofisica e che è morto mentre cercavano di ammanettarlo. Questa, letterale, è stata la risposta del ministro: «Non è uno scudo penale, è una giusta collocazione di un caso all’interno di un’iscrizione in un registro apposito, voluto da una legge recente approvata dal governo Meloni, di persone che sembrano aver partecipato a un fatto in presenza di una causa di giustificazione».

Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo

Tradotto per gli spettatori del Tg1 che stavano addentando lo spaghetto e che sono rimasti con la forchetta a mezz’aria. Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino, è morto a Bologna il 19 luglio dopo un intervento della polizia. Due agenti lo hanno bloccato a terra, quattro operatori del 118, volontari, non sono intervenuti. C’è un video di cinque minuti con urla, richieste di aiuto, poi il silenzio. La procura, invece di iscrivere i sei nel registro degli indagati, li ha iscritti in un registro nuovo – il modello 45 bis – pensato per chi ha «probabilmente» agito con una causa di giustificazione. Non indagati: «annotati». È la prima applicazione in Italia del cosiddetto scudo penale, previsto dal decreto sicurezza voluto da Lega e centrodestra: se un poliziotto usa la forza in servizio e sembra esserci una giustificazione, l’impunità comincia prima ancora che un giudice l’abbia stabilita. Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo: la cancellazione di un qualsiasi eventuale processo.

Piantedosi l’ha chiamata «giusta collocazione». È la sua cifra stilistica da super burocrate: si prende un fatto scomodo e lo si infila dentro una scatola lessicale oscura per renderlo innocuo. E così non si tratta di uno scudo, ma di «un registro». Chi dovrebbe essere indagato aveva la sua «causa di giustificazione» che, naturalmente, stabilisce lui stesso.

Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con dei poliziotti (foto Imagoeconomica).

Come se gli agenti non avessero mai dato occasione per dubitare di loro

Due parole su questo ministro che si è presentato in giacca e cravatta, voce piana, dispiacere di rito per la famiglia ma, subito dopo, non ha fatto mancare l’avvertimento minaccioso a chi ha «espressioni pregiudizialmente contrarie alle forze di polizia»: chi dubita o vorrebbe un processo che accertasse i fatti non ha fiducia nelle forze dell’ordine, dunque dubitare è già una colpa. Come se la categoria degli agenti di sicurezza non avesse mai dato occasione per sollevare ombre sul suo operato. Il caso di Rogoredo, con il bravo poliziotto che ammazzò uno spacciatore col quale pare fosse colluso, è solo l’ultimo di una lunga serie in cui non si possono non citare Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini.

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Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino, vittima e assassino reo confesso di Rogoredo (Ansa).

È la stessa mossa retorica che la destra usa sempre: spostare l’attenzione, distogliendola dalla vittima. Almeno Piantedosi non è come Matteo Salvini, non si mette la felpa “Io sto coi poliziotti” e non ha nemmeno bisogno della spavalderia di Roberto Vannacci. Ci tiene al suo mestiere amministrativo che per lui vuol dire prendere una (presunta) violenza di Stato e trasformarla in procedura.

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La campagna “Io sto col poliziotto” della Lega.

Fakir chiedeva aiuto mentre veniva tenuto a terra. Il ministro, davanti alle telecamere, ha parlato di «grande tragedia» con la stessa voce con cui annuncerebbe una circolare. Gestisce con imperturbabile cinismo linguistico il dolore altrui, che riduce a una riga qualsiasi del suo bilancio giuridico.

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Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).

Fakir chiedeva aiuto: non gli è arrivato

Uno scudo che non si chiama scudo, secondo lui, protegge di più e nessuno si può indignare contro un «registro» e una «causa di giustificazione». Fakir, quello vero, non quello iscritto nel modello 45 bis, chiedeva aiuto: non gli è arrivato. La domanda della giornalista D’Elia era semplice. Ma evidentemente, per Piantedosi, è stato meglio rispondere in modo che nessuno capisse.