Nuovo incarico istituzionale per Antonio Teti, nominato componente del Comitato per la definizione di una strategia sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo istituito presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. La nomina è stata formalizzata attraverso il decreto ministeriale n. 51/2026. Insieme a lui sono stati designati, come parte dello stesso organo creato per analizzare l’impatto delle nuove tecnologie sul mercato occupazionale e supportare la definizione di linee guida strategiche per il Paese, Luciano Pietronero, Giuliano Noci, Luca Oneto, Vincenzo Lomonaco, Ivana Pais, Leopoldo Mondauto e Stefano Menghinello. Tra gli obiettivi principali del comitato rientrano la promozione di un utilizzo etico, responsabile e inclusivo dell’intelligenza artificiale, oltre alla definizione di modelli capaci di accompagnare imprese, lavoratori e istituzioni nella trasformazione digitale. Professore presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti e Pescara, Teti è anche responsabile del settore Sistemi informativi e innovazione tecnologica dell’ateneo, responsabile per la Transizione digitale di ateneo per l’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) e delegato del responsabile della Conservazione dati dell’ateneo.
Month: Maggio 2026
Ucraina, no dell’Ue a Schröder negoziatore: «Lobbista russo»
Commentando le parole di Vladimir Putin sul possibile coinvolgimento di Gerhard Schröder nei colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha detto che «dare il diritto alla Russia di scegliere i negoziatori europei non sarebbe molto saggio». All’arrivo al Consiglio Esteri, Kallas ha inoltre definito l’ex cancelliere tedesco «lobbista di alto profilo per le aziende statali russe», aggiungendo che Putin lo vorrebbe perché, visti i suoi trascorsi e i legami con il Cremlino, «siederebbe a entrambe le parti del tavolo».

I legami col Cremlino e la ‘candidatura’ da parte di Putin
Poco dopo aver abbandonato la carriera politica, Schröder ha accettato la nomina di Gazprom a capo del consorzio Nord Stream AG, che si è occupato della costruzione dell’omonimo gasdotto tra la Russia e la Germania, promosso negli anni da cancelliere socialdemocratico (1998-2005). Poi è stato un lobbista del suo raddoppio Nord Stream 2 – mai entrato in funzione – quando al suo posto era subentrata Angela Merkel. Successivamente è stato nominato presidente di Rosneft, società russa operante nel settore petrolifero e del gas naturale. «Penso che la guerra stia finendo. Come negoziatore preferirei Schröder», aveva detto Putin sabato 9 maggio, rispondendo ai giornalisti nel Giorno della Vittoria.

LEGGI ANCHE: Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Tajani: «Non sarà la Russia a scegliere il negoziatore Ue»
«Il negoziatore per l’Europa lo sceglie l’Europa, non la Russia». Lo ha dichiarato Antonio Tajani arrivando al Consiglio Esteri, aggiungendo che «la decisione sarà presa collegialmente dai 27 Paesi dell’Ue». Rispondendo ad una domanda se il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa possa essere un candidato, Tajani ha poi detto: «È un nome prestigioso».
Sciopero trasporto aereo 11 maggio 2026: orari, voli coinvolti e fasce di garanzia
Possibili disagi lunedì 11 maggio 2026 per i viaggiatori a causa di uno sciopero nazionale del trasporto aereo che coinvolge il personale della compagnia EasyJet ma anche quello di diverse aziende che lavorano nei servizi di terra e di sicurezza in vari aeroporti italiani, come Roma Fiumicino e Ciampino, Milano Malpensa, Napoli, Palermo e Cagliari. Il personale di EasyJet e quello che lavora negli aeroporti romani per conto dell’azienda pubblica Enav ha aderito allo sciopero per più ore, dalle 10 alle 18. In questo caso l’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, ha pubblicato sul suo sito una lista dei voli garantiti. L’agitazione è stata indetta da diversi sindacati (Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta e Anpac) che protestano contro lo stallo delle trattative per il rinnovo del contratto di categoria e, in generale, contro condizioni di lavoro che considerano inadeguate. I voli saranno regolari nelle fasce garantite dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21.
Hantavirus: peggiora una passeggera francese, positivo anche uno statunitense
La nave da crociera MV Hondius, su cui si è sviluppato un focolaio di hantavirus, ha raggiunto Tenerife nella mattinata di domenica 10 maggio, nonostante la contrarietà di Fernardo Clavijo, governatore delle Canarie. A bordo «stanno tutti bene», ha assicurato la ministra spagnola della Salute Monica Garcia. Ma intanto è arrivata la notizia di due nuovi contagi: sono infatti risultati positivi all’hantavirus una passeggera francese e uno americano. Il virus finora ha fatto tre vittime: una coppia olandese e una donna tedesca.

Proseguono le operazioni di rimpatrio dei passeggeri
Dalla nave MV Hondius, operata da Oceanwide Expeditions e ancorata nelle acque del porto industriale di Granadilla, ieri sono stati evacuati i 14 passeggeri spagnoli, che faranno la quarantena all’ospedale militare di Madrid. Poi è stata la volta di quelli olandesi, francesi, britannici e turchi: in tutto più di 90 persone. A bordo sono rimasti i membri dell’equipaggio e una cinquantina di passeggeri tra australiani, zelandesi e statunitensi. Oggi sono previsti i voli che li riporteranno a casa. Poi la nave lascerà le Canarie per far definitivamente ritorno nei Paesi Bassi.
LEGGI ANCHE: L’hantavirus e il risveglio dei virologi star

Peggiorate le condizioni di una passeggera francese
Come detto, è arrivata la notizia di altri due contagiati. In Francia sono state rimpatriate cinque passeggere: una di esse, ha fatto sapere la ministra della Salute Stephanie Rist, è risultata positiva all’hantavirus e «le sue condizioni sono peggiorate durante la notte». La donna aveva iniziato a manifestare sintomi durante il volo di rientro. Le cinque persone rimpatriate sono stati immediatamente posti in isolamento rigoroso e trasferiti all’Ospedale Bichat di Parigi. Nel Paese, ha aggiunto Riste, sono stati identificati «22 casi di contatto stretto o indiretto» legati al contagio da hantavirus. Queste persone non si trovavano a bordo della nave MV Hondius, ma su voli effettuati dai passeggeri della crociera tra Sant’Elena e Johannesburg o tra Johannesburg e Amsterdam.
Cinq de nos compatriotes présents sur le MV Hondius, foyer d’infection à Hantavirus, ont été rapatriés sur le territoire national. L’un d’entre eux a présenté des symptômes dans l’avion de rapatriement.
— Sébastien Lecornu (@SebLecornu) May 10, 2026
Aussi, ces cinq passagers ont tout de suite été placés en isolement strict…
Positivo anche un passeggero proveniente dagli Stati Uniti
Dalla Francia agli Stati Uniti, il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani Usa ha comunicato che uno dei 17 cittadini americani rimpatriati è risultato lievemente positivo al virus, aggiungendo che «presenta attualmente sintomi lievi». Washington, a differenza di Parigi, ha spiegato che i cittadini statunitensi che erano a bordo della MV Hondius non saranno necessariamente sottoposti a quarantena. L’Oms ha classificato tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio come “contatti ad alto rischio”, raccomandando una sorveglianza medica attiva per 42 giorni.
In Australia in sei faranno la quarantena in una struttura usata durante il Covid
Sei passeggeri destinati a lasciare oggi la MV Hondius (quattro australiani, una persona con il permesso di soggiorno in Australia e un neozelandese) saranno messi in quarantena in Australia per almeno tre settimane, in una struttura predisposta per l’isolamento a nord di Perth, che era stato utilizzato durante la pandemia di Covid. Lo ha reso noto l ministro della salute australiano Mark Butler, in una conferenza stampa. Nessuno dei sei passeggeri ha sintomi.
L’Iran respinge il piano Usa: «Richieste eccessive»
L’Iran ha respinto il piano degli Stati Uniti per la fine della guerra, secondo quanto riportato dai media di Teheran. La proposta americana, riferisce la tv statale Press Tv, «avrebbe significato la sottomissione alle eccessive richieste» del presidente Donald Trump. E ancora: «Il piano iraniano sottolinea la necessità che gli Usa paghino riparazioni di guerra e riafferma la sovranità dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha ribadito la necessità della fine delle sanzioni e del rilascio dei beni e delle proprietà sequestrate al Paese». Pronta la risposta del presidente statunitense ad Axios: «Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta». Il tycoon si è tuttavia rifiutato di scendere nei dettagli sui contenuti della risposta stessa, attesa per giorni dagli Usa. La Casa Bianca sperava che le posizioni di Teheran mostrassero ulteriori progressi verso un accordo, ma la reazione iniziale di Trump è sembrata indicare l’esatto contrario.
Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Fratelli coltelli d’Italia. L’ultima puntata della serie post referendum dipinge uno scenario inedito nella guerra tra bande interna al partito di Giorgia Meloni. Iniziato con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (fazione Fazzolari), proseguito con la rimozione di Daniela Santanchè (fazione La Russa), il conflitto si sposta in ‘casa’ di Alessandro Giuli.

La controffensiva di Giuli: via Merlino e Proietti
Il ministro-dandy, finito nel mirino per la gestione dei casi Venezi e Biennale, cerca di rialzare la testa e reagisce punendo i suoi, ovvero defenestrando il capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, e la segretaria particolare, Elena Proietti. Il primo pagherebbe per i mancati finanziamenti al docufilm su Giulio Regeni, stigmatizzati come «inaccettabili» dal ministro nei giorni scorsi. La seconda, viene riferito, non si sarebbe presentata in aeroporto, ‘bucando’ una missione di Giuli a New York. Il problema è che Merlino è ritenuto vicinissimo a Giovanbattista Fazzolari (ancora lui), mentre Proietti è consigliera comunale a Terni e responsabile del dipartimento regionale del Turismo per Fratelli d’Italia.

I silenzi dopo l’indiscrezione del Corriere
La notizia dei licenziamenti viene fatta filtrare di domenica, poco dopo pranzo, tramite il sito del Corriere della sera. E fino a sera nessuno conferma ufficialmente che i decreti di revoca degli incarichi siano stati già firmati da Giuli, come riportato dal quotidiano online. Il ministro non risponde. E i suoi collaboratori sostengono di non avere elementi per confermare né smentire (salvo, poi, nel corso del pomeriggio cancellare ogni traccia dei messaggi ai cronisti). Fonti governative di maggioranza che frequentano il Collegio romano sostengono che i decreti non sono ancora stati firmati. E così anche da Palazzo Chigi ambienti vicini a Fazzolari instillano il dubbio che i provvedimenti non siano ancora definitivi. Insomma, tutto fa pensare a una soffiata ai giornali per far saltare l’operazione decisa da Giuli.

Lollobrigida cerca (inutilmente) di gettare acqua sul fuoco
Poi, poco dopo le 20.30, arriva la nota di Francesco Lollobrigida. Il ministro parla a titolo di capo delegazione di FdI nel governo e l’intento del comunicato è quello di gettare acqua sul fuoco: i licenziamenti sono liquidati come «normali avvicendamenti» al MiC. Ma l’effetto è esattamente l’opposto. In primo luogo perché, in quasi quattro anni di governo, non si ricorda un intervento di Lollobrigida a ‘sanare’ crepe interne all’esecutivo cosi evidenti da far apparire la situazione tanto grave. E poi perché le parole del titolare dell’Agricoltura non sono in alcuno modo rassicuranti.

«Il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria. Non è né la prima volta che accade in questo come nei governi che ci hanno preceduto. Il gabinetto deve corrispondere alle esigenze funzionali, almeno per alcuni ruoli direttamente dipendenti dal ministro, a un rapporto di totale sintonia. Anche per questo la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico», premette Lollobrigida, la cui addetta stampa è stata per anni la sorella di Giuli, Antonella (ora all’ufficio stampa della Camera). Dicendosi «certo che il collega Giuli saprà individuare le persone più idonee a ricoprire i ruoli in linea con il presupposto fiduciario, oltre che di competenza», Lollobrigida sottolinea che Merlino e Proietti sapranno «essere utili in altri ruoli nell’ambito istituzionale» poiché «la loro esperienza e capacità sono», per quanto lo riguarda, «indiscusse». In altre parole, difende Giuli e cerca di placare la fronda Fazzolari promettendo una ricollocazione dei defenestrati. Insomma, la puntata è finita ma la saga è appena iniziata. Pop corn per le opposizioni.
Premi e concorsi: Finisterrae di Cinzia Di Mauro vince il Trofeo Cassiopea
Alla Deepcon di Fiuggi il romanzo di Cinzia Di Mauro viene premiato come miglior romanzo di fantascienza edito nel 2025.
Una distopia che a partire da echi di 1984 di George Orwell e Noi di Evgenij Zamjatin, sviluppa il tema con originalità. Al mondo massificato e irreggimentato fa da contraltare quello quasi barocco dell’enclave della famiglia Wurttemberq, popolato di esseri artificiali, ma in un ambiente naturale attentamente preservato. Molto efficace la narrazione in prima persona, affidata a un protagonista, musicista e compositore, abituato a pensare per ritmi e melodie, e che scopre una sorta di utopia. Questa la motivazione per l'assegnazione del Trofeo Cassiopea 2026... - Leggi l'articolo
LIBRI - Premi e concorsi - 11 maggio 2026 - articolo di S*
Dall’estero: La regista di Babadook porta al cinema James Tiptree Jr.
È già pronta la sceneggiatura per il film tratto da La ragazza collegata
Dopo essere tornata sugli scaffali delle nostre librerie con la raccolta di racconti Le donne che gli uomini non vedono (Mondadori), James Tiptree Jr. (pseudonimo dell'autrice Alice Sheldon) è pronta per sbarcare sul grande schermo con il primo adattamento cinematografico di The Girl Who Was Plugged In (La ragazza collegata), novella vincitrice del Premio Hugo nel 1974. Ad annunciare il progetto è la regista e sceneggiatrice Jennifer Kent, che dopo Babadook e The Nightingale ha scelto la distopia di Tiptree perché ha affermato: non ho mai sentito così... - Leggi l'articolo
Notizie - Dall'estero - 11 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Premi e concorsi: Tutti i vincitori dei Premi Urania 2025
Sabato a Torino sono stati annunciati e premiati i vincitori del Premio Urania e del Premio Urania Short.
Per la prima volta i Premi Urania sono stati annunciati nel corso di una premiazione ufficiale, organizzata a Torino presso il museo della fantascienza, il Mufant, alla presenza di Franco Forte di Urania. I premi sono stati consegnati dallo scrittore Dario Tonani. Premio Urania Vincitore del premio maggiore, quello dei romanzi, è risultato Andrea Micalone con Lui (il titolo sarà sicuramente cambiato quando il romanzo uscirà su Urania a ottobre). Secondo classificato Antonio Benvenuti con Il dominio della cenere, un risultato importante perché anche questo... - Leggi l'articolo
LIBRI - Premi e concorsi - 11 maggio 2026 - articolo di S*
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.
Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver
L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) April 30, 2026
Pure awkwardness at the FIFA Congress in Vancouver.
FIFA President Gianni Infantino tried to get Palestinian FA President Jibril Rajoub to shake hands and stand together with the Israeli FA Vice-President.
Rajoub refused and went off on a little rant until he was politely… pic.twitter.com/upQE3AEp6f
Un mix di personalismo e riformismo megalomane
Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.
Il servilismo nei confronti di Trump
A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana
Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

L’autocelebrazione e il culto della personalità
Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.
Un mese dopo la sviolinata social a Infantino, esce il libro-tributo di Alessandro Alciato sul presidente della FIFA. https://t.co/wR6GXJu3n2 pic.twitter.com/4MSb0srxg3
— Valerio Moggia @valmoggia.bsky.social (@ValerioMoggia) May 5, 2026
La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.
Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto
Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.

Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no
Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.

Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica
In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.

Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio
I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.

Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo
Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.

Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni
Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.
L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci
Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.
Serie tivù brevi da vedere in verticale, la rivoluzione sta arrivando?
Il 5 maggio il Teatro La Fenice di Venezia era tirato a lucido per un evento. Non si festeggiava la defenestrazione di Beatrice Venezi dalla direzione musicale del teatro, no. Si celebrava, invece, l’apertura della filiale italiana della società turca Iki Dakika creative house, una media company specializzata nella produzione di serie tivù brevi dedicate ai consumi attraverso lo smartphone, e quindi in modalità di visione verticale.
Anche Netflix introduce novità nella sua app mobile
L’iniziativa è arrivata a breve distanza dall’annuncio di Maria De Filippi, che, attraverso la sua casa di produzione Fascino, ha lanciato Witty Drama, progetto pensato per le mini-serie tivù verticali (short drama) da guardare sullo smartphone e attraverso i social network.
D’altronde, se persino un gigante come Netflix si muove introducendo nella sua app mobile un feed di video verticali, brevi, personalizzati, utilizzando un linguaggio familiare a TikTok, significa che qualcosa sta davvero cambiando nell’industria dei contenuti.

In forte crescita la visione di contenuti sullo smartphone
E un paio di dati possono bene spiegare la trasformazione. L’ultimo rapporto Censis sui media testimonia, per esempio, che nel 2025 gli utenti della televisione in Italia sono il 93,2 per cento della popolazione. Tuttavia, la tivù tradizionale pesa per il 79,5 per cento, 3,6 punti in meno del 2024 (e 13,6 punti in meno del 2007), mentre gli utenti della tivù satellitare sono stabili al 47,8 per cento. Bene la web tivù al 62 per cento, e in forte crescita proprio la mobile tivù, al 38,6 per cento, con 3,7 punti in più del 2024.
Un mercato che vale già 11 miliardi di dollari (Cina esclusa)
Quindi si guarda la televisione in mobilità, ossia sul telefonino, e perciò con una visione verticale, un po’ come da approccio abituale quando si maneggia uno smartphone. C’è un business in netta crescita: il mercato mondiale (Cina esclusa) dell’intrattenimento e della serialità pensata ad hoc in verticale vale, secondo Omdia, circa 11 miliardi di dollari nel 2025, con una proiezione a 14 miliardi nel 2026. A cui aggiungere il mercato cinese, che in base ad alcune stime avrebbe già toccato gli 11 miliardi di dollari annui.
I costi di produzione restano piuttosto bassi
D’altronde i micro-drama, le serie short-form già ora registrano, in mobilità, un tempo di visualizzazione superiore a quello di Netflix o Disney+, con una narrazione, ovviamente, non di grande qualità, fatta di episodi che si chiudono con un colpo di scena per mantenere alto il coinvolgimento e stimolare la visione della puntata successiva, mentre i costi di produzione restano piuttosto bassi e i ricavi arrivano sia da pubblicità e da branded content, sia da micro-pagamenti per sbloccare i nuovi episodi.
Linguaggio mobile-first e alta intensità emotiva
Come spiegano da Iki Dakika creative house, il loro è «un modello narrativo e produttivo innovativo, costruito su episodi brevi di genere drama, comedy, romance, thriller e youth, linguaggio mobile-first e alta intensità emotiva. La società è infatti il primo studios interamente dedicato alle vertical short-form series ed è pure il produttore della prima serie drama verticale turca distribuita esclusivamente sui social media, senza app dedicate o piattaforme ott».
Sviluppo di titoli originali anche nel nostro Paese
La fondatrice, Ilkin Kavukcu, ha inoltre annunciato che Iki Dakika creative house avvierà presto la produzione di una nuova serie originale in Italia, per sviluppare titoli originali nel nostro Paese, ricordando che la società turca, con le sue produzioni social-first, ha raggiunto 390 milioni di visualizzazioni, 24 milioni di utenti unici, oltre 3 milioni di like e interazioni e più di 615 mila condivisioni, superando quota 600 milioni di visualizzazioni complessive e 100 milioni di minuti visti per le sue serie principali.

Insomma, il formato 16:9 potrebbe presto lasciare il posto al verticale 9:16. E d’altronde anche il regista Peter Greenaway lo diceva, con la giusta dose di umorismo: «Gli uomini per secoli hanno realizzato la loro arte in formato orizzontale, per poi guardarla dalle loro finestre, dunque in formato verticale».
Il formato verticale cambia proprio i canoni della narrazione
L’importante, da un punto di vista produttivo, è non avere un approccio pigro, per esempio continuando semplicemente a trasformare in 9:16 qualcosa di pensato e girato in orizzontale. Un errore enorme, perché il formato verticale cambia proprio i canoni della narrazione. Infatti, sottolineano i promotori del Vertical movie festival (la nona edizione è in programma a Roma, alla Casa del cinema, dal 30 settembre al primo ottobre 2026), «il cinema orizzontale, quello di sempre, è inclusivo. Al contrario, quello verticale è escludente: un primo piano riempie lo schermo ed esclude tutto il resto. Si tratta di un formato che mette, letteralmente, al centro la figura umana, la stacca dal contesto. Le sceneggiature devono essere scritte diversamente. Puoi entrare più facilmente nella mente dei personaggi e non ci sono inquadrature che li mettono in relazione. Perciò la scrittura deve dare il tempo ai protagonisti di relazionarsi tra loro».
Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana dei Cylon nell’Odissea
La nuova serie dei creatori di Stranger Things, la nuova sede di Stranimondi, il discusso trailer dell'Odissea di Nolan, gli Urania di maggio nella settimana di Fantascienza.com
Quando abbiamo pubblicato la news sul nuovo trailer di Odyssey di Christopher Nolan, facendo la battuta sui Cylon, ci aspettavamo un po' di sana polemica. Invece quasi nulla: un lettore ha commentato “so say we all”, altri hanno ammesso di aver pensato anche loro la stessa cosa. Intendiamoci, noi amiano Christopher Nolan. È forse il regista più talentuoso dell'attuale generazione, con Denis Villeneuve, e seguiremo gli sviluppi di questo film; dopotutto l'Odissea è una delle primissime opere fantastiche. Prima di Nolan, ci fu una ventina di anni fa Troy di... - Leggi l'articolo
Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
La scena sembra ipnotica. C’è un uomo impalato da ore davanti a una slot machine. Ogni volta pensa: «Ancora una e poi basta». Evidentemente non siamo nella Russia ottocentesca de Il giocatore di Dostoevskij, ma in uno dei tanti alberghi di Las Vegas. Un tiro dopo l’altro. L’uomo a volte vince. A volte no. Ma continua. I casinò sanno bene come funziona per riuscire a tenerlo lì, incollato su una sedia da ore. E non sono gli unici. Vale anche per gli smartphone.
Il desiderio che si autoalimenta tra feed, like e scroll
Il meccanismo ha un nome preciso: ricompensa variabile. In termini tecnici, la combinazione tra un feedback immediato e la variabilità della ricompensa aumenta la persistenza del comportamento. Detto in soldoni: se insegui una cosa e non la trovi mai, finisce che smetti di cercare. Idem se la trovi sempre perché ti ci abitui e l’interesse cala. Ma se quella cosa che cerchi a volte la trovi e a volte no, e non sai per certo quando la troverai e quando no, non riuscirai a smettere di cercarla. Come quando giri ancora un’altra carta o dai ancora un occhio al tuo cellulare. Piccole vincite gettate lì per caso, ma non del tutto. Diciamo abbastanza spesso da non farti smettere di cercare. Il desiderio si autoalimenta, il refresh del feed, l’ultima notifica, il penultimo like, lo scroll infinito.

Riescono a sfruttare le nostre vulnerabilità psicologiche
Lo spiegava bene l’informatico e imprenditore Tristan Harris, una delle menti dietro il successo di Google e uno dei primi critici del modus operandi dei giganti del web. Un prodotto digitale costruito sul meccanismo della ricompensa variabile agisce sulla mente esattamente come il braccio di una slot machine. In quel documento riservato, Harris analizzava le nostre vulnerabilità psicologiche che qualcuno aveva imparato a sfruttare al meglio per non lasciarci andare. La nostra predisposizione agli stimoli intermittenti, il nostro bisogno di approvazione sociale, la paura di perderci qualcosa. L’incertezza che ci spinge a cercare ancora. Era il 2013.
Digital detox, un mercato che vale già quasi 3 miliardi di dollari
Un anno dopo, sempre in California, l’ex manager tech reduce da un burnout Levi Felix aprì Camp Grounded, uno dei primi retreat per disintossicarsi dagli schermi. A seguire, nel Regno Unito, fu la volta di Time To Log Off, fondato da un’ex imprenditrice digitale, Tanya Goodin: weekend offline, consulenze, percorsi per ridurre la dipendenza dallo schermo. Invece di diventare oggetto di regolamentazione, la critica al digitale si era trasformata essa stessa in un mercato. Un mercato molto ricco che oggi vale quasi 3 miliardi di dollari e che si stima raddoppi entro il 2033. Insomma, c’è domanda. Come ha messo in luce un’analisi di EY, una società di consulenza, nel 2025 più di un terzo dei consumatori britannici è interessato a un digital detox, quota che sale quasi alla metà tra i 18 e i 34 anni.

Se si comprano prodotti o servizi, è solo un’oasi di decelerazione
E poi c’è quello che il filosofo sloveno Slavoj Žižek chiama “interpassività”, cioè la nostra convinzione di affrontare il problema comprando la soluzione piuttosto che agendo sulle abitudini che lo scatenano. Così, invece di porci dei limiti, di darci una regolata, deleghiamo a un prodotto o a un servizio. Il risultato è che la soluzione dura il tempo dell’acquisto. Pit-stop che il sociologo tedesco Hartmut Rosa definisce «oasi di decelerazione». Come infatti ha osservato uno studio dell’Università di Lancaster, ci si muove in un loop senza via di fuga. Si smette per un po’, si ricade, ci si sente in colpa, si ricompra un nuovo strumento per ricominciare. Ogni ricaduta è solo una pausa per radicarsi ancora di più in questo circolo vizioso.
Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone
Così l’industria del digital detox ha trovato terreno fertile, trasformando il desiderio di disconnessione in un simbolo di benessere contemporaneo. Il problema è che molte di queste soluzioni per staccare finiscono per riprodurre un evidente problema di classe. Perché il detox digitale è ormai diventato una nuova categoria del lusso. App per smettere di usare le app in abbonamento. Telefoni costosissimi che fanno meno cose. Vacanze tech-free da centinaia di euro a notte prenotate online. Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone per quarantotto ore e chiamarlo benessere.

Per qualcuno spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato
Naturalmente tutto questo vale finché puoi permetterti di mettere il cartello “Torno subito”. Perché c’è un’intera economia fatta di freelance, precari iperconnessi, creator, rider e consulenti per cui spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato. E così il detox digitale finisce per somigliare a molte altre cose contemporanee. Un lusso per persone già abbastanza protette da potersi assentare.
Illusione di Francesca Archibugi e quella battuta segno dei nostri tempi
Nel film Illusione, diretto da Francesca Archibugi, ora sugli schermi italiani, si narra la storia di una ragazza minorenne dell’Est Europa, finita nelle mani della malavita internazionale. Il caso vuole che diventi oggetto di desiderio del presidente del Parlamento Europeo, il quale, impotente, giace con lei senza deflorarla. La fanciulla si innalza così quasi a leggenda, la “vergine Moldava”, e il film ne segue le penose vicissitudini, fino a che una volitiva pm italiana, interpretata da Jasmine Trinca, decide di dar poderoso seguito alle indagini.
Quei 45 secondi che racchiudono il senso del racconto
Non staremo qui a parlare del film in sé, la cui sceneggiatura è un susseguirsi di ingenuità e semplificazioni da lasciare persino stupefatti. Molto ci interessano, però, quei 45 secondi in cui la coraggiosa pm dialoga con il suo diretto superiore il quale, di fronte alla piega sensazionalistica che assumono le indagini, ossia il coinvolgimento dei vertici delle istituzioni comunitarie europee, così chiede e si chiede: «Lei non pensa che in un periodo tragico come questo, possa essere una bomba politica nel cuore dell’Europa?». Lo spettatore intuisce che ci troviamo di fronte al cuore del racconto, alla morale della storia, che giunge puntuale nella replica della pm: «La politica non c’entra niente. È una questione molto più grande: tra uomo e donna!». Giuro solennemente che ho visto una seconda volta il film per essere certo di avere colto correttamente le parole, tanto mi era parsa significativa la battuta. Significativa dei tempi in cui viviamo, e della corrispettiva ideologia che li sostiene. Il punto cruciale è proprio questo, il fatto che la politica ormai non c’entri più niente.
Il riflusso, il tramonto della politica e della società
Gli Anni 50/60/70, l’intero Dopoguerra, è come se non fossero mai esistiti. Allora, magari, si esagerava all’opposto: anche il personale, si diceva, è politico. Poi giunse il cosiddetto “riflusso”, termine che ebbe una fortuna giornalistica smisurata, da cui prese avvio il disimpegno, etico e estetico, che condusse direttamente all’età berlusconiana, quella dei “sogni” da realizzare, ciascuno di noi, oltre ogni impegno o politica possibili. Gli ultimi 15 anni della storia della Repubblica sono stati infine caratterizzati dalla messa in discussione integrale della politica stessa. Si badi, non di una determinata politica, ma della politica tout-court. Negli anni del Dopoguerra, lo ricordo perché c’ero, la parola d’ordine era una, e una soltanto: lottare per una società più giusta. La visione promessa era quella di un nucleo sociale nuovo, frutto maturo dell’esperienza democratica post bellica. Nel linguaggio comune, e mediatico, oggi, la parola società viene persino abolita. La società è stata un’astrazione, un’idea temporanea e fugace, Impossibile immaginarne versioni anche parzialmente altre. Abbiamo sognato e immaginato tanto, ma tutto quanto c’era da immaginare, infine, è stato esaurientemente immaginato. Alla politica è stata quindi sostituita la geopolitica che, lo scrive Roberto Esposito, tende a non privilegiare il piano sociale (in M.Cacciari, R.Esposito, Kaos, Il Mulino, 2026, p.113). Resta dunque uno spazio vuoto.

La venerazione del passato di cui si celebra un culto vuoto
Questo spazio vuoto può essere l’Italia, Paese votato al grigio destino di museo a cielo aperto. Lo spazio vuoto è quello tipico italiano, polo permanente delle attrazioni turistiche presenti da sempre, storiche e naturali. «In Italia comandano i morti», dice un personaggio di un film di Marco Bellocchio, Il regista di matrimoni (2006), riprendendo una battuta dell’Enrico IV pirandelliano, «Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti». Se soltanto il passato risulta davvero presente, allora il passato non si discute, si venera. Tutte le ossessioni mediatiche vigenti, di cui l’argomento “fascismo” è esempio quotidiano, pur nella schermaglia di posizioni contrastanti, stanno lì a dimostrare che esiste solo il passato, di cui si celebra il culto vuoto, sia a favore che contro.
Il rapporto uomo/donna smette di essere un dato antropologico-sociale
Torniamo alla coraggiosa pm interpretata dalla bravissima Jasmine Trinca. Di fronte al cruccio di innescare «una bomba politica nel cuore d’Europa», a causa delle tendenze pedofile del presidente del Parlamento Europeo, e di chissà chi altri, la replica della funzionaria è chiarissima: «La politica non c’entra niente. È una questione molto più grande: tra uomo e donna». Il caso ha voluto che Illusione uscisse in contemporanea con la riproposta in sala di Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrick, il film che dichiara a lettere di fuoco come la questione uomo/donna sia cosa assolutamente politica, da analizzare all’interno dei meccanismi dell’ideologia dominante. Come sostiene Federico Greco, sia in Cinema e potere (Poets & Sailors, 2025), sia nelle puntate su OttolinaTV di Desaparecinema, il trucco oggi è denunciare il male senza attribuirlo al sistema ideologico di riferimento, come invece fa Kubrick, per ridurlo a momento circoscritto, caso limite da correggere. Ma Illusione, il film, va ancora più giù: il rapporto uomo/donna non è un dato antropologico-sociale, ma questione di una enormità tale, che la politica non riesce nemmeno a riflettere, pensare, immaginare. Nel momento in cui è vano qualsiasi sforzo di configurare ipotesi nuove di società, il campo di battaglia si riposiziona: la posta in gioco, né più né meno, è l’intera civiltà umana. Una volta ancora, il passato, mitico e ancestrale, si mostra presente e in azione: Adamo ed Eva.

La trappola in cui cade il film di Archibugi
Un film che si vuole progressista come Illusione cade dunque nella trappola, l’auspicio di un accantonamento radicale della dimensione politica. Si dirà che trattasi di una forzatura artistica degli autori del dialogo, ma non c’è dubbio che il mito e l’ideologia correnti siano proprio questo. Ricominciare da zero. Cancellare la capacità visionaria della politica a vantaggio della ricapitolazione alfabetica dei fondamenti della civiltà umana. La politica, i dati storici sono lì a dimostrarlo, è infatti cosa prettamente maschile: e in quanto tale va ridotta, dimessa, dissolta. Esaurita ogni sorgente immaginativa di possibili società nuove, occorre fare di tutto ciò compiuta tabula rasa: dalla politica passare quindi all’amministrazione, che semplifica e basta, ossia ri-amministrare gli equilibri dell’umanità a partire dalla radice, il rapporto uomo-donna.

Il cinema italiano quale «ostinato segnale di malessere» come disse Elio Petri, pur all’interno di un film trascurabile, contiene quei 45 secondi capaci di cogliere il segno dei tempi: il fatto che ormai la politica non c’entra per niente. Esistono solo gli individui, e i loro diritti, umani e civili. Archetipici e ancestrali. La questione evidenzia così confini molto più grandi, che sono i confini stessi della civiltà: proprio quelli su cui la politica non ha più niente da dire.
Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Novembre 2017. Xi Jinping concede a Donald Trump una visita privata nella Città Proibita, cosa assai rara nella diplomazia di Pechino. Subito dopo, vengono annunciati accordi per oltre 250 miliardi di dollari, tra cui una vendita da 37 miliardi di dollari di 300 aerei Boeing e progetti energetici per un totale di 69 miliardi. Nove anni e mezzo dopo il mondo è profondamente cambiato. Pochi mesi dopo quell’incontro, la Casa Bianca ha lanciato la prima guerra commerciale, sfociata poi in una contesa a tutto campo che coinvolge anche tecnologia, sicurezza e influenza globale. Quando, un anno fa, Trump ha avviato una nuova escalation sui dazi, la Cina si è fatta trovare più pronta della prima volta. Anche per la sua risposta forte e multiforme, le due potenze sono arrivate a siglare una fragile tregua lo scorso ottobre a Busan.

Il tentativo di stabilizzare gli equilibri tra Cina e Usa
Ora, salvo nuovi rinvii dell’ultimo minuto, Trump si prepara a mettere nuovamente piede in Cina per l’attesissima visita del 14-15 maggio. Un incontro che rischia di essere offuscato dalla crisi in Medio Oriente e a cui ci si avvicina con l’emergere di nuovi e vecchi problemi. Da capire se si tratta di prese di posizione solide in grado di riacutizzare tensioni strutturali, oppure se sono più mosse tattiche dovute al tentativo di assumere una posizione di forza negoziale. Trump non sembra avere dubbi, visto che continua a ripetere che il summit con Xi «sarà fantastico» e che il presidente cinese «è straordinario». In realtà, il summit sembra innanzitutto un tentativo di stabilizzazione di un rapporto che entrambe le parti considerano ormai inevitabilmente competitivo, seppur troppo rischioso per essere lasciato degenerare.

Gli obiettivi commerciali dell’incontro tra Xi e Trump
La sensazione è che la visita di Trump sarà caratterizzata da risultati limitati ma simbolicamente rilevanti. Sul piano commerciale, l’esito più concreto potrebbe essere l’estensione della tregua, con Pechino che spinge per un orizzonte più lungo e Washington che preferisce mantenere una leva negoziale con rinnovi più brevi. Accanto a questo, è plausibile un pacchetto di impegni su acquisti cinesi di beni statunitensi, in particolare agricoli ed energetici. Nel caso si arrivi a un accordo tra Stati Uniti e Iran, la Cina potrebbe anche dare il via libera agli acquisti di greggio americano, per ridurre la pressione Usa sulle sue forniture in un settore assai strategico. C’è chi immagina un grande ordine d’acquisto simbolico nel settore aeronautico, come quello su velivoli Boeing, utile a Trump per rivendicare un successo immediatamente comunicabile sul piano interno. La presenza degli amministratori delegati di Exxon, Qualcomm e Nvidia fa pensare che petrolio e chip saranno ingredienti del menù.

Il possibile dialogo sull’IA
Negli ultimi giorni, si è diffusa l’ipotesi della creazione di un meccanismo di dialogo sull’intelligenza artificiale, proprio uno degli snodi più strategici della rivalità sino-americana. Un’intesa in tal senso dimostrerebbe una consapevolezza condivisa del rischio sistemico: entrambe le potenze temono infatti che la competizione tecnologica possa trasformarsi in una dinamica fuori controllo, simile a una corsa agli armamenti.
La crisi di Hormuz e la pressione su Teheran
Certo, la crisi dello Stretto di Hormuz potrebbe incidere sul vertice. Trump sembra voler usare come leva negoziale il blocco del traffico marittimo, forse sottovalutando la capacità della Cina di reggere allo shock energetico. Di certo, Washington continua a chiedere a Pechino di esercitare una maggiore pressione diplomatica su Teheran per accettare un accordo. La Cina ha tutto l’interesse a evitare che la crisi si protragga, ma non vuole apparire subordinata alla strategia americana. Per questo, mentre invita l’Iran a negoziare e sostiene la necessità di ripristinare la sicurezza della navigazione, ribadisce anche la vicinanza politica a Teheran e denuncia l’illegittimità dell’azione militare americana e israeliana. L’incontro dei giorni scorsi tra i ministri degli Esteri di Pechino e Teheran, Wang Yi e Abbas Araghchi, va letto in questa chiave: la Cina vuole rassicurare l’Iran, evitare che Teheran interpreti il summit Xi-Trump come un cedimento a Washington, e al tempo stesso mostrare agli Stati Uniti di avere canali utili per favorire una soluzione. Tradotto: Pechino non vuole farsi trascinare nella crisi, ma non vuole neppure lasciare a Trump la possibilità di usare Hormuz come una leva strategica.

Il nodo di Taiwan
Un altro elemento centrale dell’agenda sarà inevitabilmente Taiwan, che continua a rappresentare il principale punto di frizione strategica tra le due potenze. La telefonata preparatoria al vertice tra Wang Yi e Marco Rubio mostra come Pechino voglia portare Taipei al centro della discussione. Wang ha definito l’isola il principale punto di rischio nelle relazioni bilaterali, ma ha anche collegato Taiwan alla possibilità di «aprire nuovo spazio alla cooperazione Cina-Usa». Questa formulazione suggerisce che Pechino potrebbe andare oltre alla mera riaffermazione delle sue linee rosse, mirando a testare la disponibilità di Trump a uno scambio strategico. La logica cinese appare abbastanza chiara. Se Trump vuole stabilizzare il rapporto, ottenere accordi commerciali, evitare una crisi nel Pacifico e presentare il summit come un successo personale, allora dovrebbe ridurre il sostegno politico, simbolico e possibilmente militare a Taipei. Pechino non si aspetta necessariamente un abbandono esplicito di Taiwan, ma potrebbe cercare una modifica del linguaggio americano: per esempio, passare dal tradizionale «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan» a una formula vicina alla «opposizione all’indipendenza di Taiwan». Sarebbe una differenza apparentemente sottile, ma politicamente rilevante.

Il sistema anti-sanzioni di Pechino
A ogni modo, i risultati del vertice potranno difficilmente sciogliere i nodi di un rapporto destinato con ogni probabilità a restare competitivo. Proprio in queste settimane, gli Stati Uniti stanno iniziando a trattare i modelli di intelligenza artificiale come asset strategici. È un salto di qualità nella competizione tecnologica. Fino a poco tempo fa, il contenimento americano si concentrava soprattutto sull’hardware: semiconduttori avanzati, macchinari litografici, capacità produttiva, cloud computing. Ora il perimetro si sta allargando anche alla dimensione immateriale dell’IA: modelli, capacità algoritmiche, accesso remoto alla potenza di calcolo. L’irrigidimento fa parte di una più ampia strategia di controlli alle esportazioni. Il Match Act americano punta ad allineare Stati Uniti, Paesi Bassi e Giappone per impedire che la Cina continui ad accedere a macchinari avanzati attraverso “porte laterali” offerte dagli alleati.

La risposta cinese si sta muovendo su più livelli. Da una parte, la Cina valorizza la propria centralità nelle catene minerarie globali, dalle terre rare alla grafite, fino ai metalli critici. Dall’altra, costruisce un’architettura giuridica di difesa contro sanzioni, decoupling e pressioni sulle catene di approvvigionamento. Nelle ultime settimane, sono state approvate norme che rafforzano l’arsenale giuridico cinese consentendo indagini contro governi, aziende e individui accusati di danneggiare le catene di fornitura cinesi o di adottare misure discriminatorie. Il messaggio alle multinazionali occidentali è diretto: se vi conformate alle sanzioni americane interrompendo rapporti con soggetti cinesi, potreste violare la legge. L’utilizzo per la prima volta del “divieto di blocco” introdotto dalle norme anti-sanzioni del 2021 (per neutralizzare le sanzioni americane contro cinque aziende collegate all’import di petrolio iraniano) dimostra proprio questo: Pechino è pronta a usare le sue norme come strumento di contro-coercizione. Col risultato che Paesi e attori terzi rischiano di trovarsi di fronte a due sistemi normativi biforcati, rimanendo esposti alle ritorsioni incrociate delle prime due economie mondiali. Ma questo non è un problema di Trump e Xi.

Short Movie: Ambition, un corto con Aidan Gillen
Ambientato in un lontano futuro, un corto prodotto dall'ESA dedicato alla sonda Rosetta. Con Aidan Gillen, il “Ditocorto” del Trono di spade e Aisling Franciosi.
Due attori notevoli per un corto garbatamente didattico prodotto dall'ESA per celebrare la sua sonda Rosetta. Su un pianeta remoto un Maestro osserva la sua apprendista eseguire test con la nanotecnologia mentre cerca di dimostrarsi degna di avanzamento. Il Maestro è Aidan Gillen, il “Ditocorto” di Trono di spade, mentre l'allieva è Aisling Franciosi, apparsa anche lei in Trono di spade nella parte della giovane Lyanna Stark, sorella di Ned e madre di Jon Snow. Recentemente si è vista nella serie western The Abandons, insieme a un'altra alumna di Trono... - Leggi l'articolo
CINEMA - Short Movie - 9 maggio 2026 - articolo di S*
Derby e Internazionali d’Italia: cosa c’è dietro la guerra tra calcio e tennis a Roma
È un pasticcio di cui si parla da un paio di settimane ma ancora non se ne viene a capo. Domenica 17 maggio, alle 17, è prevista la finale degli Internazionali Bnl d’Italia, dove si spera giochi e vinca Jannik Sinner. Nel medesimo pomeriggio, però, è previsto anche il derby capitolino Roma-Lazio, che è sempre una partita seguitissima in città, con l’aggiunta che, essendo in finale di stagione, entrambe le squadre si giocano la partecipazione alle competizioni europee: Champions ed Europa League.

Spostare il derby Roma-Lazio? Sia mai!
Il derby era previsto alle 15, ma si sovrappone alla finale degli Internazionali: l’area del Foro Italico rischia di essere invasa da 60 mila spettatori per il calcio e altri 10 mila per il tennis. Troppi. In un primo tempo si era proposto di spostare il derby il giorno dopo, lunedì sera alle 20.45, ma entrambe le società, Roma e Lazio, si sono opposte. Poi si è parlato di anticipare il match alle 12.30 di domenica, ma qui sono intervenuti questore e prefetto sostenendo che il grande problema di gestione dell’ordine pubblico rimane. Troppo pericoloso. Problema che potrebbe presentarsi anche nella serata di mercoledì 13, quando all’Olimpico si giocherà la finale di Coppa Italia tra Lazio e Inter e, in contemporanea, le partite notturne degli Internazionali, ma di questo quasi non si parla. L’attenzione di tutti è concentrata sul derby, perché la questione ancora non si scioglie. «Credo che sarebbe il caso di fare la finale del tennis la domenica e il derby lunedì alle 20.45. Si sarebbe potuto organizzare meglio», ha detto nelle ultime ore l’assessore capitolino ai Grandi eventi, Alessandro Onorato. Ma una decisione finale ancora non c’è.

Binaghi rispolvera la guerra tra racchetta e pallone
La vicenda ha però riacceso i riflettori sulla guerra ormai in corso tra calcio e tennis. Il presidente di Federtennis, Angelo Binaghi, uno con un bel caratterino, sta col fucile puntato. «Lo spostamento del derby? Che la finale si sarebbe giocata quel giorno a quell’ora si sa da due anni. Credo che questa possa essere la volta buona in cui il calcio si renda conto che bisogna programmare il campionato tenendo conto che a Roma ci sono gli Internazionali e a Torino le Atp Finals», ha tuonato. Non è la prima volta che calcio e tennis si incrociano a Roma, ma questa volta Binaghi si è innervosito più del solito. Perché, come lui stesso ha sottolineato, «il tennis in Italia ormai è pronto a superare il calcio, quindi meritiamo più rispetto».

Il presidente della Fitp ne ha per tutti, compreso Malagò
Che Binaghi stia vivendo il suo momento di gloria e che un po’ goda della disfatta della Nazionale e della Federcalcio è abbastanza evidente, come emerso pure dalla conferenza stampa di presentazione degli Internazionali. Parole che poi ha ribadito in un’intervista al Foglio. «Una ventina d’anni fa noi facemmo una rivoluzione. Nel calcio non accadrà perché non ci sono le condizioni. Il governo in questi anni ha continuato a sostenere economicamente il calcio ben oltre i suoi meriti e valorizzando oltremodo la sua rilevanza sociale. E purtroppo si sono visti i risultati», ha affermato il presidente della Fitp. Che poi sorride quando sente girare il nome di Giovanni Malagò per la presidenza della Figc. «Se diventerà presidente farà quello che ha sempre fatto, diventerà amico di tutti, farà tutti contenti allargando il suo consenso, ma non farà alcuna rivoluzione, che necessita di due cose: le idee e la disponibilità a prendere decisioni impopolari, fino a rendersi antipatico. Io se mi accorgo di essere troppo simpatico, mi preoccupo…», ha tagliato corto Binaghi.

I numeri del tennis in Italia gli danno ragione
Del resto i numeri degli ultimi anni parlano chiaro. La Fitp vanta 1 milione e 254 mila tesserati nel 2025 contro 1 milione 497 mila della Figc. Gli italiani che praticano tennis o padel l’anno scorso sono stati circa 6 milioni e 200 mila, contro i 6 milioni e 500 mila del calcio. Il sorpasso è a portata di mano. E Binaghi sta vivendo una personale rivincita della racchetta sul pallone, soprattutto grazie al momento d’oro con Sinner, numero uno al mondo, e altri tre giocatori nei primi 20 del ranking. Mentre dall’altra parte il calcio annaspa, con la nazionale esclusa dal terzo Mondiale di fila e i club che nelle competizioni europee non toccano palla, nel vero senso della parola. Non solo: quest’anno gli Internazionali potrebbero essere i più seguiti di sempre: l’obiettivo è superare quota 400 mila spettatori (393.671 nel 2025). Altro traguardo è superare l’impatto economico di 1 miliardo di euro per la città (894 milioni nel 2025), mentre il fatturato Fitp ha raggiunto il record di 243.459.085 euro. Anche per questo Binaghi pretende più rispetto dal mondo pallonaro, che invece sembra comportarsi come se nulla fosse accaduto.

Il silenzio assordante di Sport & Salute
In questa diatriba sul derby, poi, c’è da registrare l’assordante silenzio di Sport & Salute, la società pubblica che gestisce tutta l’area del Foro Italico, quindi i diretti interessati della faccenda. Dal presidente Marco Mezzaroma (amico personale di Giorgia Meloni) neanche una parola, mentre l’ad Diego Nepi quando venne presentato il calendario di Serie A avanzò legittime critiche. «Non si può mettere il derby di Roma quando c’è la finale degli Internazionali, danneggia tutti e non si fa sistema», la sua accusa a inizio campionato. Poi da Sport & Salute più nulla, con la patata bollente rimasta in mano alla Fitp, alla Roma, alla Lazio, al questore e al prefetto.
Biennale, chiusi “anti-Israele” una ventina di Padiglioni nazionali
Chiusura “anti Israele” di una ventina di padiglioni nazionali, tra i Giardini e l’Arsenale, alla Biennale di Venezia. Finora l’elenco comprende Austria, Belgio, Egitto, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar, Malta, Cipro, Ecuador, Regno Unito e Arti Applicate, ma la lista è in aggiornamento. Ad annunciarlo è stato il canale Telegram Global Project. La mobilitazione è promossa, tra gli altri, dal collettivo Anga – Art not genocide alliance. «Questo pomeriggio alle 16.30 è previsto il corteo che da Via Garibaldi punterà a raggiungere il padiglione israeliano all’Arsenale, contro il genocidio e la militarizzazione dell’economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele», ricorda sempre il canale Telegram.
Il Pentagono ha iniziato la pubblicazione dei documenti sugli Ufo
Nell’ambito del programma voluto da Donald Trump “Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters”, che punta a rendere più trasparenti le conoscenze del governo Usa in merito ai cosiddetti “fenomeni aerei non identificati”, il Pentagono ha pubblicato una serie di file inediti – in tutto 161 – tra cui alcuni relativi alle missioni spaziali Apollo 1, del 1969, e Apollo 17, del 1972. Il Dipartimento della Difesa anche messaggi scambiati tra il Pentagono e la Nasa.

In una delle foto, scattata dalla superficie lunare e in bianco e nero, si vedono ad esempio tre minuscoli puntini nel cielo. Un altro documento, invece, riporta l’interrogatorio dell’Fbi a una persona identificata come pilota di droni che, a settembre del 2023, aveva riferito di aver avvistato in cielo «un oggetto lineare» con una luce talmente intensa da permettere di «distinguere delle fasce all’interno della luce stessa».

Hegseth: «È ora che gli americani vedano coi propri occhi»
«Questi documenti, a lungo classificati, hanno alimentato speculazioni giustificate, ed è ora che il popolo americano li veda con i propri occhi. La pubblicazione di questi documenti declassificati dimostra il sincero impegno dell’Amministrazione Trump per una trasparenza senza precedenti», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth. «Il materiale qui archiviato riguarda casi irrisolti, ovvero casi per i quali il governo non è in grado di giungere a una conclusione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati», si legge sul sito del Pentagono. «Ciò può verificarsi per diverse ragioni, tra cui la mancanza di dati sufficienti, e il Dipartimento della Difesa accoglie con favore l’applicazione di analisi, informazioni e competenze provenienti dal settore privato». E poi: «Continueremo a pubblicare rapporti separati sui casi di UAP risolti, come previsto dalla legge. Sotto questa Amministrazione, perseguiremo la verità e condivideremo i nostri risultati con il popolo americano».
Omicidio di Diabolik, assolto in appello il presunto killer
I giudici della Corte d’appello di Roma, ribaltando la condanna all’ergastolo del primo grado, hanno assolto l’argentino Raul Esteban Calderon, accusato dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli. Il capo ultrà della Lazio, noto con il soprannome di “Diabolik“, fu ucciso con un colpo di pistola alla testa il 7 agosto del 2019, nel parco degli Acquedotti: Calderon è stato assolto «per non aver commesso il fatto».
La condanna all’ergastolo era arrivata a marzo del 2025
A marzo 2025 i giudici della Terza Corte di Assise di Roma avevano condannato all’ergastolo Calderon, con una sentenza arrivata dopo oltre cinque ore di camera di consiglio. I giudici non avevano riconosciuto il metodo mafioso per l’omicidio da parte di Calderon (per l’accusa vero nome Gustavo Alejandro Musumeci), avvenuto nell’ambito della guerra tra bande per conquistare il mercato della droga della Capitale.
L’hantavirus e il risveglio dei virologi star
L’assistente di volo di KLM che era stata ricoverata in ospedale ad Amsterdam dopo essere entrata in contatto con una passeggera olandese della MV Hondius, poi morta in Sudafrica, è risultata negativa all’hantavirus. L’attenzione resta però massima, anche perché – al di là delle tre vittime totali – a bordo della nave da crociera si è verificata una trasmissione da uomo a uomo. Certamente hanno drizzato le antenne i virologi star del Covid, che d’un colpo si sono risvegliati e hanno ripreso un’intensa attività social.

Buroni e i bollettini su Substack (gratis per i tirchi)
Roberto Burioni, professore di Virologia e Microbiologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, da qualche giorno sta pubblicando su Substack articoli dedicati alla vicenda della MV Hondius, scaricabili tramite abbonamento, «per poter capire in prima persona quello che sappiamo, e quello che non sappiamo». Un’iniziativa che sta andando molto bene, come ha tenuto a precisare lo stesso Burioni.
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FrobertoburioniMD%2Fposts%2Fpfbid0sVaT8waK2MLk1qfx7HsAShAecK3vAQYmUQpTfvrSQQ5upFEc8npTL2nHw8hJfWuGl&show_text=true&width=500«Alcuni dicono che lo faccio per avere visibilità, altri per i soldi, altri ancora mi dicono che sono felice che tutto questo avvenga, infine alcuni mi accusano di copiare o usare l’IA. Ebbene, voi non potete immaginare il piacere fisico che provo pensando che tutti questi rifiuti umani non possono leggere i miei articoli», aveva scritto peraltro Burioni, prima di cambiare idea e rendere i suoi articoli (teoricamente) alla portata di chiunque: «Proprio perché in una situazione di emergenza sanitaria è importante che tutti abbiano a disposizione informazioni accurate chi ha difficoltà economiche e non può pagare 1,65 euro al mese mi scrive in mail dicendomelo e io gli regalo l’abbonamento. Chi invece è così tirchio da non volere pagare 1,65 euro al mese mi scrive in mail autocertificandosi “tirchio” e l’abbonamento glielo regalo anche a lui».
Bassetti contro Heather Parisi: la storia si ripete
«Siamo passati in poche ore da milioni di esperti di mine navali nello stretto di Hormuz a criminologi per Garlasco e adesso tutti virologi di nuovo come ai tempi del Covid», ha anche scritto Burioni, che in epoca di Covid si era accapigliato con la no vax Heather Parisi. Cosa che, sul tema-hantavirus, ha già fatto Matteo Bassetti, direttore del reparto malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. «Non andrò in lockdown per hantavirus. Non mi ingannate con la propaganda “stai uccidendo persone se viaggi o esci di casa”. E non chiedetemi di vaccinarmi contro hantavirus per proteggere i più deboli. Questo trucco subdolo e carogna ve lo siete giocato con la vostra propaganda Covid e non attacca più. Finitela di prenderci per i fondelli», ha scritto la showgirl sui social. Questa la risposta di Bassetti: «Stia tranquilla. Potrà continuare a giocare a fare la virologa. Nessuno la vaccinerà perché non esiste un vaccino e neanche una terapia specifica. Sarà per questo che il 50 per cento di chi si contagia con hantavirus muore. Lo sapeva? Non lo avevano insegnato al corso di virologia fatto su Facebook?».
Stia tranquilla. Potrà continuare a giocare a fare la virologa. Nessuno la vaccinerà perché non esiste un vaccino e neanche una terapia specifica. Sarà per questo che il 50% di chi si contagia con #hantavirus muore.
— Matteo Bassetti (@ProfMBassetti) May 8, 2026
Lo sapeva?
Non lo avevano insegnato al corso di virologia…
Bassetti, che ha anche auspicato che «il governo voglia rivedere la sua posizione sul Piano pandemico Oms», come Burioni ha poi in qualche modo incolpato gli italiani di interessarsi a vicende in cui non ci sia traccia di agenti patogeni: «Mi raccomando, continuate a seguire il delitto di Garlasco e la salute della famiglia del bosco, mentre il mondo evoluto si interroga su come rintracciare tutti i passeggeri che hanno avuto contatti con i casi di hantavirus della nave Hondius. Sono 23, i passeggeri che erano sulla nave e sono scesi il 22 aprile. Questi hanno viaggiato tra stazioni e aeroporti e chissà quante persone hanno incontrato».

Galli invece se la prende con Trump: «Complimentoni…»
L’allarme-hantavirus ha infine risvegliato anche Massimo Galli, che durante la pandemia di Covid aveva prodotto decine di pubblicazioni scientifiche sulla pandemia, acquisendo – col suo gruppo di collaboratori – un ruolo di riferimento nazionale. Galli ha puntato il dito contro l’attuale presidente Usa.
«Vale la pena di ricordare che nel 2025 l’Amministrazione Trump ha sospeso i finanziamenti ai Centers for Research in Emerging Infectious Diseases (Creid), una rete che studiava virus con potenziale pandemico che possono passare dagli animali all’uomo. Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni», ha scritto l’infettivologo su Facebook: «In un momento in cui l’Oms risulta ulteriormente indebolita dall’irresponsabile abbandono da parte degli Usa, questo virus rappresenta un ulteriore campanello d’allarme su quanto possano costare all’umanità intera falle aperte nella sorveglianza e nella prevenzione, come la pandemia da SARS-CoV-2 avrebbe dovuto insegnare».
La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
«Ma lo sapete che la sorella del leader dell’opposizione lavora al fianco del vice del capo del governo? Non si è mai vista una situazione simile», dicono tra il serio e il faceto dentro Fratelli d’Italia. In effetti è proprio così, e politicamente la coincidenza è curiosa: alla Farnesina, negli uffici che ogni giorno hanno a che fare con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani, si aggira anche Susanna Schlein, che è la sorella di Elly, la segretaria del Partito democratico. Le cronache si erano occupate di lei solo una volta, quando lavorava nell’ambasciata d’Italia ad Atene: su un “dispaccio” Ansa del 2022 si dava conto di un attentato degli anarchici che aveva «distrutto le auto della prima consigliera d’ambasciata d’Italia ad Atene Susanna Schlein, sorella dell’esponente del Pd Elly Schlein». Un episodio che ovviamente aveva scatenato anche la pronta solidarietà dello stesso Tajani. Da allora non si è più parlato di lei: nel frattempo, e sono passati ormai tre anni e mezzo, la diplomatica è stata promossa, ed è arrivata a lavorare a Roma, nel cuore del potere del ministero degli Affari Esteri, la Farnesina. A stretto contatto con il ministro Antonio Tajani, che è di Forza Italia. L’attuale incarico di Susanna Schlein è alla direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo, una delle più potenti del Maeci, con il ruolo di “capo unità”. Una situazione che ha fatto dare di gomito qualcuno nel partito di via della Scrofa, dove si guardano con estrema attenzione le mosse di Forza Italia, non solo di Tajani ma anche di Marina Berlusconi: da qui a dire che questa “vicinanza lavorativa” possa provocare un ribaltone governativo e un asse “silenziosamente attivo” tra il Pd e i forzisti ce ne passa, ma del resto la fantapolitica non dorme mai. «Ve lo immaginate se in un governo presieduto da Bettino Craxi, dove il ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, poi alla Farnesina vi trovavate la parente più stretta del capo del Pci Achille Occhetto?», è la battuta che circola tra i più ostili a Forza Italia…
Metti Folgiero e Gubitosi a tavola
Cosa si saranno detti, martedì a pranzo, nel ristorante romano Al Ceppo, uno dei migliori luoghi della Capitale per “apparecchiare” i potenti, due personaggi come Pierroberto Folgiero e Luigi Gubitosi? Il dialogo tra l’amministratore delegato di Fincantieri e l’ex direttore generale della Rai, oltre che della Luiss che ha la sede proprio lì vicino, è stato fittissimo…
Rubio va Dal Bolognese
Alla fine, anche l’americano Marco Rubio non ha saputo resistere al fascino della “dolce vita” romana: e così, al termine della giornata di giovedì 7 maggio, ecco il segretario di Stato Usa e la moglie Jeanette Dousdebes Rubio a cena a piazza del Popolo, nel ristorante Dal Bolognese. Tre ore d’inferno per il centro storico, con il divieto di transito anche ai pedoni su tutta la piazza: dalla porta del Popolo fino a un buon punto di via del Babuino, via del Corso e via Ripetta, blindature con un esercito di forze dell’ordine e di mezzi antisommossa, tanto che ci voleva una ventina di minuti per fare un giro lunghissimo per superare gli ostacoli. E tutti hanno ricordato quanto era stata differente la visita del presidente francese Emmanuel Macron e la moglie Brigitte, sempre nel locale di piazza del Popolo, ma senza dare così tanto fastidio ai romani.

L’ex senatore forzista D’Anna contro il governo
È stato senatore di Forza Italia, Vincenzo D’Anna. Da presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei biologi, ora D’Anna bombarda il governo di Giorgia Meloni. Tutta colpa del «grave ritardo» nell’avvio dei bandi e nell’assegnazione dei finanziamenti per le scuole di specializzazione post laurea di area sanitaria. D’Anna, che è un combattente, lamenta che «nonostante i numerosi solleciti inviati», il ritardo rischia di avere «gravi ricadute sul regolare svolgimento della specializzazione».

Delfin, Rocco Basilico fa ricorso contro la procedura per il passaggio delle quote
Rocco Basilico, figlio della vedova di Leonardo Del Vecchio, ha presentato un ricorso al Tribunale del Lussemburgo contro la procedura per il passaggio del 25 per cento di Delfin, la holding di famiglia che controlla quasi un terzo di EssilorLuxottica, a Leonardo Maria Del Vecchio per circa 10 miliardi. Lo riporta Bloomberg spiegando che Basilico, che detiene il 12,5 per cento di Delfin, sostiene che l’assemblea abbia applicato una soglia di approvazione del 75 per cento anziché dell’88 per cento richiesto dallo statuto per i trasferimenti a terzi. Tale soglia avrebbe conferito al suo voto contrario potere di veto. L’erede contesta inoltre l’approvazione di una politica di dividendi minimi all’80 per cento dell’utile netto per il triennio 2025-2027, che non figurava nell’ordine del giorno originale. L’operazione, che porterebbe Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5 per cento di Delfin come primo azionista, dovrebbe chiudersi entro il 27 giugno. All’Ansa fonti finanziarie hanno segnalato che l’iniziativa di Basilico non impedisce il trasferimento delle quote.
Crosetto-Tajani, il 13 maggio audizione alla Camera su Hormuz
Mercoledì 13 maggio la seduta dell’Aula della Camera dei deputati «inizierà alle 10:30 al fine di consentire lo svolgimento dinnanzi alle commissioni III e IV dell’audizione dei ministri degli Esteri e della Difesa», Antonio Tajani e Guido Crosetto, «sulle iniziative internazionali per il ripristino della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz». Lo ha annunciato Giorgio Mulè, presidente di turno a Montecitorio.
Rubio a Tajani: «Le nazioni occidentali proteggano i propri interessi»
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un incontro di circa un’ora e mezza con la premier Giorgia Meloni. In precedenza, aveva fatto visita alla Farnesina, dove era stato accolto dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Durante il colloquio con quest’ultimo, Rubio ha sottolineato «la necessità che le nazioni occidentali proteggano i propri interessi economici», come si legge nella nota del dipartimento di Stato Usa diramata al termine dell’incontro. I due hanno discusso di cooperazione bilaterale, nonché di sfide alla sicurezza globale e regionale. Il segretario ha parlato degli sforzi per promuovere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima nelle principali vie navigabili internazionali e affrontato l’importanza di risolvere la guerra in Ucraina.
Tajani a Rubio: «Anche gli Usa hanno bisogno di Italia e Europa»
«Sono convinto che l’Europa ha bisogno dell’America, l’Italia ha bisogno dell’America, ma anche gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia. Queste sono le relazioni transatlantiche, l’unità dell’Occidente è fondamentale», ha detto Tajani a Rubio, come spiegato da lui stesso in un punto stampa al termine del bilaterale. Stando a una nota della Farnesina, nell’agenda dell’incontro c’è stato un confronto sui principali temi dell’agenda internazionale e il rafforzamento dei rapporti Italia-Usa. Al centro la guerra in Iran, la crisi nello Stretto di Hormuz e le iniziative per la libertà di navigazione, il cessate il fuoco tra Libano e Israele e il disarmo di Hezbollah, il futuro post-Unifil, l’Ucraina e la transizione in Venezuela e a Cuba. Tajani ha ribadito a Rubio che «per noi è importante una presenza americana in Europa per rafforzare la Nato e naturalmente è importante anche un impegno forte degli europei da questo punto di vista, cosa che gli europei stanno facendo».
Appuntamenti: Al Mufant di Torino si celebra il Premio Urania
Sabato dalle 15:30 un evento al Mufant per celebrare il Premio Urania e premiare dal vivo i vincitori.
Un evento tutto dedicato a Urania domani a Torino, nell'affascinante cornice del Mufant, il museo della fantascienza curato da Silvia Casolari e Davide Monopoli. Apertura alle 15:30, si inizia alle 16 con la visita guidata alla mostra Mondi nel Cerchio e invasioni aliene, dedicata a Franco Brambilla, autore delle copertine di Urania. Alle 16:45 Simone Arcagni di Emerging Series Journal dedica un intervento speciale a Urania; mentre alle 17 ci sarà un talk con i vincitori delle ultime cinque edizioni del Premio dedicato ai romanzi, ovvero Elena Di Fazio, Franci Conforti,... - Leggi l'articolo
LIBRI - Appuntamenti - 8 maggio 2026 - articolo di S*
Televisione: The Boroughs: la nuova serie Netflix mette al centro del mistero una città per soli adulti
I produttori di Stranger Things lasciano gli adolescenti per i pensionati, ma il mood resta lo stesso
Prodotta dai creatori di Stranger Things Matt e Ross Duffer attraverso la loro Upside Down Pictures, e creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews (Dark Crystal – La resistenza), The Boroughs è la serie Netflix in arrivo il prossimo 21 maggio che mostra un comunità di pensionati in cui si infiltrano misteri e "cose strane". Guarda il video: The Boroughs - Ribelli senza tempo | Trailer ufficiale | Netflix Italia Protagonisti della vicenda degli otto episodi che compongono la prima stagione sono i residenti interpretati da Alfred Molina (il Doc Oc di Spider-Man 2), Geena... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Televisione - 8 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Editoria: Shock Induction, il futuro secondo Chuck Palahniuk
L'autore di Fight Club si sposta nel futuro per immaginare una soluzione alla crisi della lettura.
Perché i giovani leggono così poco? Nel futuro, la situazione arriverà al punto da preoccupare il Senato degli Stati Uniti, che cercherà soluzioni per invertire la tendenza. Sarà probabilmente un Senato di matrice diversa da quello attuale, che ha fatto più o meno di tutto per smantellare l'istruzione negli Stati Uniti a ogni livello. Il libro è Shock Induction, l'ultimo romanzo (uscito in USA nel 2024) di Chuck Palahniuk, l'autore di Fight Club e di numerosi altri romanzi di successo. Il libro 2032. In risposta al grido d’aiuto... - Leggi l'articolo
Editoria: Tra Dune e Messia di Dune: Paul di Dune
Esce in Italia il romanzo di Brian Herbert e Kevin J. Anderson che riempie il vuoto tra il primo e secondo libro della saga di Herbert.
Prima vennero i sequel, o seguiti. Poi vennero i prequel, portati alla fama soprattutto da Star Wars. Mancavano gli interquel, ovvero quei romanzi che non sono ambientati né prima né dopo l'opera a cui si collegano, ma durante. Oltre a diverse serie sequel e prequel della serie di Dune, Brian Herbert e Kevin J. Anderson hanno scritto anche una trilogia – o meglio, tre libri, perché non sono un'unica storia – interquel, andando a colmare buchi nella storia raccontata nel canone originale. Il primo di questi è Paul di Dune, che racconta in parte... - Leggi l'articolo


Pure awkwardness at the FIFA Congress in Vancouver.































