
Una indagine di Confcooperative conferma che gli italiani sono riciclatori seriali di regali: uno su due riutilizzerà i doni ricevuti a Natale durante il prossimo anno.
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Dallo scoppio del conflitto in Israele «le quotazioni del gas sui mercati internazionali sono salite del +34 per cento, passando dai 38 euro al megawattora del 6 ottobre ai 51 euro di venerdì scorso», un incremento che, «se traslato sulla voce ‘approvvigionamento materia prima energia’ nelle prossime bollette di luce e gas, determinerebbe sul mercato tutelato una spesa aggiuntiva pari a +355 euro su base annua a famiglia». Lo ha affermato il Codacons in una nota, plaudendo alla proroga del mercato tutelato che lunedì 23 ottobre verrà varata dal Cdm.
«Con il nuovo fronte di guerra», spiega l’associazione, «la bolletta media del gas potrebbe salire di 210 euro, attestandosi a 1.537 euro annui a nucleo, mentre quella dell’elettricità aumenterebbe, nell’ipotesi di prezzi costanti, di 145 euro, portandosi a quota 909 euro annui, con una spesa complessiva per le forniture energetiche di 2.446 euro e un incremento complessivo del +17 per cento rispetto alle tariffe attualmente in vigore.
Sorpresa, ma non tanto. Confindustria non conta più nulla. I quattro anni della presidenza Bonomi (quasi all’unanimità una delle più incolori di quelle passate ai piani alti di viale dell’Astronomia) stanno finendo e il sindacato degli imprenditori si trova per l’ennesima volta al bivio: scegliere un leader forte e carismatico che ridia lustro a un’organizzazione arrivata ai minimi, o pescare un altro «professionista di Confindustria», come li chiamava con un certo sprezzo Gianni Agnelli, un imprenditore senza impresa che ne perpetui l’ineluttabile declino.
D’accordo, in questi tempi liquidi bisogna fare i conti con la crisi della rappresentanza, l’evanescenza dei corpi intermedi che ne mette in discussione ruolo e identità. Però mentre la triplice sindacale si agita, vuol dare segni di viat e far vedere che, indipendentemente da quale sia il suo peso reale, l’antagonismo al governo è sempre un buon collante, Confindustria resta avvolta nel suo esiziale torpore. Qualche intervista, qualche dimenticabile convegno, qualche uscita spesso relegatasolo tra le pagine rosa del giornale di casa. Ma al dunque, quando il gioco si fa duro, resta ai margini del campo. Sarà forse perché, eravamo agli inizi della sua presidenza, Bonomi si lanciò incautamente a dire che la politica era peggio del Covid, ma da allora il distacco con i suoi palazzi che gliel’hanno giurata è stata una costante. Basta, dialogo ai minimi, non ci confrontiamo con chi ci considera più deleteri di un’ epidemia. Al punto che, quando lo scorso febbraio Giorgia Meloni decise di passare un colpo di spugna sul Superbonus edilizio, che pur coinvolgeva migliaia di aziende del settore, in viale dell’Astronomia non arrivò nemmeno una telefonata di cortesia. Si dirà che quando l’organizzazione celebra la sua assemblea generale, leader di partito e cariche istituzionali sono sempre lì a far passerella. Ma è diventata seempre più una partecipazione di circostanza, un rito cui sembra troppo non presenziare (lo fece una volta Matteo Renzi, quando da premier ancora infervorato nel suo afflato rottamatore, disertò l’assise al Parco della Musica). Vuoi mettere la corrispondenza di amorosi sensi con Coldiretti, il caldo abbraccio degli iscritti, la confort zone dove Meloni si rifugia quando ha bisogno di sentirsi coccolata e acclamata?

Ma Confindustria, oltre che essere in crisi col mondo esterno, ha problemi anche con se stessa. L’ultimo episodio di cui questo giornale ha dato notizia, ossia il furibondo scazzo tra Bonomi e Francesca Mariotti, la direttrice generale, una testa finissima in fatto di fiscalità, culminata con il siluramento della manager, è la spia che la struttura sta cadendo a pezzi. Ma se dai un’immagine di profonda spaccatura al tuo interno come puoi pensare che la tua rappresentatività non ne esca intaccata? Quello di Mariotti è solo l’ultimo di una sequela di scontri dove a far da teatro è stata anche la Luiss, ovvero la Bocconi di Confindustria, l’università da sempre suo fiore all’occhiello. Così, alla vigilia della campagna elettorale da cui uscirà il nuovo presidente, viale dell’Astronomia è dilaniata da un tutti contro tutti che ne intacca gravemente l’immagine. Per colui che succederà a Bonomi, sarà un compito ingrato e faticoso. Ma serve un requisito imprescindibile da cui partire. Dovrà essere un imprenditore che vive del suo lavoro, che può per la durata del mandato distaccarsene senza averne nocumento. Dovrà essere qualcuno che si dedica anima e corpo a recuperare l’identità e il prestigio perduti, e che non veda Confindustria solo come un trampolino di lancio a uso e consumo della sua carriera.
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Il governo, per incentivare il passaggio alla mobilità elettrica di cittadini e imprese, ha previsto il bonus colonnine che permette la copertura del 40 per cento delle spese sostenute per l’acquisto e l’installazione dei dispositivi di ricarica.
A poter beneficiare del bonus colonnine, come detto, sono le imprese nazionali di qualsivoglia dimensione e i singoli professionisti che, accedendo alla misura, possono ottenere il rimborso del 40 per cento delle spese sostenute per le colonnine di ricarica elettrica acquistate dal 4 novembre 2021 e oggetto di fatturazione elettronica. Le spese coperte dal bonus riguardano l’installazione:
Inoltre, il contributo governativo copre fino al massimo del 10 per cento delle spese sostenute per l’acquisto e la messa in opera degli impianti, così come quelle relative alla connessione della rete elettrica e alla progettazione, direzione lavori, sicurezza e collaudi.
I cittadini e le imprese interessati al bonus colonnine devono farne espressa richiesta ed inviare la domanda nel periodo compreso tra il 10 e il 30 novembre 2023. Già dalle ore 10 del 26 ottobre 2023, tuttavia, sarà possibile compilare la richiesta sulla piattaforma digitale di Invitalia. La stessa agenzia governativa mette a disposizione dei cittadini un numero verde gratuito, 800 77 53 97, e una scheda contatto online nell’area riservata sul sito www.invitalia.it.

A sostegno della misura sono stati stanziati dal governo 87,5 milioni di euro, 70 dei quali volti a sostenere le imprese che acquistano colonnine elettriche di ricarica per un valore complessivo inferiore ai 375 mila euro. Altri 8,75 milioni di euro sono riservati alle imprese che superano nel costo complessivo la suddetta soglia, mentre ulteriori 8,75 milioni sono rivolti ai professionisti.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si è così espresso sul bonus colonnine: «Vogliamo accompagnare la crescita della mobilità elettrica nel Paese, già fortemente sostenuta dal Pnrr». A tal proposito si ricorda che il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede un investimento di 700 milioni di euro che, entro il 2026, consentiranno lo sviluppo di oltre 20 mila infrastrutture fra aree urbane e superstrade.
I dati diffusi dall’Osservatorio Birra contestualmente alla presentazione del 7/mo rapporto realizzato da Althesys non lasciano dubbi: «Un aumento di pochi centesimi di euro dell’accisa sulla birra finirebbe per far male a tutti. Anche al consumatore». In particolare viene sottolineato come l’incremento colpisce i produttori, già alle prese con costi sempre più insostenibili, riduce i margini degli esercenti e ricade anche sul consumatore, perché viene gravata d’Iva.
Nel rapporto si evidenzia come «in una birra al bar circa 80 centesimi sono imputabili all’accisa mentre su una bottiglia da 0,66 in offerta al supermercato questa tassa incide per circa il 40 per cento sul prezzo di vendita». L’Osservatorio Birra inoltre ricorda che si tratta dell’unica bevanda da pasto gravata da accise, e in passato – fa presente – «lo Stato, quando ha abbassato l’accisa sulla birra, ha incassato di più: +27 per cento di entrate erariali nel 2017-2019 rispetto al triennio precedente, che aveva visto gli aumenti di questa tassa».
Con una minor pressione fiscale, evidenziano gli analisti, i produttori sono stati in grado di «fare investimenti, lanciare nuovi prodotti, generando crescita e quindi gettito». Una riduzione delle accise, segnala l’Osservatorio, «potrebbe alleggerire la pressione inflattiva per i consumatori e aumentare il gettito Iva grazie all’aumento delle vendite. L’alleggerimento della pressione fiscale» si apprende in conclusione «potrà fornire al mercato lo stimolo per riprendere la sua parabola di crescita».

Il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime del Pil dell’Italia per il 2023 e il 2024 nell’ambito della generale frenata dell’economia globale e in particolare di quella europea. La previsione è stata presentata martedì 1o ottobre al World Economic Outlook a Marrakech.
Per il 2023 l’Fmi ha delineato una crescita dello 0,7 per cento, con un taglio dello 0,4 per cento rispetto alle previsioni di luglio, quando le stime erano state invece corrette al rialzo. Anche per il 2024 per il nostro Paese è prevista una crescita dello 0,7 percento, con una limatura di 0,2 rispetto alle precedenti stime. Ad agosto 2023 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,2 per cento rispetto a luglio, mentre nella media del periodo giugno-agosto il livello della produzione è cresciuta dello 0,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti.
La crescita dell’economia mondiale sta frenando nel 2023 e si ridurrà ulteriormente il prossimo anno, con un rallentamento che investe maggiormente i paesi sviluppati e meno gli emergenti. L’Fmi ha previsto che il Pil globale segnerà un +3 per cento dal 3,5 del 2022 per limarsi a +2,9 per cento nel 2024 (la precedente stima era di +3 per cento). Tra le cause del rallentamento il rapporto ha indicato la guerra in Ucraina, la crescente frammentazione dell’economia e alcune più cicliche come la stretta monetaria anti inflazione, il ritiro degli aiuti pubblici e gli eventi climatici estremi.
Don Giordano Piccinotti è il nuovo presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. Il salesiano prende il posto del vescovo Nunzio Galantino, che ha terminato lo scorso giugno il quinquennio come presidente. Piccinotti è il primo presidente Apsa, considerata la banca centrale del Vaticano, che non sia stato vescovo o cardinale.
Classe 75, il nuovo presidente Apsa è nato a Manerbio, in provincia di Brescia. Nel 2004 ha emesso la professione perpetua nella società salesiana di San Giovanni Bosco e il 17 giugno 2006 ha ricevuto l’ordinazione presbiterale. Nel suo percorso di studi, ha conseguito la licenza in Teologia spirituale presso l’università pontificia salesiana a Roma. È stato inoltre economo delle case salesiane di Lugano, dal 2007 al 2011 e dal 2016 al 2017; e ha ricoperto il ruolo di economo anche a livello ispettoriale, nel sessennio 2011-2017.
È inoltre direttore della fondazione Opera don Bosco nel Mondo a Lugano, Svizzera; procuratore della fondazione Istituto Elvetico Opera don Bosco, sempre a Lugano; direttore esecutivo della fondazione Opera Don Bosco onlus a Milano; membro del Consiglio della Stiftung Don Bosco in Der Welt a Schaan, Liechtenstein; tesoriere del consiglio di amministrazione della ONG Volontariato Internazionale per lo sviluppo (VIS).
Al via la regolarizzazione degli scontrini. Con la pubblicazione del decreto energia nella Gazzetta ufficiale di venerdì 29 settembre, diventa operativa la norma che consente di sanare la mancata certificazione dei corrispettivi da parte dei soggetti con partita Iva.
Ad annunciarlo è l’Agenzia delle Entrate ricordando che, in base a quanto disposto dal dl, i contribuenti che dal primo gennaio 2022 e fino al 30 giugno 2023 hanno commesso una o più violazioni, possono mettersi in regola beneficiando delle sanzioni ridotte previste dal ravvedimento operoso anche se le stesse violazioni sono state già constatate con un processo verbale.
Rispetto al mese di agosto, la bolletta del gas a settembre ha subito un aumento del 4,8 per cento sul mercato tutelato. A renderlo noto con un comunicato è l’Arera, l’autorità pubblica che fissa le tariffe di luce e gas sul mercato di maggior tutela, che riguarda 10 milioni di utenti, un terzo del totale.
Le ragioni del rincaro sono legate all’aumento rispetto ad agosto del prezzo medio del metano. Sul mercato italiano all’ingrosso, il Psv, la quotazione media di settembre è stata di 37,05 euro al megawattora. Sono rimasti invariati gli oneri generali e la tariffa legata alla spesa per il trasporto e la misura.
L’aumento, nella spesa gas per la famiglia tipo nell’anno scorrevole (ottobre 2022 – settembre 2023), è pari dunque a 1.459 euro circa, al lordo delle imposte, e risulta in calo del 13,9 per cento rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente (ottobre 2021 – settembre 2022). Confermati per settembre e per tutto il 2023, l’azzeramento degli oneri generali e la riduzione Iva al 5 per cento, come anche per la gestione calore e teleriscaldamento. Lo scorso 28 settembre, l’Arera aveva comunicato l’aggiornamento della tariffa dell’elettricità sul mercato tutelato, che è salita del 18,6 per cento nel quarto trimestre del 2023 rispetto al trimestre precedente.
«L’aumento delle tariffe del gas del 4,8 per cento disposto da Arera porta la bolletta media di una famiglia del mercato tutelato a quota 1.327 euro annui che, sommati ai 764 euro della luce dopo i rincari scattati nell’ultimo trimestre, fanno salire la spesa per luce e gas a un totale di 2.091 euro annui a nucleo, +181 euro all’anno rispetto le precedenti tariffe». Ad affermarlo è il Codacons che, attraverso le parole del presidente Carlo Rienzi, spiega: «Al di là dell’entità degli aumenti di settembre, ciò che più preoccupa è il rischio di una nuova escalation dei prezzi dell’energia nei mesi invernali, quando cioè si concentra l’80 per cento dei consumi di gas delle famiglie».
La Piana di Gioia Tauro e l’intera Calabria si mobilitano contro il rischio di una possibile chiusura del grande porto transhipment, a causa delle restrizioni in materia ambientale disposte con una recente direttiva dell’Unione europea. Per il prossimo 16 ottobre è stato organizzato un flash mob al quale prenderanno parte lavoratori portuali, imprese che svolgono la loro attività nello scalo, istituzioni, sindaci, sindacati e associazioni di categoria.
È stato intanto elaborato un manifesto per la difesa del porto di Gioia Tauro dove si legge: «Chiuderà Gioia Tauro? Riusciranno le istituzioni e la politica italiana a far cambiare tempistica all’Unione europea che con una direttiva, nell’ambito del pacchetto Fit For 55, ha imposto la riduzione delle emissioni in atmosfera anche in ambito marittimo, disponendo che gli armatori compensino annualmente le emissioni inquinanti prodotte. L’interrogativo attanaglia coloro che ritengono che Gioia Tauro possa, nel volgere di qualche mese, essere a rischio chiusura. O, quanto meno, a rischio di una drastica riduzione di occupazione e investimenti, causa il nuovo sistema di tassazione che potrebbe verosimilmente indurre le linee di navigazione a spostare i traffici in scali extra-europei. Il pericolo è veramente imminente. E la mancanza di concreta sensibilità su questo tema ci preoccupa».
«Il porto di Gioia Tauro» – si legge ancora nel manifesto – «il più grande d’Italia per transhipment e che quest’anno si appresta a segnare il record della movimentazione dei container nella sua storia breve ma intensa, potrebbe ritornare a essere un deserto, con le gru smontate e le navi dirette verso scali competitors che si trovano nei Paesi del Nord Africa, dove la direttiva UE non verrebbe applicata o si applicherebbe solo in parte. Difendere l’ambiente dai cambiamenti climatici in corso» – si afferma ancora nel documento – «è un dovere delle Nazioni e degli uomini, ma occorre farlo tutti insieme riavviando il nastro delle azioni da intraprendere con la massima responsabilità. Perché non si può accettare che vengano adottati drastici provvedimenti in Europa per inquinare meno e non si faccia altrettanto negli scali direttamente concorrenti a quelli europei”.
Secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, Marelli ha fornito la disponibilità a sospendere a tempo indeterminato la procedura di chiusura della fabbrica di Crevalcore. Il segretario nazionale Uilm Gianluca Ficco, responsabile del settore automotive, e Stefano Lombardi, segretario generale della Uilm di Bologna, hanno così dichiarato: «Un primo, seppur piccolo, risultato conseguito grazie alle mobilitazioni dei lavoratori di tutti gli stabilimenti italiani e grazie alla solidarietà dimostrata dalle istituzioni pubbliche».
#Marelli @GianlucaFicco1 -Lombardi (Uilm): “Sospensione procedura di chiusura di Crevalcore è solo un primo piccolo risultato” @UilmSocial https://t.co/v8lXJ823l0
— Uilm Nazionale (@UilmNazionale) October 3, 2023
Dopo l’incontro tenutosi martedì 3 ottobre al ministero delle Imprese e del made in Italy con i sindacati, l’azienda «ha condiviso la proposta del ministro Urso al fine di lavorare a un tavolo congiunto con il governo, la regione Emilia-Romagna e le parti sociali, per l’identificazione di una soluzione che preservi la continuità industriale del sito di Crevalcore». Inoltre, avrebbe parlato di «difficoltà oggettive legate alla transizione, alla mancanza di commesse e alla scelta di Stellantis di lavorare su piattaforme ex Peugeot e non ex Fiat». La proposta di sospendere la procedura di chisura dello stabilimento di Crevalcore servirebbe dunque ad avere il tempo di «cercare un investitore per una reindustrializzazione del sito».
Si delinea un futuro per lo stabilimento #Marelli di Crevalcore e per i suoi 229 dipendenti.
La nostra priorità è sempre stata quella di sostenere e rilanciare la produzione nel settore e nella filiera dell'automotive, e siamo convinti che ciò passerà dall’accompagnamento verso… pic.twitter.com/i4Nss65fMD
— Adolfo Urso (@adolfo_urso) October 3, 2023
«La sospensione a tempo indeterminato della procedura di chiusura dello stabilimento è un primo importante risultato, frutto anche della mobilitazione dei lavoratori di tutto il gruppo, ma non è sufficiente. La vertenza è tutt’altro che risolta» ha spiegato la Fiom con una nota congiunta a firma di Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile settore mobilità e Simone Selmi, segretario generale Fiom-Cgil di Bologna. La mobilitazione prosegue. Decideremo insieme ai lavoratori le iniziative da mettere in campo fino a quando sarà scongiurata la chiusura del sito e non verrà garantita l’occupazione».
È stato perfezionato l’accordo di joint venture tra Enel e Inpex corporation con la cessione del 50 per cento di Enel green power Australia (Egpa) per un corrispettivo totale di circa 142 milioni di euro, pari a un enterprise value di 426 milioni di euro.
A rendere pubblica la joint venture è stata Enel green power attraverso un comunicato in cui viene specificato che l’operazione ha generato complessivamente un impatto positivo pari a circa 95 milioni di euro sull’Ebitda del Gruppo Enel. L’iniziativa ha anche generato un effetto positivo sull’indebitamento netto consolidato del Gruppo di circa 142 milioni di euro nel 2023, che non include circa 203 milioni di euro di indebitamento netto deconsolidati nel 2022, in quanto Egpa era già stata classificata come held for sale.
Il nuovo accordo raggiunto da Enel è in linea con il Piano Strategico che prevede «la realizzazione di partnership in alcuni business e aree geografiche per incrementare la creazione di valore» e porta alla gestione congiunta di Egpa da parte di Egp e Inpex. Le due realtà, entrando più nello specifico «supervisionando l’attuale portafoglio di generazione da fonti rinnovabili di quest’ultima (Egpa, ndr) e continuando a sviluppare la sua pipeline di progetti, allo scopo di ottenere un incremento della capacità installata di Egpa. In questo modo, Egpa continuerà a guidare la transizione energetica in corso in Australia, accelerando il suo contributo al raggiungimento dell’obiettivo Net Zero del Paese».

Il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti ha approvato nuove operazioni in favore di imprese, territori, infrastrutture e cooperazione internazionale per un valore complessivo di 1 miliardo di euro. Nella stessa sede, inoltre, è stato dato il via libera alla Politica Generale sul Responsible Procurement, che stabilisce i principi cardine e le modalità operative per promuovere la sostenibilità ambientale, sociale e di buona governance presso le l’intera catena dei fornitori di Cdp.
Le attività decise da Cdp in sostegno di imprese, territori e infrastrutture fanno nello specifico riferimento a fondi di investimento alternativo e finanziamenti, anche in pool con altre istituzioni finanziarie, che mirano ad agevolare le imprese italiane nell’accesso al credito, nell’internazionalizzazione e nei piani di crescita delle imprese. I destinatari della misura possono essere le realtà economiche di ogni dimensione che rappresentano un’eccellenza del Made in Italy e che mirano allo sviluppo di nuovi programmi di investimento che abbiano impatti positivi sulle filiere strategiche del Paese.
Nello stesso consiglio di amministrazione, e in linea con gli obiettivi ESG del Piano Strategico 2022-2024, Cassa depositi e prestiti ha approvato anche la Politica Generale sul Responsible Procurement. Si tratta di un insieme di standard etici, economici, sociali e ambientali che diventano le linee guida dell’istituzione nella scelta dei propri fornitori. Si segue, dunque, l’ottica della premialità, che include anche la verifica del fatto che i fornitori stessi applichino i principi di sostenibilità in tutta la loro catena di approvvigionamento.

Nel mese di agosto 2023, i prezzi dei carburanti in Italia sono aumentati del +9,5 per cento (benzina) e +2,7 per cento (gasolio), rispetto allo stesso mese del 2022. Il Gpl è sceso del -11,5 per cento. Sono i dati forniti a Roma dalla Faib Confesercenti, associazione di categoria dei benzinai, in occasione della sua assemblea per il 60/o di fondazione, in corso mercoledì 27 settembre. Nei primi sette mesi del 2023 sono cresciuti i consumi dei carburanti sulla rete ordinaria, sia per la benzina (+431 milioni di litri rispetto allo stesso periodo del 2022), sia per gasolio e Gpl (rispettivamente +140 milioni e +21 milioni). Da gennaio a luglio si è registrata una diminuzione sull’extra rete, (-8 milioni di litri per la benzina, -374 milioni per il gasolio).
Oggi da #Faib @Confesercenti per il 60esimo della loro nascita.
Da sessant’anni Energia all’Italiapic.twitter.com/adFkipM6e8
— Assopetroli-Assoenergia (@Assopetroli) September 27, 2023
Tradotto dunque, per un pieno di 50 litri di benzina gli italiani hanno pagato 11 euro in più della media europea, aggravio quasi totalmente dovuto alla componente fiscale. Ipotizzando una media di 4 pieni nel mese, i consumatori italiani hanno speso 388,2 euro, oltre 45 euro in più della media europea, di cui più di 44 euro di imposte. Da gennaio a luglio del 2023, secondo i dati Faib, il costo dei carburanti in Italia è stato superiore rispetto alla media europea di 22,4 centesimi di euro al litro per la benzina e di 18,3 centesimi al litro per il gasolio, il più alto dal 2018.
Nel prezzo al consumo della benzina e del gasolio, sempre nei primi sette mesi dell’anno, nel nostro Paese la quotazione internazionale pesa per il 32 per cento per la benzina e per il 35 per cento per il gasolio (nel 2021 il peso era del 26,6 per cento e del 28 per cento). Il ricavo industriale (margine lordo della compagnia) e il ricavo lordo del gestore (pari a 3,5 centesimi di euro, l’1,9 per cento del prezzo della benzina e il 2 per cento di quello del gasolio) insieme costituiscono tra il 10 e l’11 per cento del prezzo finale. Il carico fiscale (Iva e accisa) pesa per il 57 per cento del prezzo della benzina e il 53 per cento del prezzo del gasolio (erano il 48 per cento e il 42 per cento nel 2022).