Se c’è un risultato che la “mossa del cavallo” del congresso straordinario ha portato a Matteo Salvini è l’apertura di una crepa interna alla fronda nordista. Luca Zaia è contrario alla presentazione di una mozione centrata sulla questione settentrionale. Non perché non ne condivida l’urgenza ma perché è sicuro che il segretario uscente, in corsa per la riconferma, si farà promotore di un’istanza simile e che, quindi, con il voto palese, la mozione presentata dai cosiddetti ribelli nordisti potrebbe non passare. Il presidente del Consiglio regionale veneto, invece, non sarebbe contrario a un’eventuale candidatura di Massimiliano Romeo. Con il voto segreto, riservato ai candidati alla segreteria – è il ragionamento -, il segretario della Lega lombarda potrebbe ottenere una buona percentuale, forse anche «intorno al 20 per cento» (l’ultimo sfidante di Salvini, Gianni Fava, nel 2017 ottenne il 17,30 per cento e fu considerata una bruciante sconfitta; lo stesso, prima di lui, accadde a Umberto Bossi che, nel 2013, ottenne il 18,34 per cento).

I governatori contro il voto palese
Di avviso opposto a Zaia sono gli altri “frondisti”. Da Romeo ad Attilio Fontana, da Massimiliano Fedriga a Maurizio Fugatti, i governatori da settimane speravano che il regolamento del congresso estendesse il voto segreto anche alle mozioni congressuali e agli emendamenti allo statuto. E invece la commissione statuto e regolamento del congresso, guidata da Roberto Calderoli, ha deliberato il voto palese per questi due passaggi. Insomma, per usare le parole di Romeo, sarebbe stato architettato un bel «trappolone» per i nordisti che avrebbero voluto far sentire la loro voce almeno sui contenuti della assise.

La riunione del federale tra assenze e videocollegamenti
Come ammesso dallo stesso Romeo, i frondisti infatti non credono nella possibilità di vittoria di un loro eventuale candidato in un congresso ‘blindato’ dalla riproposizione degli stessi 700 delegati convocati a Firenze un anno e mezzo fa. Per correre, il lombardo dovrebbe presentare 80 firme di delegati (la quota è diminuita) raccolte in almeno quattro Regioni. Le regole del congresso sono state presentate da Salvini durante una breve – e poco partecipata – riunione del consiglio federale. Convocato nella sede della Lega in via Bellerio a Milano, l’incontro è durato circa un’ora. E ha parlato solo il segretario. Tra i dirigenti, solo una decina era presente, la maggior parte era collegata. Dal Veneto è arrivato solo il presidente della Camera Lorenzo Fontana, tra i lombardi erano presenti la vicesegretaria Silvia Sardone e il capo dei Giovani Luca Toccalini. Gli altri big, tra cui Romeo, partecipavano da remoto e non sono intervenuti. Insomma, un federale all’insegna del laissez faire. Un anticipo dell’atteggiamento che i critici di Salvini si apprestano a tenere anche nei confronti del congresso, che sarà presieduto da Lorenzo Fontana; vicepresidente Sardone.

Torna la segreteria politica: ci saranno anche i ribelli?
E anche qui il fronte si divide. Fedriga sarà trattenuto in Friuli-Venezia Giulia dalla cresima del figlio, mentre Zaia ha assicurato che non mancherà. «Vado e dico quello che penso», avrebbe confidato l’ex doge ai suoi, «dirò che il sovranismo è liberticida». Salvini ha anticipato anche che chiederà alla commissione statuto di proporre un emendamento per la modifica del simbolo del partito ma non ha fornito ulteriori dettagli. Da tempo, il segretario usa la dicitura Lega sulla sua pagina social, senza “Salvini premier” sopra la sagoma del guerriero Alberto da Giussano (la modifica intercetterebbe anche la richiesta di indicare il candidato premier, ovvero Giorgia Meloni per il centrodestra, introdotta dalla nuova legge elettorale). Per potersi ricandidare Salvini si è dovuto dimettere. Ha preteso le dimissioni anche dei suoi vice e nominato vicesegretario vicario il tesoriere Alberto Di Rubba, che avrà il compito di traghettare il partito verso il congresso del 24 e 25 ottobre.

Il fu capitano ha anche fatto sapere che nominerà una segreteria politica con la quale condividere «onori e oneri» del partito. La segreteria, organo apparso in passato poi rinnegato e trasformato in tavolo dei territori, dovrebbe essere più snella del consiglio federale e prevedere la partecipazione di una decina di dirigenti del territorio. Si vedrà se coinvolgerà anche i riottosi. Per ora, il segretario leghista avrebbe – secondo quanto si apprende – chiesto a tutti governatori di partecipare in prima persona alle prossime elezioni politiche, offrendo loro il posto di capolista in cinque collegi ciascuno.
