Lombardi stronca la burocrazia dei cantieri

di Erika Noschese

I numeri certificano un tragico fallimento delle risposte istituzionali tradizionali e impongono un netto cambio di rotta. Ieri, in occasione delle celebrazioni per la 76ª Giornata internazionale dedicata alla memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro, il presidente nazionale di Federcepicostruzioni, Antonio Lombardi, ha lanciato un durissimo atto d’accusa contro un apparato preventivo considerato ormai obsoleto, costoso e drammaticamente inefficace. La fotografia scattata dall’associazione di categoria si basa sui recentissimi dati Inail relativi ai primi 7 mesi del 2026, che evidenziano una situazione particolarmente allarmante proprio per il comparto edile. Le denunce di infortunio mortale nel settore delle costruzioni sono passate dalle 67 del periodo compreso tra gennaio e luglio 2025 alle 76 dello stesso lasso temporale dell’anno in corso, facendo registrare un incremento del 13,4%. Si tratta di un andamento in netta e preoccupante controtendenza rispetto al dato nazionale complessivo, il quale, nello stesso periodo esaminato, registra 422 denunce mortali in occasione di lavoro, escludendo dal conteggio gli studenti, contro le 432 dell’anno precedente. Allargando lo spettro visivo all’intero mondo occupazionale, le denunce di infortunio raggiungono l’imponente quota di 256.471, con un aumento del 4,9%. Un quadro statistico che assume contorni ancor più foschi se si considerano anche gli incidenti in itinere e quelli occorsi agli studenti, facendo schizzare il totale delle denunce a ben 368.085, con 595 casi mortali formalmente denunciati. Pur trattandosi di dati provvisori che non coincidono necessariamente con gli infortuni che verranno definitivamente accertati, il segnale proveniente dai cantieri risulta inequivocabile e doloroso. Di fronte a questa vera e propria strage silenziosa, il vertice della federazione non usa mezzi termini per stigmatizzare le attuali politiche di contrasto al fenomeno, evidenziando il paradosso di un comparto in cui le morti crescono malgrado un apparato normativo e amministrativo particolarmente articolato. “Abbiamo costruito negli anni un sistema nel quale proliferano organismi, strutture, incarichi e certificazioni,” ha tuonato il presidente Lombardi nel corso del suo accorato intervento, sottolineando con amarezza come tutto ciò avvenga “mentre gli incidenti mortali, spesso di operai anziani o non contrattualizzati, continuano a insanguinare i cantieri”. La dura critica si concentra sull’eccessivo peso degli adempimenti formali che schiacciano le ditte senza tutelare realmente e materialmente le maestranze. “Un sistema,” ha proseguito il rappresentante datoriale analizzando le disfunzioni dell’apparato statale, “che rischia di misurare la sicurezza sulla quantità di documenti prodotti anziché sulla reale riduzione dei rischi”. L’appello punta a scardinare in radice una visione meramente amministrativa e punitiva della prevenzione, poiché, come evidenziato in modo perentorio dal numero uno dell’associazione di categoria, “non possiamo continuare a confondere la burocrazia con la prevenzione”, in virtù del fatto inconfutabile che “le poltrone di organi autoreferenziali, gli orpelli amministrativi e le rendite di posizione non salvano vite umane”. Servono, al contrario, interventi estremamente concreti, verificabili e capaci di incidere tangibilmente sulla complessa routine del cantiere. A destare particolare e specifica apprensione è soprattutto la situazione della Campania, una regione che rimane desolatamente ancorata alla cosiddetta zona rossa tracciata dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering. L’istituto basa la sua classificazione sull’incidenza dei decessi rispetto alla popolazione regolarmente occupata, e nei soli primi 7 mesi del 2026, il territorio campano ha pianto ben 41 vittime, confermandosi tragicamente tra le aree geografiche in cui il rischio di mortalità lavorativa supera di gran lunga la media nazionale. Un’emergenza cronica che colpisce al cuore un tessuto imprenditoriale composto in larghissima parte da piccole e medie imprese, spesso impegnate in lavorazioni complesse e in articolate catene di affidamento dei lavori. A tal proposito, il leader di Federcepicostruzioni ha voluto precisare un concetto fondamentale per la sopravvivenza del settore: “La Campania ha un tessuto imprenditoriale composto in larga misura da piccole e medie aziende”, ha ricordato, avvertendo subito dopo che “non possiamo pensare di migliorare la sicurezza semplicemente caricando queste imprese di ulteriori costi e complicazioni amministrative”. Ha quindi ribadito l’urgente necessità di “metterle nelle condizioni di investire concretamente in macchinari più sicuri, attrezzature moderne, formazione qualificata e organizzazione del lavoro”, scongiurando il pericolo che la prevenzione si trasformi in un esclusivo privilegio delle grandi realtà maggiormente strutturate. Le recenti tragedie di cronaca purtroppo suffragano questa stringente necessità di pragmatismo operativo e dimostrano che i pericoli insiti nel mestiere sono sempre gli stessi da decenni. Basti pensare al dramma consumatosi pochissimo tempo fa a Caivano, nel napoletano, dove un operaio ha perso la vita precipitando nel vuoto durante i lavori di manutenzione su un capannone industriale, oppure al gravissimo episodio di Filago, in provincia di Bergamo, che ha visto uno sfortunato imprenditore edile di 62 anni morire atrocemente schiacciato dal peso di un escavatore, fino ad arrivare al giovane lavoratore di soli 21 anni rimasto gravemente ferito a Milano a causa del crollo improvviso di una parete. Dinanzi a palesi e storici rischi legati a cadute dall’alto, errata movimentazione dei mezzi pesanti o imprevedibili cedimenti strutturali, il mero rispetto formale delle scartoffie si dimostra del tutto vano. “Sia chiaro, nessuno mette in discussione la necessità di regole rigorose”, ha tenuto a chiarire Lombardi con assoluta fermezza, aggiungendo però in un secondo momento che “dobbiamo avere il coraggio di distinguere ciò che serve realmente a prevenire un incidente da ciò che finisce per rappresentare soltanto un passaggio burocratico”. Il concetto è stato ulteriormente e plasticamente rafforzato da un’immagine molto nitida: “Un documento perfettamente compilato”, ha scandito il presidente, “non può fermare una caduta dall’alto, così come un attestato non garantisce, da solo, la capacità di utilizzare in sicurezza un macchinario”. Per rifondare totalmente questo modello zoppicante, la federazione ha messo organicamente sul tavolo del decisore politico 6 proposte prioritarie, che spaziano dalla radicale semplificazione normativa per eliminare le procedure ridondanti, alla razionalizzazione degli innumerevoli apparati di controllo e vigilanza, passando per la forte e ineludibile richiesta di stanziare corposi incentivi economici e fiscali destinati unicamente alle aziende virtuose che acquistano moderne tecnologie di protezione. Si spinge inoltre con decisione per una formazione che sia finalmente pratica, qualificata e basata sull’addestramento sul campo piuttosto che su corsi puramente teorici, per ispezioni ispettive mirate sui rischi sostanziali e, infine, per una serrata lotta alla concorrenza sleale legata alla logica spietata del massimo ribasso negli appalti pubblici e privati, fattore che finisce inesorabilmente per penalizzare sul mercato le ditte che scelgono di investire ingenti capitali nella legalità e nella qualità. Tale profondo impegno civico e sindacale è stato peraltro trasfuso nel nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per il settore edile, recentemente sottoscritto dalla stessa organizzazione datoriale insieme ad altre sigle, volto a premiare la responsabilizzazione diffusa di tutti gli attori coinvolti nel processo produttivo. “Non chiediamo di abbassare il livello delle tutele”, ha puntualizzato ancora una volta il vertice associativo, “ma chiediamo esattamente il contrario: meno sovrastrutture inutili e più sicurezza reale”. Il parametro di valutazione finale, secondo questa lucida visione aziendalista ma al contempo profondamente umana, deve necessariamente e indiscutibilmente essere uno soltanto: il conteggio effettivo delle vite salvate sul campo, non certo l’ammontare dei faldoni archiviati negli uffici ministeriali. “La sicurezza non si fa con le poltrone”, ha chiosato infine Antonio Lombardi, “non si garantisce con gli orpelli burocratici e non si misura in tonnellate di carta”. L’auspicio conclusivo è che le istituzioni governative comprendano finalmente come le aziende non siano semplici soggetti passivi da tartassare con continui e opprimenti obblighi certificativi fine a sé stessi, ma preziosi partner essenziali da sostenere, agevolare e finanziare concretamente, affinché i cantieri italiani smettano una volta per tutte di essere i muti teatri di inaccettabili tragedie quotidiane.

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