Per quale motivo le primarie del centrosinistra milanese non sono ancora state calendarizzate? Sono in tanti a chiederselo, soprattutto dopo l’intervista al Corriere della Sera nella quale Mario Calabresi ha esplicitato la sua intenzione di candidarsi, spazzando via ogni possibile dubbio residuo (qualora ce ne fossero). Il fermento è percepibile non solo tra gli addetti ai lavori, a cominciare dagli aspiranti candidati, ma anche in una base che sente parlare dell’imminenza dei gazebo ormai da oltre un anno e mezzo e comincia a chiedersi se non siano poi come il Godot di Samuel Beckett, atteso invano, in una vicenda che rischia di diventare non certo un’opera d’arte, bensì un esercizio di scoraggiamento per un elettorato già piuttosto propenso all’astensione.

Il Pd locale non c’entra con l’impasse
L’impasse è notevole e per certi versi imbarazzante, ma per nulla imputabile al Partito democratico locale. Notoriamente molto efficiente sul piano organizzativo, la governance milanese dei dem sta pazientemente gestendo il rapporto con il Nazareno, nella consapevolezza che la partita ai piedi del Duomo avrà un significato nazionale.

Se tutti i sondaggi sono concordi nell’accreditare un enorme vantaggio al centrosinistra meneghino nella sfida per il dopo Beppe Sala, ben più nebuloso appare il futuro in ottica elezioni politiche 2027 del campo largo, che fatica a trovare non solo un leader, ma persino un suo perimetro. Con Carlo Calenda ufficialmente pronto a correre per conto suo (in un’evidente scommessa sul pareggio che lo trasformerebbe nell’ago della bilancia) e Matteo Renzi decisamente indigesto soprattutto al Movimento 5 stelle, far quadrare il cerchio diventa sempre più complesso.

Perché Schlein deve guardarsi le spalle
Elly Schlein deve guardarsi le spalle anche dai nemici interni, citati nelle recenti dichiarazioni su chi vuole «farla fuori» fin dal suo primo giorno alla guida del partito. La segretaria della prima forza della coalizione non può rinunciare a candidarsi per Palazzo Chigi, ma le sue legittime ambizioni si scontrano sia col maggiore appeal di Giuseppe Conte sia con la fronda interna che sta coinvolgendo anche il “correntone” che l’ha sostenuta sin qui. Parallelamente, cresce il numero di chi occhieggia ad altri possibili candidati, da Silvia Salis a Giorgio Gori.
L’input da Roma: regole uguali per tutti
Proprio per scongiurare il rischio di concorrenza interna, da Roma si è preparato un input chiaro a Milano: regole uguali per tutti, il che avrebbe significato, statuto alla mano, uno stop imposto d’imperio a Gori, con analoghi sacrifici per i tre aspiranti sindaci meneghini iscritti al Pd, ossia Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo e Lorenzo Pacini (le regole sulla raccolta firme in Lombardia, applicate alla lettera, ne ammetterebbero al massimo due). Un problema non da poco, da sommare alla delicatissima posizione di Azione, che a Roma corre da sola ma a Milano sostiene Calabresi con un entusiasmo persino eccessivo, che genera una percezione non troppo realistica del giornalista come candidato “centrista“, creandogli più problemi che vantaggi.
Gennaio no, a febbraio c’è il Carnevale…
Come tenere insieme un mosaico così complesso? I pragmatici dirigenti milanesi una soluzione in realtà l’avevano trovata, spostando le primarie (ancora non ufficialmente indette) a inizio 2027, dando così più tempo ai vertici nazionali per affrontare i loro problemi. Già, ma quando? Escluso gennaio, perché al rientro dopo le vacanze natalizie non ci sarebbe tempo sufficiente per un confronto, si è passati a febbraio, dove però c’è il problema del Carnevale.

Quello ambrosiano si conclude sette giorni dopo rispetto al resto d’Italia e in contemporanea alla chiusura delle scuole scatta la settimana bianca, altro rito molto milanese, soprattutto nei quartieri del centro dove i dem ormai fanno incetta di voti. Bloccata così tutta la prima parte del mese, obtorto collo si era convenuto di andare al 21 febbraio, prima data veramente utile, anche se obiettivamente un po’ troppo vicina alle Amministrative, in programma in primavera.
Primarie a marzo? L’idea non piace ai candidati
Il punto di caduta potrebbe però essere spostato ancora più in là. È l’ultima indiscrezione arrivata da Roma, dove si sta valutando di chiedere un rinvio delle primarie milanesi a marzo, così da poter fare prima quelle nazionali. Schlein è sempre più ferma sul punto, essendo convinta di giocarsi la partita della vita, nonostante i sondaggi non troppo incoraggianti. Rifiutata l’ipotesi di un non meglio identificato “federatore“, la segretaria vuole fare all-in nella scelta dello sfidante di Giorgia Meloni, pur consapevole del fatto che un’eventuale sconfitta sarebbe ferale tanto per la sua carriera politica quanto per il futuro del Pd, che lei stessa ha rianimato dopo il tracollo delle elezioni 2022 sotto la guida di Enrico Letta. Scommessa ambiziosa e rischiosa, sia per quello che riguarda lo scenario, sia per lo specifico milanese, dove un ulteriore tentennamento rischia non solo di comprimere lo spazio per la campagna elettorale, ma anche di scoraggiare la partecipazione.

Le frizioni del campo largo rischiano di danneggiare il centrosinistra milanese
C’è in gioco la più importante esperienza amministrativa del centrosinistra dell’ultimo ventennio, nella capitale economica del Paese. Non considerarla come una chiave di volta per provare a imporsi a livello nazionale rischia di trasformarsi in un ulteriore assist al traballante governo Meloni. E lo spettacolo offerto dal campo largo, non propriamente edificante, può danneggiare anche l’immagine vincente del centrosinistra milanese. Gli aspiranti candidati a sindaco mantengono un profilo pubblico conciliante, ma nei fatti stanno proseguendo nella loro marcia di avvicinamento alla consultazione popolare.






