di Erika Noschese
C’era un tempo in cui l’assenza si configurava come una categoria filosofica della privazione, una vertigine ontologica che impegnava le menti da Parmenide a Heidegger; a Salerno, più prosaicamente, essa ha assunto i tratti e i modi del dovere d’ufficio. L’incontrarsi del vuoto con la politica cittadina ha consumato ieri un’ulteriore, prevedibile epifania tra le pareti della Commissione Mobilità, ove i consiglieri comunali facenti parte della stessa hanno atteso invano l’apparizione dell’assessore Rocco Galdi. Un’assenza che, purtroppo, non fa più notizia né scandalo, ma che sfuma nella liturgia, elevando la contumacia a tratto distintivo di un’intera parabola burocratica. Vi è un celebre aneddoto legato a un noto documentario biografico su Aldo, Giovanni e Giacomo, il cui titolo trae origine dalla scheda scolastica che una maestra elementare compilò per il giovane Aldo Baglio: alla voce riservata alle inclinazioni naturali del ragazzo, la docente scrisse testualmente “Attitudini: nessuna”. In quel caso si trattava dell’abbaglio di un’autorità miope di fronte a un talento comico non ancora fiorito; a Salerno, tuttavia, la medesima sentenza assume un sapore infinitamente più amaro. La differenza sostanziale risiede nel fatto che non è una maestra a stilare la pagella di un ragazzino, ma un’intera comunità cittadina che si rivolge a un amministratore pubblico dopo averlo persino profumatamente votato. Per comprendere la natura di questo fenomeno occorre ricomporre un profilo che ha del prodigioso: il percorso di chi, partendo dall’operosa ed essenziale routine della timbratura del cartellino e poco più, nei panni di consigliere comunale, è riuscito ad attraversare la fitta nebbia della seconda consiliatura di Vincenzo Napoli. Un primo cittadino noto alle cronache non soltanto per la mai celata passione per il sigaro, ma per essere egli stesso la perfetta incarnazione politica dell’oggetto d’affezione: come un avana di marca, pronto a essere tagliato e riposto a piacimento non appena il padrone effettivo decide che sia giunto il momento di consumare la fumata. In questo palcoscenico di fumi e controfumi, il nostro Galdi ha compiuto in un solo biennio il salto di qualità, passando dalla presidenza della commissione di settore alla poltrona dell’assessorato alla Mobilità. Un’ascesa fulminea culminata, pochi mesi or sono, in una prova di forza elettorale da 1697 preferenze, rimasta seconda in tutta la città soltanto a quella del vicesindaco Nino Savastano per un’incollatura di appena quattro schede. Vi è tuttavia un che di tragico e di grottesco in questo percorso. Se il tragitto professionale di Galdi è stato così rapido da un ufficio all’altro di Palazzo Guerra, lo stesso non si può dire della sua proiezione esterna: da consigliere immobile ad assessore alla mobilità, l’unica strada percorsa si snoda e si conclude tra le stanze della casa comunale. L’assenza registrata nella seduta di ieri non è dunque un incidente di percorso, bensì il sintomo di una disciplina ferrea e di un mandato ben preciso: quello di tenere la delega tutta per sé, vale a dire facendosi geloso custode di un ruolo che consiste essenzialmente nel non far sapere a nessuno cosa effettivamente si stia facendo. Non sorprende che la rete, con la consueta e spietata reattività che contraddistingue l’epoca moderna, abbia già metabolizzato la vicenda trasformando l’assessore nel protagonista di un manifesto satirico generato dalle intelligenze artificiali: un ritratto malriuscito con tanto di titolo “Il fuggitivo”, perfetto contrappasso per chi ha deciso di sottrarsi al dialogo con l’organo consiliare preposto alla collaborazione organica e al controllo. Ci si chiede allora, con la dovuta distanza critica, come possa un amministratore accreditato di un consenso tanto cospicuo declinare con sistematicità il confronto democratico. La risposta risiede nella natura stessa del voto locale, ove spesso il consenso non è la risultante di un’idea di città o di una visione strategica, ma la mera addizione aritmetica di pacchetti di preferenze ceduti a titolo d’uso. Una dinamica sociale non dissimile da quella che regola le cortesie giovanili nei quartieri, dove il passaggio in motorino veniva concesso in cambio dell’ospitalità a cena: uno scambio di utilità minute (neanche tanto, nell’ultimo quinquennio) che tramuta il seggio consiliare in una rendita e la democrazia in una transazione contabile. In questo scenario, la battuta di spirito svela la sua cruda verità: l’assessore alla mobilità resta stoicamente immobile. Se Giuseppe Verdi faceva cantare al Duca di Mantova che “la donna è mobile qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier”, qui la riflessione si arresta ancor prima di compiersi, giacché l’accento non viene pronunciato e il pensiero non appare minimamente condiviso, qualora fosse stato concepito. La stasi rischia peraltro di trasformarsi in una comparsa d’arredo proprio mentre la città si appresta a vivere la consueta, imminente riaccensione delle Luci d’Artista, l’annuale kermesse luminosa che vedrà nuovamente Vincenzo De Luca riprendere il comando delle operazioni. Resta soltanto da augurarsi, con una sottile venatura di cinismo terapeutico, che le installazioni d’artista confermino la consueta e consolidata modestia qualitativa a cui la cittadinanza è stata abituata da diversi anni a questa parte: sarebbe infatti l’unico modo per evitare che il vuoto gestionale di chi dovrebbe guidare il traffico cittadino si traduca nell’ennesima sfigurata figuraccia da palcoscenico provinciale, lasciando che l’assessore continui a svolgere l’unica mansione in cui ha dimostrato innegabile maestria: quella di un elegante, silenzioso, inutilizzabile complemento di finitura d’interni, per poter dare un ulteriore significato all’essere “immobile”.
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