Il viaggio di papa Leone XIV in Francia, conclusosi pochi giorni fa a Metz, dove il pontefice ha parlato del futuro dell’Europa e incontrato rappresentanti di diverse religioni, offre qualcosa di più dell’occasione per riaprire la disputa sul posto di Dio nella patria della laicità. Suggerisce una domanda che riguarda anche chi non crede: perché l’esperienza religiosa continua a essere avvertita come significativa nelle nostre società, anche sul piano della discussione pubblica, mentre la modernizzazione, secondo molte e influenti previsioni, avrebbe dovuto renderla a poco a poco marginale?

I fini vengono rimessi in discussione
Il tema è molto complesso, ma forse una risposta può essere cercata anche nel mutamento del paesaggio storico. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991, il modello occidentale sembrò possedere, insieme alla vittoria politica, una conferma della propria destinazione: democrazia liberale, economia di mercato, integrazione globale. Non mancavano conflitti e ingiustizie, ma i suoi fini apparivano sostanzialmente acquisiti. Si trattava di estendere il modello, correggerne gli squilibri, accompagnare quanti erano rimasti indietro. La direzione era indicata: occorreva ora governare la macchina e provvedere alla manutenzione. Come oggi si ripete spesso, quella fiducia si è incrinata. Le crisi economiche, la labilità delle interdipendenze globali e il ritorno della guerra hanno reso meno persuasiva l’idea che apertura dei mercati, benessere e democratizzazione procedano insieme. Certo, la tecnica continua a moltiplicare le possibilità, senza indicarci però quali meritino di essere perseguite. Tornano così domande che il linguaggio della gestione aveva lasciato sullo sfondo: quale società vogliamo? Per che cosa vale la pena di lottare? Quali obblighi abbiamo verso chi verrà dopo di noi? In altri termini, oggi il fine viene rimesso in discussione.

Le religioni, comprese quelle ‘secolari’, riacquistano spazio
È in questo spazio che tornano a parlare le religioni, comprese, per così dire, quelle secolari. Il richiamo alle radici identitarie, le promesse di riscatto, il fascino che il termine “socialismo” sembra di nuovo riscontrare in certe frange di giovani (che ne hanno letto solo sui libri di storia) sono tutti indizi che, pur nelle notevoli differenze, indicano una nuova ricerca di fini collettivi. Sarebbe frettoloso liquidare tutto ciò come nostalgia o irrazionalità. Quando una destinazione smette di apparire del tutto credibile, la richiesta di un’altra direzione è una domanda politica legittima, che riapre anche interrogativi sul senso della vita e sui criteri di fondo della convivenza. Rispondere significa mettere in gioco la politica, che però implica sempre, che se ne sia consapevoli o no, una specifica idea dell’uomo e di ciò che rende buona la sua esistenza: un terreno sul quale le religioni, pur senza averne l’esclusiva, tornano a essere interlocutrici possibili.

I limiti del “liberalismo frigido”
Qui si manifesta il limite di un certo “liberalismo frigido”, che ha finito per riconoscere le persone soprattutto come soggetti capaci di scegliere per sé, consumare e adattarsi, dedicando meno attenzione ai legami e alle ragioni per cui una vita merita di essere vissuta, al di là dei piccoli scopi di corto raggio. Agli occhi di chi scrive, le libertà liberali restano un tesoro essenziale da custodire, naturalmente, ma si impoveriscono quando la discussione sui fini comuni viene sostituita dall’amministrazione tecnica dell’esistente, che sarebbe incaricata solo di dirigere il traffico di individui intenti a perseguire la propria soddisfazione particolare ed evitare che si scontrino tra loro. Le persone non domandano soltanto possibilità individuali: chiedono anche perché impegnarsi, a chi sentirsi legate, per che cosa accettare un sacrificio. Il senso religioso ha custodito queste domande, alle quali la descrizione dei meccanismi sociali o biologici non basta, da sola, a rispondere. Pretendere di espellerle dall’esperienza razionale significa lasciare ad altri il compito di interpretarle.

L’assenza di Dio non impedisce derive assolutiste
Nel 2015, dopo la strage di Charlie Hebdo, il filosofo Paolo Flores d’Arcais sosteneva, sulle pagine di Repubblica, che «la democrazia deve chiedere l’esilio di Dio». La provocazione reagiva a un pericolo reale: il fanatismo che pretende di imporre la verità attraverso la violenza. Ma oggi ne vediamo meglio l’insufficienza. Se si riapre la discussione sui fini della convivenza, escluderne in anticipo le voci religiose restringe il confronto senza mettere al sicuro la democrazia. L’assenza di Dio non impedisce che una nazione, un’identità o una dottrina politica acquistino il carattere di un assoluto. Questo riconoscimento non autorizza alcuna indulgenza. La religione può liberare la coscienza dall’idolatria del potere, ma può anche consacrare il potere; può generare solidarietà, ma può pure rendere l’appartenenza una prigione. Proprio perché risponde a domande profonde, la religione possiede una forza ambivalente, che richiede vigilanza. La democrazia non può vivere soltanto di manutenzione, quando è la destinazione a essere controversa. Deve tornare a interrogare i fini, senza consegnarli a chi pretende di possederne la risposta definitiva, in nome di una religione trascendente o di una religione civile.
