Caso Lars, Sanità privata e interesse pubblico

Peppe Rinaldi

Questa vicenda dell’accordo transattivo da circa 10milioni di euro tra un centro privato e l’Asl di Salerno, che ci ha visti impegnati per alcune settimane, ci sta costringendo a studiare un po’ più del solito perché servirebbe un corso di laurea ad hoc per riuscire a muoversi con un minimo di decenza nel ginepraio normativo, regolamentare e, soprattutto, tecnico-comportamentale di alcuni dirigenti pubblici. Ma tant’è. Dunque, la tesi di fondo (non la nostra) è che l’Asl di Salerno, guidata dal manager di Corigliano Calabro, l’ingegnere Gennaro Sosto (foto), non ha praticato alcuno «sconto», come qui sostenuto, iperbolicamente, in esordio di inchiesta. Questo il perno su cui ruota la formale smentita inviata dai vertici dell’azienda sanitaria e qui pubblicata secondo il rito di legge. Una nota piccata, come si dice, con cui i dirigenti di via Nizza cercano, legittimamente, di ridimensionare la ricostruzione di Le Cronache della vicenda che ha legato la sanità pubblica campana al centro di riabilitazione “Lars” di Sarno. Non parliamo di chissà quali grandi cifre di danaro pubblico, ma 10milioni o giù di lì non sono pochi. Secondo la tesi ufficiale dell’Asl, il saldo finale pattuito con l’accordo di transazione — fissato esattamente in 8 milioni e 550mila euro — coprirebbe l’intero credito residuo, comprensivo di capitale e interessi. Nessun regalo, nessun favoritismo. Eppure, incrociando i dati della smentita con le cifre scritte proprio all’interno dell’atto firmato dall’Asl, l’aritmetica dice l’esatto contrario. La matematica delle smentite Per capire chi sta dicendo la «verità» è sufficiente prendere una calcolatrice e rileggere le premesse dello stesso accordo transattivo siglato tra l’Asl e il centro di riabilitazione. Le Cronache l’ha fatto. Prima dell’intesa, la stessa Avvocatura dell’Asl aveva richiesto al Lars la restituzione di 8.213.032 euro a titolo di capitale, ai quali vanno sommati 947.098 euro per gli interessi legali maturati a partire dall’incasso delle somme non dovute. A questi si aggiungevano circa 14.700 euro di spese legali liquidate dalla Cassazione. Il totale originario che il privato avrebbe dovuto restituire al pubblico oscillava chiaramente tra i 9,1 e i 9,5 milioni di euro. Cosa è successo al momento di firmare la transazione? La quota capitale pretesa dall’Asl si è contratta da 8,2 milioni a 7.251.143 euro. Quasi un milione di euro in meno. Su questa nuova cifra ribassata è stata poi spalmata una rateizzazione a tasso fisso dell’1,4% annuo (che genererà ulteriori 336mila euro di interessi dilazionati). Sommando tutto, si arriva alla cifra tonda di 8.550.000 euro promossa dall’Asl come “saldo e stralcio”. Se la matematica ha ancora un senso, il maxi sconto sul capitale c’è stato eccome. E se le cifre contenute nella transazione dell’Asl sono corrette, allora è l’azienda sanitaria che sta smentendo sé stessa. Il “mutuo agevolato” con il denaro dei contribuenti L’Asl rigetta con forza anche la metafora da noi utilizzata, sostenendo di non aver concesso alcun «finanziamento indiretto» o «mutuo». Ma basta analizzare lo sviluppo temporale e le clausole dell’operazione per constatare una certa, almeno apparente, anomalia. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che ha dato ragione all’Asl condannando Lars alla restituzione dei fondi pubblici, porta la data del 13 giugno 2025. L’accordo di transazione viene siglato quasi un anno dopo, il 7 aprile 2026. La determina dirigenziale che recepisce l’intesa è del 12 giugno 2026, e il primo prelievo scatta solo al 30 giugno 2026. Perché la dirigenza di via Nizza ha pazientato per un anno intero anziché procedere a un immediato recupero coattivo della somma? Perché accordare al debitore un piano di ammortamento a 8 anni con il 1,4% di interesse fisso, a 13 anni di distanza dalle prime erogazioni indebite? È evidente che nessuna banca o istituto di credito privato avrebbe mai concesso un finanziamento a simili condizioni. Vero è che l’Asl non è una banca e che nella propria mission ha (avrebbe) ben altro: ma esiste un termine di paragone efficace come quello del «mutuo» per volgarizzare e diffondere una faccenda intricata come questa? Nel frattempo, le somme trattenute negli anni dal privato sembrano aver agevolato la strategia d’espansione del gruppo societario, culminata con l’acquisizione e la realizzazione di altre cinque strutture tra sanitarie e sociosanitarie, la qual cosa incoraggia in positivo nell’ottica dello sviluppo economico di un territorio e di una impresa: il punto è che, in casi come questi dove c’è una significativa presenza pubblica nella relazione economico/finanziaria tra due parti, tutto dovrebbe essere (e apparire) adamantino. La «crisi aziendale» sparita dai bilanci Per sostenere la decisione di non recuperare i fondi in un’unica soluzione (in astratto, comprensibile e giusta posizione) l’Asl invoca una presunta crisi di liquidità del Lars. Nell’atto si legge che una canalizzazione immediata del credito avrebbe comportato l’azzeramento della cassa, mettendo a rischio il pagamento degli stipendi e la continuità dei servizi. Il bilancio consolidato 2024 smentisce, però, questa rappresentazione. Infatti, dalle carte contabili emerge che dal 2023 al 2024 il gruppo registra un sensibile incremento del fatturato complessivo. I ricavi della holding non dipendono unicamente dalle rimesse ordinarie dell’Asl Salerno. Il gruppo vanta entrate da attività sociosanitarie e percorsi per l’autismo (Aba) finanziati da capitoli di spesa separati del Dipartimento di Salute Mentale (Dsm), a cui si aggiunge un’intensa attività d’intermediazione immobiliare. La liquidità complessiva per sostenere un piano di rientro ben più concentrato nel tempo e meno oneroso per le casse pubbliche esisteva ed era documentata. Garanzie personali e governance: il groviglio delle visure L’ultimo pilastro su cui si regge l’accordo transattivo riguarda le garanzie. L’Asl dichiara di aver accettato un piano così dilazionato poiché il signor Aniello Renzullo, in qualità di amministratore unico e dominus sia del Lars che della controllante Xenia Holding Srl, ha prestato una fideiussione personale notarile garantita dal suo patrimonio immobiliare, stimato in 10 milioni di euro. Anche in questo caso, incrociando gli atti con le visure camerali aggiornate del registro delle imprese Telemaco, emergono incertezze che fanno vacillare il castello procedurale. La prima: chi comanda in Xenia Holding? Dai verbali d’assemblea ordinaria depositati in Camera di Commercio risulta che l’amministratore della controllante Xenia Holding Srl sia la signora Raffaella Buonaiuto, smentendo, dunque, l’asserzione contrattuale secondo cui la società farebbe capo esclusivamente a Renzullo come amministratore unico. La seconda: quali sono i reali poteri del signor Renzullo nel centro Lars? Dalla visura Renzullo figura come presidente del CdA dal settembre 2025 ma il consiglio d’amministrazione ha formalmente conferito le deleghe per rappresentare la società con le pubbliche amministrazioni (inclusa la stipula di accordi con le Asl) ad un altro consigliere, il signor Giovanni Agovino. Interrogativi aperti Alla luce di questo ennesimo capitolo, l’opera contabile difesa dall’Asl solleva interrogativi che non possono essere liquidati con una nota di smentita. Semplici domande, insomma, matrice originaria del lavoro giornalistico. Ad esempio: siamo davvero sicuri che i dati economici e contabili inseriti come premessa nell’accordo transattivo corrispondano alla realtà o l’Asl si è fidata di autocertificazioni, «smentite», poi, dalla lettura dei bilanci? L’imprenditore Renzullo possedeva i poteri statutari per sottoscrivere disgiuntamente un atto di transazione di tale portata senza il coinvolgimento del consigliere delegato ai rapporti con la PA? La fideiussione personale offerta a garanzia poggia su un patrimonio immobiliare di cui Renzullo ha la piena, esclusiva ed esecutiva disponibilità giuridica? Ma soprattutto: qual è la logica di utilità pubblica e di tutela delle casse dello Stato che spinge un’Asl a «condonare» di fatto un milione di euro di capitale a un gruppo privato in salute (e, in sostanza, con un ruolo nella vicenda di grado inferiore rispetto alla parte pubblica) concedendogli per giunta otto anni di rate al tasso dell’1,4%? Dubbi e incongruenze che, accanto a qualche altro, restano sul tavolo a dispetto della buona volontà dell’Asl di chiarirci le idee. (5_continua)

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