di Erika Noschese
Nonostante i formali tentativi di regolamentazione, i commissariamenti e i divieti espliciti emanati dai vescovi che si sono succeduti alla guida dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, l’Opera del Gregge del Bambin Gesù continua ad operare sul territorio mantellando le proprie riunioni ma rendendosi perfettamente riconoscibile attraverso un preciso e rigoroso codice linguistico, estetico e comportamentale. Trattandosi a tutti gli effetti di una struttura dai tratti settari e chiusi, la necessità di distinguersi dal “mondo esterno” e dal resto dei fedeli cattolici ordinari ha spinto il gruppo a elaborare una serie di marcatori visivi ben precisi. Un vero e proprio cifrario di riconoscimento che consente agli adepti di identificarsi a vicenda e di segnalare la propria presenza e coesione all’interno dei luoghi di culto. Per quanto riguarda il clero, i sacerdoti e le autorità ecclesiastiche infiltrate o vicine all’ideologia del Gregge, i simboli di riconoscimento sono al contempo semplici ed estremamente rigidi. Il primo elemento distintivo è rappresentato dall’uso inderogabile della veste talare nera tradizionale. I presbiteri legati al gruppo indossano l’abito talare 365 giorni all’anno, in qualsiasi occasione pubblica o privata, rifiutando categoricamente il clergyman o gli abiti civili, usati invece dal resto del clero cattolico post-conciliare. Questa scelta, apparentemente dettata da un’ultra-ortodossia liturgica, nasconde in realtà una divisa di appartenenza. A questa scelta stilistica si aggiunge un dettaglio particolarissimo, quasi un segno di riconoscimento di livello massonico o iniziatico: la presenza costante al polso di un orologio caratterizzato da un quadrante rigorosamente bianco. La combinazione tra la talare nera e l’orologio con quadrante bianco costituisce la firma visiva dei sacerdoti formati secondo le direttive e gli insegnamenti di zia Caterina. Tra la massa dei fedeli laici, invece, la presenza delle affiliate al Gregge si manifesta con una precisione quasi militare attraverso gli atteggiamenti e il vestiario delle donne durante le celebrazioni eucaristiche domenicali. Un elemento inequivocabile è l’uso del velo bianco sulla testa. Durante il momento solenne della consacrazione del pane e del vino, le donne appartenenti al gruppo estraggono un velo bianco e se lo pongono sul capo in segno di pura sottomissione e distinzione spirituale. La gestione di questo paramento varia poi a seconda del livello di audacia o di mimetismo della singola affiliata: molte lo mantengono ben visibile sul capo fino al termine della funzione liturgica, mentre altre, per non attirare le ire dei parroci non allineati con la setta, lo rimuovono discretamente al termine della preghiera eucaristica e lo ripongono nelle proprie borse. Ma è al momento della distribuzione del sacramento della Comunione che il gruppo palesa plasticamente la propria coesione e la propria separazione dal resto della comunità parrocchiale. Le donne e i laici affiliati al Gregge non si mischiano mai con la gente comune che si incammina verso l’altare. Con una regia perfettamente coordinata, le persone collegate all’associazione attendono con pazienza che tutti gli altri fedeli della parrocchia abbiano comunicato, posizionandosi rigorosamente per ultime nella fila per la Comunione. Esse si muovono sempre e solo in gruppo, in blocco unico, compatto e serrato, evidenziando una cesura fisica e psicologica verso l’assemblea dei battezzati. Un comportamento ostentato che trasforma un momento di unione ecclesiale in un atto di netta separazione e che dimostra quanto la mentalità settaria e la convinzione di costituire un “resto fedele” ed eletto rispetto alla Chiesa ordinaria abbiano ormai intriso la vita quotidiana di questi fedeli.
L'articolo Come riconoscere gli affiliati al “Gregge” proviene da Le Cronache.
