Andrea De Simone
C’è chi sceglie di raccontare la propria malattia e chi preferisce attraversarla nel silenzio. Sono modi diversi di affrontare lo stesso dramma, e nessuno può essere considerato migliore dell’altro. Nei mesi scorsi il vicepresidente della Camera, Sergio Costa, ha deciso di condividere pubblicamente il proprio percorso, affidando ai social anche un messaggio di fiducia nella sanità pubblica. In questi giorni il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, ha comunicato di essere stato colpito da un tumore, chiedendo ai cittadini una preghiera. Scelte diverse, entrambe rispettabili. Esiste anche chi, pur avendo svolto ruoli pubblici, preferisce vivere questa esperienza lontano dai riflettori, condividendola soltanto con i familiari e con pochi amici. Non per nascondersi, ma perché il dolore non ha un solo linguaggio e ogni persona ha il diritto di scegliere il modo più autentico di affrontarlo. Quando il medico pronuncia quella diagnosi, il tempo sembra fermarsi. Da quel momento il tumore non è più soltanto una parola, ma una presenza costante nei colloqui con gli specialisti, nei referti, nelle cartelle cliniche e nelle decisioni che riguardano il futuro. Si entra nel Gruppo Oncologico Multidisciplinare (GOM), dove un’équipe di professionisti costruisce il percorso di cura. Intervento chirurgico, radioterapia, chemioterapia: ogni scelta segue protocolli rigorosi, fondati sulle evidenze scientifiche. Poi iniziano le liste d’attesa, le visite, gli esami e le lunghe ore trascorse nelle sale d’aspetto. È proprio lì che si incontra un’umanità sorprendente. Persone che fino a pochi minuti prima erano sconosciute iniziano a raccontarsi. Si condividono paure, speranze, esperienze e perfino sorrisi. Si comprende che dietro ogni cartella clinica c’è una storia, una famiglia, una vita. Molti scelgono di curarsi nei grandi centri del Nord o in strutture private. È un diritto che merita rispetto e non può essere oggetto di giudizi. Quando è in gioco la salute, ciascuno cerca il percorso che ritiene migliore. Ma sarebbe altrettanto ingiusto ignorare le eccellenze presenti nel Mezzogiorno. L’Istituto Pascale è una di queste. Un luogo dove ricerca, competenza, tecnologie avanzate e professionalità convivono con un patrimonio meno visibile ma altrettanto prezioso: l’umanità. Ci sono medici che rassicurano con uno sguardo. Infermieri che infondono coraggio con una parola. Operatori sanitari che fanno sentire il paziente una persona prima ancora che un caso clinico. E poi c’è quella Napoli che riesce a sorridere anche davanti alle prove più difficili. In uno degli ambulatori una signora addetta all’accoglienza, con l’ironia spontanea della migliore tradizione popolare napoletana, trasforma spesso la sala d’attesa in un piccolo teatro. Una battuta, un racconto, un sorriso condiviso. Per qualche minuto il peso della malattia sembra alleggerirsi. In quell’apparente confusione tutto funziona, perché nessuno viene trattato come un numero. Sono scene che non entreranno mai nelle statistiche della sanità, ma rappresentano forse la cura più preziosa: quella dell’umanità. Un’esperienza come questa cambia inevitabilmente il modo di guardare la vita. Le priorità si ridisegnano. Le cose davvero importanti emergono con chiarezza, mentre molte preoccupazioni quotidiane perdono significato. Diventa naturale comprendere che il bene più prezioso è la persona. E che il bene comune non è uno slogan, ma la responsabilità di costruire una società capace di prendersi cura di tutti, soprattutto dei più fragili. Per questo assume un significato particolare il richiamo di Costa al valore della sanità pubblica. In un Paese dove ancora troppi cittadini rinunciano alle cure per ragioni economiche o a causa delle difficoltà del sistema sanitario, investire nella salute significa difendere un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Ed è altrettanto significativo che Mastella abbia chiesto una preghiera. È un richiamo alla solidarietà e alla vicinanza umana che merita rispetto. Ma, al di là delle singole vicende, sarebbe bello che questi messaggi non restassero legati soltanto a chi è conosciuto o ricopre un incarico pubblico. Dovrebbe essere la normalità riconoscere il valore della sanità pubblica, sostenerla con scelte coerenti e sentirsi vicini a chi soffre, indipendentemente dal nome, dal ruolo o dalla notorietà. Ogni malato merita la stessa attenzione. Ogni famiglia ha diritto alla stessa speranza. E ogni persona che affronta il dolore dovrebbe poter contare non solo su cure efficaci, ma anche sulla solidarietà di una comunità che non lasci nessuno solo. Raccontare il proprio tumore o custodirlo nel silenzio resta una scelta personale. Ciò che conta davvero è costruire un Paese nel quale la salute sia un diritto garantito a tutti e la vicinanza verso chi soffre non rappresenti un fatto eccezionale, ma la più naturale espressione del senso di comunità.Perché, alla fine, ciò che rende migliore una comunità non è il modo in cui si comunica il proprio dolore, ma il modo in cui ci si prende cura del dolore degli altri.Un ultimo aspetto, spesso decisivo e troppo poco raccontato, riguarda il ruolo del medico di medicina generale. Figure come quella del medico di famiglia, a partire da realtà come quella della città di Salerno, rappresentano il primo e più costante punto di riferimento del percorso di cura. Non solo perché indirizzano verso gli specialisti e seguono l’evoluzione clinica, ma perché accompagnano la persona nel tempo, conoscendone la storia, il contesto familiare e le fragilità.
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