«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.

La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici
È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economist dà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.

I nemici della felicità
Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.
Più infelici, più sfiduciati e più populisti
Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.
Resta però il fatto che la comunicazione mediata ha in buona parte e per un gran numero di persone ridotto le occasioni di incontro e confronto dal vivo. Facciamo sempre meno cose assieme. Illuminante a questo proposito è una recente ricerca che prova a spiegare il populismo (di destra e sinistra allo stesso modo) ponendo al centro l’infelicità e la sfiducia sociale.
Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo
Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.

Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.
In tutti i Paesi, gli elettori di estrema destra mostrano livelli di fiducia sociale molto inferiori rispetto agli elettori di qualsiasi altro partito politico. In generale, gli elettori dei partiti di centrodestra o di centrosinistra presentano livelli di soddisfazione di vita e di fiducia sociale superiori alla media.
Perché Vannacci non è un alieno
Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.
Io, io, io e poi molto dopo gli altri. Io, io, io perennemente incazzato con il sistema, i poteri forti, le teorie gender, le élite e gli immigrati. È in questo brodo che emerge la figura del grande risolutore e semplificatore: il generale Roberto Vannacci. Non un alieno, ma il demagogo perfetto per un Paese infelice.

