Un Paese guidato da un ex guerrigliero rivoluzionario ispirato alla dottrina marxista che sceglie di avere rapporti diplomatici con Taipei, piuttosto che con Pechino. Fino a pochi anni fa, il Nicaragua di Daniel Ortega era curiosamente una delle poche nazioni al mondo a mantenere relazioni ufficiali con Taiwan. Poi, nel dicembre 2021, è arrivata la scelta di riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e avviare le relazioni con Pechino. Un passo imitato nel 2023 anche dall’Honduras, a completamento di un processo che ha visto diverse capitali dell’America Latina procedere a un cambio di campo, a testimonianza della crescente influenza della Cina nel cosiddetto giardino di casa degli Stati Uniti.
Gli occhi di Trump su Managua
Ecco, il Nicaragua potrebbe diventare il prossimo terreno di confronto tra Washington e Pechino. Nonostante i toni positivi del recente summit tra Xi Jinping e Donald Trump, infatti, la competizione tra le due superpotenze prosegue e, anzi, potrebbe presto intensificarsi. A partire dall’emisfero occidentale, riportato da Trump al centro delle priorità strategiche degli States, come dimostrano le recenti mosse su Venezuela, Panama e Cuba.
Secondo molte analisi, Managua potrebbe rapidamente salire nella lista delle preoccupazioni della Casa Bianca. Al centro della sfida c’è un progetto che per oltre un secolo ha alimentato l’immaginario geopolitico della regione: il Canale del Nicaragua.
Quando a inizio 900 Washington cercava un collegamento tra Atlantico e Pacifico, il Paese veniva considerato una valida alternativa a Panama. Alla fine il presidente William McKinley scelse la seconda, anche grazie ai lavori già avviati dai francesi.

L’odissea del Canale Interoceanico e le concessioni cinesi
L’idea è tornata d’attualità nel 2012, quando il governo Ortega lanciò il progetto del Grande Canale Interoceanico. Nel 2013 Managua assegnò una concessione centenaria alla società HKND del magnate cinese Wang Jing. L’opera avrebbe dovuto collegare il Pacifico al Mar dei Caraibi attraverso un corridoio di circa 445 chilometri, superando di gran lunga per dimensioni il Canale di Panama. Il progetto si arenò dopo il crollo finanziario dell’impero di Wang Jing, ma non è mai stato definitivamente abbandonato.
Nel 2024 il governo nicaraguense ha revocato la concessione originaria e successivamente ha individuato un nuovo tracciato, coinvolgendo la società statale cinese China CAMC Engineering. La realizzazione del canale però resta estremamente complessa. Oltre agli enormi costi, persistono rilevanti criticità ambientali, tecniche e sociali.
Le comunità indigene hanno denunciato il rischio di espropri e sfollamenti di massa, mentre organismi internazionali hanno contestato la mancanza di consultazioni adeguate. Si stima che oltre 120 mila persone potrebbero essere coinvolte dagli spostamenti forzati legati al progetto.

Le pressioni di Trump su Panama
C’è però una nuova variabile: il crescente interesse politico della Cina per trovare un’alternativa a Panama. Negli ultimi anni, Pechino è diventata il secondo utilizzatore del canale dopo gli Stati Uniti. Aziende cinesi hanno investito in porti, terminal logistici, infrastrutture e progetti collegati alla via d’acqua, mentre Panama ha aderito alla Belt and Road Initiative. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha però modificato il quadro. Le pressioni esercitate su Panama hanno contribuito a mettere in discussione alcune delle principali posizioni economiche cinesi nel Paese e hanno convinto Pechino a cercare soluzioni alternative.
Le mire di Xi in America Latina tra infrastrutture e tech
Da qui l’attenzione al Nicaragua, che si inserisce in una strategia molto più ampia perseguita dalla Cina nella regione come dimostrano i numeri.
Nel 2000 l’interscambio commerciale tra Cina e America Latina ammontava a circa 12 miliardi di dollari. Oggi supera i 500 miliardi di dollari annui. La Cina è ormai il principale partner commerciale di numerosi Paesi sudamericani e il secondo partner dell’intera regione. Ha investito massicciamente in energia, infrastrutture portuali, trasporti, telecomunicazioni e miniere.
Tra i progetti simbolo emerge il porto di Chancay in Perù, realizzato con investimenti per circa 1,3 miliardi di dollari e destinato a diventare uno dei principali hub logistici del Pacifico sudamericano. Il porto consentirà di ridurre i tempi di trasporto tra Sud America e Cina da 45 a 23 giorni e di abbattere significativamente i costi logistici. Nel settore tecnologico, Huawei e altre aziende cinesi hanno acquisito posizioni rilevanti nelle reti di telecomunicazione regionali, mentre nel comparto delle materie prime Pechino ha costruito una presenza dominante nelle filiere del litio, del rame e di altri minerali essenziali per la transizione energetica.

L’attenzione di Washington al giardino di casa americano
Il ritorno di Trump ha coinciso con un approccio molto più aggressivo verso la presenza cinese nell’emisfero occidentale. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense identifica esplicitamente la necessità di impedire a potenze esterne all’emisfero di controllare infrastrutture strategiche o sviluppare capacità operative nelle Americhe.
Dopo la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, Washington ha ridotto l’influenza di Pechino sul settore energetico e messo le mani sulla gestione del petrolio. A Cuba, l’amministrazione Trump ha intensificato sanzioni e isolamento economico, mettendo nel mirino la cooperazione tra L’Avana e Pechino. La logica è quella di una moderna reinterpretazione della Dottrina Monroe: impedire che potenze rivali consolidino posizioni strategiche nel cosiddetto “giardino di casa” americano.

Perché la Cina non può ritirarsi dal Sud America
Per Pechino però una ritirata dall’America Latina non è un’opzione. La leadership cinese considera la regione un pilastro della propria strategia globale per almeno quattro ragioni: accesso alle materie prime, mercati di esportazione, isolamento diplomatico di Taiwan e costruzione di un ordine internazionale multipolare. La Cina proverà a intensificare il dialogo con la CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi), dopo aver di recente annunciato nuove linee di credito per 9,2 miliardi di dollari denominate in yuan e dopo aver promosso accordi commerciali che mirano a ridurre la dipendenza dalla moneta statunitense. L’obiettivo cinese non è sostituire militarmente gli Stati Uniti nella regione, ma costruire una presenza economica e politica sufficientemente profonda da sopravvivere ai cambiamenti di governo e alle pressioni di Washington.
«L’America latina e i Caraibi non sono il giardino di casa di nessuno», ripete spesso il governo cinese. Il Nicaragua potrebbe diventare il laboratorio attraverso cui misurare la capacità della Cina di resistere alla controffensiva di Trump.

