Siamo sicuri che la sconfitta di Trump sia la fine del trumpismo?

Le Midterm del 3 novembre hanno consegnato ai democratici la maggioranza alla Camera e al Senato, con vittorie storiche in roccaforti repubblicane come Texas, Kansas e South Carolina. Non è una normale battuta d’arresto per Donald Trump e il Gop, ma una débâcle (quasi) su tutta la linea. Tuttavia esiste un altro modo di leggere il risultato. La sconfitta del Presidente potrebbe infatti non essere fatale per lui e i suoi eventuali eredi. A pensare male si potrebbe persino supporre che la “sportività” con cui Trump ha ammesso la batosta indichi che i diretti interessati hanno già un paio di idee in proposito. 

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Dal profilo X della Casa Bianca.

Con un Congresso ostile, Trump potrà imputare ogni insuccesso ai dem

Il paradosso è semplice. Da gennaio 2027 Trump avrà di fronte un Congresso ostile, in grado di bloccare leggi, aprire inchieste e mettere sotto pressione la Casa Bianca. Per chi, come The Donald e lo zoccolo duro dei suoi elettori, si identifica da sempre con la lotta al “sistema”, l’ostacolo potrebbe diventare una risorsa. Tutte le promesse mancate, i fallimenti e le paralisi dell’esecutivo potranno essere imputati ai democratici, le solite élite che non vogliono il bene del popolo. 

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Il Campidoglio a Washington (Ansa).

Gli effetti del bipolarismo rabbioso

La tentazione di proclamare la fine del movimento MAGA in questo momento è forte. Ma una vittoria elettorale non equivale a una nuova maggioranza politica, soprattutto in un Paese in fermento come l’America di questo decennio. Anche perché, secondo l’AP Voter Poll, molti americani hanno votato democratico per frenare Trump, non perché conquistati dalla proposta dell’opposizione. È l’alternanza del bipolarismo rabbioso che conosciamo bene anche in Italia: si punisce chi governa ma non ci si fida davvero di chi subentra. Il rischio è che nel 2028 la delusione inverta il bersaglio. La vittoria di oggi, insomma, può diventare una trappola se i democratici interpretano il voto contro Trump, per di più in un’elezione il cui scopo primario è mandare un messaggio al leader, come un attestato di fiducia a tempo indeterminato. Anche perché, in un sistema come quello americano, il giudizio sui politici locali, sul loro lavoro e sulla loro capacità di “rappresentare” le istanze dei territori che li hanno eletti è volatile e spietato e in un biennio i singoli Stati possono cambiare drasticamente colore. Ed è tra due anni che si vota per la poltrona decisiva, non oggi e neppure domani. E in questo lasso di tempo ogni mancanza, ogni caduta dei neo-eletti, soprattutto negli Stati in bilico, passerà al vaglio di una macchina della propaganda che non si pone alcun problema a utilizzare anche la diffamazione o la menzogna per screditare l’avversario politico. 

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Il neo senatore del Michigan, Abdul El-Sayed (Ansa).

Il possibile distanziamento del Gop dal marchio MAGA

C’è anche una diversa lettura. Questa Caporetto potrebbe portare una parte del Partito repubblicano a chiedersi se valga ancora la pena seguire, anzi sostenere, i trumpiani. Soprattutto davanti alle sconfitte in roccaforti come il Texas e il Kansas dove i dem non vincevano un seggio al Senato da 38 e 94 anni. È forse il segnale che il marchio MAGA, da 10 anni in grado di assicurare la vittoria alle primarie repubblicane, non garantisce più il successo alle urne. Potrebbe essere anzi diventato un problema. Non si sta ipotizzando un’improvvisa conversione dei repubblicani al moderatismo. Conversione che pare anzi improbabile, se non proprio impossibile. Come spiegano da anni gli analisti, il Gop non è semplicemente ostaggio dei MAGA. Negli ultimi decenni ha mutato il suo Dna (una mutazione ben ricostruita nella tetralogia di Rick Perlstein) e difficilmente potrà tornare a essere il partito “presentabile” di Eisenhower. Tuttavia se la paura di perdere dovesse prendere il sopravvento, e se il prezzo della fedeltà ai MAGA fosse il seggio, allora è possibile che qualcosa cominci a cambiare. Non si tratterebbe quindi di una presa di coscienza ideologica, ma di semplice istinto di sopravvivenza politica.

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Cappellini MAGA (Ansa).

Il punto è conservare il consenso trumpiano senza intossicarsi 

Resta naturalmente da capire chi potrebbe guidare il discostamento dal trumpismo. I repubblicani che negli anni hanno provato a opporsi all’uomo forte sono stati progressivamente emarginati, sconfitti alle primarie o costretti a ritirarsi. E buona parte di quelli rimasti deve la propria carriera proprio all’ascesa dei MAGA. Sarebbe dunque ingenuo aspettarsi che dalle macerie di queste Midterm emerga improvvisamente una nuova generazione di conservatori disposti a una lunga traversata del deserto. Più plausibile che, almeno nel prossimo lustro, lo scontro si giochi attorno a una questione molto meno nobile: come conservare il consenso conquistato da Trump liberandosi degli aspetti della sua eredità che sembrano essere diventati tossici. 

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J.D Vance, Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).

Trumpismi dopo Trump

In tal senso, le strade percorribili al momento sono due. Da una parte quella di Marco Rubio, che vorrebbe istituzionalizzare il MAGA, riconducendolo a una mutazione testosteronica della tradizione conservatrice. Dall’altra quella della destra neoreazionaria – un universo ideologico a cui J.D. Vance è stato per qualche tempo vicino – che considera il semplice conservatorismo ormai superato e mette in discussione le stesse istituzioni democratiche. È su questa faglia che potrebbe giocarsi la vera partita per il 2028. Non tanto, dunque, tra chi vuole archiviare il trumpismo e chi intende perpetuarlo, quanto tra chi vorrebbe normalizzarlo, rendendolo compatibile con le istituzioni americane, e chi invece pensa che la rivoluzione avviata da Trump debba essere portata alle estreme conseguenze.

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Donald Trump.