Collegandosi all’assemblea degli azionisti della Juventus, il 3 novembre, ci si sarebbe aspettati di ascoltare un amministratore delegato. Invece è come se fosse stata organizzata una serata di benvenuto di un villaggio turistico, con tutto il repertorio: il palco, il microfono, il capovillaggio con il sorriso d’ordinanza, la presentazione dello staff, l’appello a fare gruppo. Mancava solo la baby dance, rinviata per lutto contabile. Giovanni Carnevali, d’ora in avanti “l’animatore delegato”, ha aperto con la formula di ogni domenica di arrivi: «Dobbiamo ritrovare entusiasmo e senso di appartenenza». Poi ha raccontato di aver passato quattro mesi a «studiare il più possibile la nostra società». Giuseppe Garibaldi salpò da Quarto il 5 maggio 1860 ed entrò a Napoli il 7 settembre: in quattro mesi si prese un regno. Carnevali si è preso l’organigramma, scoprendo che la Juventus ha una storia, dei valori e dei tifosi: qualunque bancarella di sciarpe fuori dall’Allianz lo spiega in quattro secondi, resto compreso.
Nel frattempo, ha calcolato Calcio e Finanza, la Juve ha investito 148,9 milioni nei cartellini dei nuovi acquisti. Prima la spesa, dopo la lettura della lista: al villaggio lo chiamano buffet libero. Poi l’applauso per lo staff. L’unica scelta tecnica rivendicata è quella del Chief Football Officer Ricky Massara, reduce da una parentesi da ds del Rennes dove ha comprato giocatori che poi non sono serviti a niente e ha fallito quella che doveva essere una rivoluzione.

A Torino il suo pezzo forte è stato Kolo Muani, 18,44 milioni l’anno di costo a bilancio, che contro il Napoli le pagelle hanno trovato «confuso». Lo staff si conosce dai tempi delle colonie estive: Carnevali dirigeva il Pavia quando Massara era uno dei ragazzi della rosa, e a giugno c’è stata la rimpatriata a Forte dei Marmi con Luciano Spalletti, Massimiliano Allegri e Adriano Galliani. L’italianità promessa agli azionisti sa di cena di classe. All’istruttore di acquagym, Spalletti, è toccato l’appoggio d’ordinanza: «È l’allenatore e lo sosteniamo».

Lo stesso mister, dopo la sconfitta clamorosa in casa contro la Lazio (0-3), alla domanda se la squadra lo seguisse ancora ha risposto: «Fino a ieri avrei detto di sì, oggi non lo so». Dopo Genova – altra batosta, ko per 2-0 – ha parlato di una squadra che ci ha messo «poco di tutto». In Serie A con la Juventus Spalletti ha vinto 20 partite su 39, poco più della metà. L’istruttore dubita del gruppo e l’animatore garantisce per entrambi. Al villaggio si chiama fidelizzazione.
«Non illudiamoci di vincere domani»: previsioni del tempo nefaste per il futuro
Il 2-0 sul Napoli vale il settimo posto: una vittoria arrivata 48 ore prima dell’assemblea è diventata il consuntivo della stagione. Poi le previsioni del tempo: «Non illudiamoci di vincere domani». È l’animatore che la prima sera annuncia pioggia per tutta la settimana e chiede di saldare il soggiorno in anticipo.
Il direttore finanziario Stefano Cerrato ha confermato la perturbazione: anche il 2026/27 chiuderà in perdita. Il piano strategico prometteva per il 2026/27 utile netto e cash flow positivi. Qui la risata si ferma. Nel 2025/26 la Champions League la Juventus l’ha giocata, ma ha perso lo stesso 66 milioni: nono esercizio consecutivo in rosso. L’indebitamento finanziario netto è salito a 331,1 milioni, 50,9 in più in un anno. Il patrimonio netto consolidato è sceso a 11,5 milioni: a fine dicembre 2025 era 77,9. In sei mesi ha perso 66,4 milioni, quasi esattamente i 67 dell’aumento di capitale chiuso a novembre.

Ora la delega arriva fino a 250 milioni, più di un terzo del valore di Borsa, quinto aumento dal 2019. Exor coprirà la sua quota e l’eventuale inoptato, ai clienti con il pacchetto base resta in omaggio la diluizione. La delega è passata con il 99,9 per cento dei voti, con la naturalezza di un trenino di Capodanno. Il 27 maggio l’allora amministratore delegato Damien Comolli assicurava che non c’era «nessuna necessità di un aumento di capitale» e prometteva il pareggio nel 2027/28. Due settimane dopo Comolli usciva ed entrava Carnevali. Quattro mesi dopo, 250 milioni.

Al villaggio cambia l’animatore e si ritocca il listino. Il piano strategico ufficiale elenca quattro obiettivi: competitività sportiva, crescita del brand, equilibrio economico-finanziario, riduzione strutturale del debito. Agli azionisti sarebbe bastato sapere come raggiungerli. L’animatore delegato ha portato gli aggettivi. Poi la frase più grave della giornata: «Abbiamo un settlement agreement con l’Uefa e come una società seria dobbiamo rispettarlo». Il settlement agreement è il patteggiamento che l’Uefa concede ai club che violano le regole finanziarie. La Juventus ne aveva firmato uno nel 2022, non lo ha rispettato ed è stata esclusa dalla Conference League 2023/24, con una multa fino a 20 milioni. Il secondo porta la data del 30 giugno 2026, due settimane dopo l’arrivo di Carnevali, e nasce dallo sforamento della football earnings rule, il tetto Uefa di 60 milioni di perdite nel triennio: multa fino a 20 milioni, sei dei quali subito, e limiti alla Lista A.
Nono bilancio in rosso, con un patteggiamento Uefa in corso…
Il 30 giugno si chiudeva un esercizio con 66 milioni di rosso. Al villaggio è come appendere in sala da pranzo il verbale dei Nas e presentarlo come una stella Michelin. Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, fa il commercialista e il revisore legale da oltre trent’anni. Ha passato la vita a controllare che i numeri tornino. Questa volta ha definito l’intervento del suo amministratore delegato un «inizio scoppiettante». A scoppiettare qui c’è solo un patrimonio netto passato da 77,9 a 11,5 milioni in un semestre. Un revisore che trova scoppiettante il nono bilancio in rosso, con un patteggiamento Uefa in corso, somiglia al sommelier che davanti a una bottiglia andata in aceto la trova frizzante.

Un presidente di società quotata, davanti a un discorso così, ferma l’animatore e gli ricorda dove si trova: sul palco di un’assemblea, davanti a soci ai quali sta chiedendo 250 milioni. Al villaggio turistico il cliente sa cosa compra, cioè di solito sole, mare, buffet. Chi investe nella Juventus compra vittorie, perché da lì passano sponsor, diritti televisivi, maglie vendute in Asia e negli Stati Uniti, il valore stesso del marchio.
Con un brand così, gli sponsor ritoccano il listino al ribasso
Il quarto posto paga soltanto l’iscrizione alla Champions. Il resto si incassa vincendo: ottavi, quarti, finali, scudetti. Un marchio che rinvia la vittoria a data da destinarsi diventa un marchio da quarto posto, e gli sponsor ritoccano il listino al ribasso. In platea c’era chi attaccava John Elkann e chi invocava Alessandro Del Piero: al villaggio, quando il servizio delude, i clienti chiedono del direttore. Chiusura con lo spettacolo finale e i fuochi d’artificio. Scoppiettanti. Dal palco l’arrivederci alla prossima stagione: stesso animatore, stesso presidente, nuovo aumento di capitale. Sarà il sesto. Carnevali ha chiesto tempo e niente chiacchiere. Le chiacchiere le ha portate lui. Il tempo invece lo pagano gli azionisti.
