Lucia Serino
Ho paura, lo ammetto. Ho paura che le libertà femminili conquistate in decenni di battaglie possano, poco alla volta, indietreggiare. Anche quella apparentemente più semplice, e cioè vestirsi come diavolo si vuole senza sentirsi dire che una minigonna provoca, che una scollatura è sconveniente, che mostrare il corpo significa essere una donna poco rispettabile. Per questo l’hijab, il velo che copre i capelli e il collo, mi inquieta. Prima non ci facevo caso. Ammetto che, dopo il provvedimento del Governo, ho iniziato a guardare con attenzione. E ne vendo tante, ma veramente tante di donne musulmane per strada con il capo e il collo coperto e mi chiedo se è sempre una loro scelta. Non lo so. Spesso sono le madri a portare il velo, e non le figlie che camminano con loro. Ma vedo anche ragazzine con il capo coperto. Non credo che ogni donna velata sia una donna oppressa. Ma una ragazza può essere condizionata senza essere minacciata. Può essere condizionata dalla famiglia, dalla comunità, dall’educazione ricevuta, dalla paura di deludere i genitori. Quanto è libera una scelta quando fin da bambina ti hanno insegnato che quella è l’unica possibile? L’assessora regionale alle Pari opportunità, Claudia Pecoraro, intervenendo sulla mozione relativa al burqa e al niqab, ha posto però una questione: non si libera una donna sostituendo alla coercizione della famiglia quella dello Stato. Se viene costretta a coprirsi, bisogna combattere la costrizione, non semplicemente imporle di scoprirsi. Sì, ma come si fa? In concreto, dico. Il telefonino in classe a un certo punto l’hanno vietato e basta. Se nelle chiese c’è l’obbligo del decoro, perché a scuola non dovrebbe esserci l’obbligo del capo scoperto? Lo ripeto, il velo non lo amo e ho dubbi sul fatto che inclusione significhi che qui, in un Occidente che ha faticato a liberarsi dalla caccia alle streghe, sia considerato normale nascondersi. Abbiamo imparato a riconoscere i condizionamenti che hanno avuto le nostre madri e anche i nostri. Al liceo un bel giorno decisi che non avrei più messo il grembiule nero obbligatorio solo per noi ragazze e non per i ragazzi, e lo appallottolai sotto il banco. Apriti cielo. Ricordo perfettamente l’insegnante di matematica che mi intimò di coprire le gambe. Col cavolo che ubbidii. Anche perché avevo mia madre che mi spalleggiava, lei che non aveva potuto studiare, frenata dai fratelli perché femmina. La libertà è spesso liberazione. Non amavo il grembiule a scuola e non amo vedere queste ragazzine che oggi entrano in classe senza mostrare il colore e la forma dei capelli. Perché loro sì e i fratelli no? Coprirsi, nascondersi è sempre una forma di soggezione. Temo che coprirsi, esattamente come facevano le nostre nonne, possa tornare a essere un simbolo normale della condizione femminile nella nostra società. Rifletto anche sugli effetti educativi dei matrimoni misti. Ce ne saranno sempre di più. Quale scelta educativa sarà prevalente? Certo non voglio neppure uno Stato che strappi il velo dalla testa di una donna. Voglio uno Stato laico che faccia in modo che quella donna possa toglierselo senza paura. Non vorrei che, nel nome del multiculturalismo, dimenticassimo quanto quelle conquiste siano preziose.Oriana Fallaci aveva un modo brutale di dirlo. Arrivò a posizioni estreme, ma oggi comprendo la sua paura di un Occidente che, per non offendere nessuno, finisca per non avere più il coraggio di difendere le proprie libertà. Io voglio che una ragazza musulmana sappia che qui le donne hanno smesso di portare il velo. E che può mostrare i capelli, mettere una minigonna, innamorarsi di chi vuole, non sposarsi, vivere il proprio corpo senza sentirsi dire che sta provocando. Siamo sicuri che lo sappiano anche i genitori? E come glielo spieghiamo? L’inclusione in concreto su questo campo come la esercitiamo?
L'articolo Il velo, la libertà delle donne e i rischi che corriamo proviene da Le Cronache.
