Anna Adamo scrive a Meloni: «Non chiedo compassione, ma il rispetto dei miei diritti»

Un appello contro i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità. Anna Adamo, trentenne con una disabilità motoria dalla nascita, ha affidato a un lungo messaggio pubblicato sul proprio profilo Instagram (@annaaadamo_) una lettera indirizzata alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al centro della sua testimonianza, le difficoltà incontrate nel percorso di crescita personale e professionale, tra pregiudizi, svalutazione delle competenze e ostacoli all’inclusione.

«Mi rivolgo a Lei con la dignità e la consapevolezza di chi ha imparato, giorno dopo giorno, a rivendicare il proprio posto nel mondo», esordisce Anna, raccontando come la propria condizione fisica non le abbia impedito di conquistare una vita autonoma, ma continui a diventare, in alcune situazioni, un motivo di discriminazione.

Un percorso segnato fin dall’infanzia dal bullismo e dal pregiudizio, con la speranza che l’ingresso nell’età adulta potesse aprire le porte a una società più matura ed empatica. Un’aspettativa che, secondo il racconto della giovane, si è scontrata con una realtà diversa, nella quale l’emarginazione assume forme meno evidenti, ma altrettanto dolorose.

Anna denuncia soprattutto l’atteggiamento di chi tende a confondere la disabilità motoria con una presunta limitazione delle capacità intellettive. Nonostante gli studi compiuti e le competenze acquisite, racconta di essere trattata con condiscendenza e di vedere persino messi in discussione i propri titoli accademici.

«È un’esperienza profondamente umiliante essere infantilizzata a trent’anni e non venire mai presa sul serio nei contesti che contano», scrive nella lettera, sottolineando il peso di una svalutazione che, a suo avviso, finisce per mettere in ombra le capacità e la maturità della persona.

Il messaggio affronta poi il tema dell’inclusione lavorativa e dell’autonomia. Per Anna, le persone con disabilità non possono essere confinate in una dimensione esclusivamente assistenziale: servono opportunità concrete, ambienti di lavoro accessibili e strumenti che consentano a ciascuno di costruire il proprio futuro.

«Non posso e non voglio rassegnarmi all’idea che il destino delle persone con disabilità debba esaurirsi nelle mere logiche assistenziali o nel perimetro, ormai stretto e restrittivo, delle categorie protette», afferma. «L’inclusione non può limitarsi all’adempimento di un obbligo di legge o a un mero formalismo. Abbiamo bisogno di opportunità reali, di un mercato del lavoro accessibile al pari di ogni altro cittadino e, soprattutto, degli strumenti necessari per vivere con pienezza, anziché limitarci a sopravvivere».

Nel suo appello, Anna prende le distanze anche da quella che definisce la retorica del vittimismo, criticando le narrazioni che raccontano la disabilità soltanto attraverso la compassione e la commozione, senza contribuire a un reale percorso di emancipazione.

«Io non chiedo compassione, chiedo il rispetto dei miei diritti fondamentali», scrive, rivendicando il diritto di lavorare, conquistare la propria indipendenza e coltivare le proprie passioni senza dover affrontare ulteriori rinunce a causa della propria condizione fisica.

La lettera si conclude con un appello diretto alla presidente del Consiglio, affinché il Governo promuova un cambiamento culturale e legislativo capace di incidere concretamente sulla vita delle persone con disabilità.

La richiesta è quella di politiche che sappiano abbattere i pregiudizi prima ancora delle barriere fisiche, riconoscendo competenze, professionalità e valore individuale. Un messaggio che va oltre la vicenda personale di Anna e richiama l’attenzione sulla necessità di un’inclusione che non resti soltanto una dichiarazione di principio, ma si traduca in diritti, autonomia e pari opportunità.

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