Lucia Serino
Ci avviamo verso una campagna elettorale nella quale l’appartenenza sarà sempre più costruita dalla comunicazione. Non è più l’appartenenza dei defunti giornali di partito, schierati e collocati, che raccontavano la realtà dal proprio punto di vista. Ma era pur sempre un pezzo di realtà Non esiste più neppure quella terzietà che è stata la bandiera di una generazione di giornalisti fino alle soglie del Duemila. Quando – molti colleghi lo ricorderanno – sopravviveva ancora una convenzione, gli editoriali si scrivevano con il “noi”. La prima persona singolare era narcisismo. Sembra una vita fa, una cosa oggi inimmaginabile. La terzietà dei giornali era data anche dal meccanismo pubblicitario delle grandi aziende. Quelle che pagando i giornali fino a un ventennio fa avevano bisogno di un pubblico non schierato. Poi, proprio loro, sono diventate media company. Cioè hanno iniziato a fare comunicazione in proprio. E a strascico si sono aggiunti tutti gli altri, compresi gli enti pubblici e ovviamente la politica ad ogni livello. Ogni soggetto tende ad avere un canale e un proprio sistema informativo, diciamo proprietario. Paradossalmente, però, i giornali sono aumentati. E’ evidente che il loro valore non è più nel numero di copie o nel ricavato delle copie in edicola che non ci sono più. Il valore è quello della comunità alla quale parlano. Ogni isola di potere ha bisogno del suo canale. Il lettore, oggi, sa già cosa troverà in quel giornale. Un punto di vista, spesso una tribù. Tifo, dunque. Appartenenza. Una cosa diversa dal racconto della realtà. Rapidamente siamo andati già oltre. Se hai centinaia di migliaia di follower, puoi diventare tu il media. È il fenomeno politico di “Gianfredi”, il ragazzo che su Instagram ha costruito una presenza a metà tra satira, politica e linguaggio da creator. Il punto non è stabilire se sia giornalismo oppure no, il punto è che lì c’è pubblico. E la politica, inevitabilmente, va dove c’è pubblico. Giorgia Meloni si è fermata a rispondere alle sue domande a margine di Fenix. Parlavano delle Winx e delle scarpe della sindaca di Genova. Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, aveva intuito tutto molto prima. Ha semplicemente fatto una cosa che, quando l’ha avviata, sembrava eccentrica e anche autoritaria. Ha saltato il giornalista e si è costruito il suo appuntamento. Il venerdì alle 14.30. De Luca è stato, in questo senso, un precursore della politica come media company personale. Non aveva bisogno di possedere un giornale, gli bastava diventare lui il giornale, la televisione, il titolo e spesso anche il commento al titolo. Ancora oggi la sua presenza digitale resta imponente ma da sindaco di Salerno sta cambiando la strategia, gli è molto più complicato alzare barriere con i cittadini. Resta tra i pochi politici, che non concede il privato come materiale editoriale. L’altro giorno Ursula von der Leyen a New York per un vertice delle Nazioni Unite ci teneva a fra sapere che lei pure sotto la pioggia, con l’ombrello, non rinuncia alla passeggiata e tra una foto e l’altra con i grandi della terra ha infilato anche l’immagine di uno scoiattolo. Mi è comparsa così, mentre verificavo un sito di vestiti e guardavo l’ultimo video del governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. A chi interessa lo scoiattolo? A nessuno. Ma fa parte del racconto. Che poi genera altro contenuto, come quello che, per esempio, sto scrivendo adesso. Se Roberto Speranza blocca il social media manager della Meloni, Tommaso Longobardi, lo screenshot vive di vita propria. E’ successo dopo una reazione dell’ex ministro della Sanità alle dichiarazioni della Meloni sul burqa in classe. Il fatto genera qualcosa di diverso dal fatto. Poi i commenti, le dichiarazioni sui commenti, gli articoli sulle dichiarazioni sui commenti. La metanarrazione cresce su se stessa. Sarà così la campagna elettorale che ci aspetta. Sarà difficile costruirla sui contenuti quando il contenuto deve prima superare il test dell’attenzione. Sanità, lavoro, casa, trasporti, scuola, la guerra, il clima, hanno bisogno di tempo. Una fotografia di un secondo. Il giornalismo dovrebbe organizzare la resistenza. Tornando a fare il suo mestiere, che io quasi stento a ricordare anche perché chi protegge il conducente? Dalle querele e dai risarcimenti, intendo. Ma questo è complicato da spiegare. Magari un’altra volta.
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