Verso Pontida: una mappa aggiornata delle fazioni leghiste

Sarà la prima Pontida dopo la morte di Umberto Bossi. Il Senatùr, va detto, non era più una presenza assidua sul pratone. La sua ultima volta fu nel 2017, ai tempi della critica alla svolta nazionale salviniana, quando non gli fu concesso di parlare dal palco. Dopodiché saltò, anche per ragioni di salute, tutti i raduni a partire dal 2018. Nonostante questo la famiglia ha voluto che i suoi funerali fossero celebrati proprio nell’abbazia di Pontida. Gli amici hanno organizzato una messa in suo ricordo: l’appuntamento, promosso dall’ex senatore Giuseppe Leoni, è per sabato 19 settembre, giorno in cui Bossi avrebbe compiuto 85 anni. Dopo la funzione, i bossiani pianteranno un ulivo in segno di «pace e riconciliazione», ha spiegato Leoni, invitando i militanti a portare una manciata di terra da casa «in segno di unità e fratellanza».

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Umberto Bossi si commuove dopo l’elezione di Roberto Maroni a segretario della Lega Nord, con lui da sinistra Giuseppe Leoni e Bruno Caparini (Ansa).

Come sono cambiati gli equilibri dopo la morte di Bossi

Ma quest’anno il clima che si respira sotto il cielo di Pontida non è esattamente pacifico. Persino questa iniziativa è vista con sospetto perché si sovrappone a quella della Lega Giovani, in programma il giorno prima del raduno, come sempre. Bossi avrebbe voluto una “pacificazione”, va dicendo da mesi Leoni. Ma quello che resta del partito che fondò 35 anni fa è un movimento con un leader indebolito, schiacciato dalla crescita dei consensi di Giorgia Meloni prima e di Roberto Vannacci poi. Un partito profondamente balcanizzato al suo interno. Ecco dunque una mappa del ‘pratone’ leghista, sconvolto negli equilibri dopo la morte del fondatore e dopo le contestazioni interne al segretario arrivate in agosto.

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Matteo Salvini ai funerali di Umberto Bossi (Ansa).

Il cerchio magico di Salvini: lo staff, i fratelli e i falchi

Attorno al leader Matteo Salvini si è creato da tempo un ‘cuscinetto’ di protezione molto attivo, costituito sostanzialmente dal suo staff, il portavoce Cristiano Bosco e il responsabile comunicazione Davide Vecchi, amico della fidanzata Francesca Verdini. Sarebbe stata proprio lei ad aver favorito la sostituzione di Matteo Pandini, ‘promosso’ all’Enav, con l’ex direttore del Tempo. Poi ci sono i sottogruppi del cerchio magico. Il primo è formato dai “fratelli”, gli amici di lunghissimo corso: i milanesi Alessandro Morelli e Igor Iezzi e gli ex commissari lombardi Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili. Quest’ultimo si è dato un gran daffare questa estate per controllare i movimenti dei critici Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, presenziando a tutte le presentazioni del libro del capo della Lega lombarda. Altra sottocategoria è quella dei falchi sovranisti che, a ogni situazione di confusione, riescono a conquistare spazio e visibilità: tra questi figurano l’ideologo della Flat tax Armando Siri e gli economisti euroscettici Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

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I ribelli nordisti: la fronda lombarda

Dalla morte di Bossi è cresciuto il malcontento sotterraneo della base lombarda: il segretario Romeo e il governatore Fontana sono i principali interpreti di questo disagio. Da tempo chiedono un ritorno ai temi della Lega delle origini: attenzione alle identità locali e lotta al centralismo. È un movimento soprattutto lombardo (del resto Bossi fondò la Lega lombarda nel 1984 e da questa promosse la federazione di tutte le Leghe autonomiste nella Lega Nord nel 1991) ed è sostenuto dalle segreterie provinciali di Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio. Tra i ribelli più attivi c’è l’assessore regionale agli Enti locali Massimo Sertori, molto vicino a Giancarlo Giorgetti. Nel direttivo lombardo del 7 agosto, questa fronda è arrivata a chiedere un “passo di lato” di Salvini e un “rinnovamento” della leadership. Del direttivo fanno parte anche alcuni ex deputati come Daniele Belotti, storico speaker di Pontida ed ex segretario bergamasco.

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L’asse scricchiolante dei governatori

Fino a qualche mese fa unito – la foto del pranzo a base di sushi alla vigilia delle Regionali venete a testimoniare l’alleanza – il fronte degli amministratori più influenti si è sostanzialmente diviso dopo la ribellione lombarda. Del gruppo facevano parte Fontana e Romeo, insieme al governatore del Friuli Venezia-Giulia Massimiliano Fedriga, al presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti e al presidente del Consiglio regionale veneto Luca Zaia. Mentre Fugatti quest’estate si è distinto per aver evitato il selfie con Salvini in vacanza a Pinzolo (il trentino continua a chiedere la revisione del divieto di terzo mandato), Zaia, pur molto critico nei confronti di Salvini, non ha appoggiato la ribellione lombarda, mentre Fedriga lo ha fatto sottotraccia e solo in un primo momento. Alla base dello scontro tra governatori e segretario, lo stop al terzo mandato che ha bloccato la ricandidatura di Zaia e bloccherà quella di Fedriga, Fontana e Fugatti. Per mesi i governatori hanno insistito affinché Salvini ottenesse un’apertura alla modifica delle regole da parte degli alleati di centrodestra, contrari a cambiarle. Invece Salvini è sembrato non troppo convinto della battaglia. Forse – malignano i critici – anche per togliersi di torno figure ingombranti. In più, con il via libera degli alleati alla candidatura del leghista Alberto Stefani in Veneto, il segretario ha firmato un impegno a cedere a Fratelli d’Italia la candidatura in Lombardia quando si andrà a votare nel 2028, scatenando così l’ira dei lombardi.

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I sudisti capitanati da Durigon

il vicesegretario Claudio Durigon è il dominus della fazione dei sudisti, comparsa nel 2017 con la svolta nazionale voluta da Salvini. Negli ultimi mesi ogni strategia sembra passare da Durigon. Lui ha gestito il negoziato per un accordo con Zaia, saltato lo scorso giugno. E sempre Durigon ha organizzato la convention romana alle Officine Farneto per illustrare le idee della Lega in vista della «finanziaria», come si chiamava la legge di bilancio fino al 2009. La kermesse, documentata con grandeur sui social della Lega, è sembrata ai più una sorta di esibizione del potere di Durigon. Eppure, nei corridoi di via Bellerio, si mormora che il vicesegretario abbia avviato le trattative per passare con FdI a ridosso delle Politiche e che stia addirittura negoziando posti per altri colleghi, come Simonetta Matone, Roberto Marti e persino un fedelissimo salviniano come Andrea Paganella. Da settimane di lui Zaia dice che sarà il primo a tradire.

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I basculanti tornati fedeli alla linea

Ci sono poi i basculanti. In questa categoria rientra la maggior parte della classe dirigente leghista che, a seconda di come tira l’aria, è pronta a riposizionarsi in base alle prospettive di ricollocamento. Nel gruppo figurano le “Erinni”, Silvia Sardone e Susanna Ceccardi, un tempo molto critiche della gestione salviniana, anche se per motivi diversi, ora sono riallineatissime. Sardone si era alleata con Romeo, e fino a qualche mese fa si esibiva in dure invettive contro la gestione della sicurezza da parte del governo. Dopo essersi imposta alle Primarie milanesi e aver incassato la promessa di una candidatura per Palazzo Marino, tutto sembra essere rientrato. Così come Ceccardi. L’europarlamentare toscana ha fatto la guerra a Roberto Vannacci alle Regionali dell’anno scorso ed è stata protagonista di un duro scontro su questo tema con Salvini durante un consiglio federale. Uscito dalla Lega il generale, Ceccardi si è riscoperta salviniana. Poi ci sono Andrea Crippa e Luca Toccalini, gli ex giovani, creature puramente salviniane. Il fidanzato di Anna Falchi è caduto in disgrazia più volte per le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Meloni, tanto che la sua nomina a vicesegretario non è stata rinnovata nel congresso di Firenze dell’aprile 2025. Ora appare riabilitato. Così come Toccalini, a lungo critico con il segretario dopo che quest’ultimo lo ha costretto a ritirare la candidatura contro Romeo al congresso lombardo. Infine, il caso più eclatante è quello del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. Tra i più critici fino a qualche mese fa sulla strategia e l’organizzazione del partito, il piemontese è completamente rientrato nei ranghi.

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I don Abbondio della Lega

Se il romanzo lombardo per eccellenza, I Promessi sposi, ci ha regalato una figura unica, quella del pavido don Abbondio, la Lega di Bossi-Maroni è riuscita nell’impresa di raddoppiarla. Noti per la mancanza di iniziativa politica e per la capacità di sopravvivere a tutte le stagioni, i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli sanno fare benissimo ciò che hanno fatto durante la loro lunga vita politica: obbedire al capo. Per tutta l’estate, secondo alcuni retroscena ben informati, hanno mandato avanti i ribelli lombardi appoggiandone le istanze ma quando è stato il momento di venire allo scoperto avrebbero tirato indietro la mano. Buona parte della militanza imputa loro la responsabilità dell’immobilismo che sta facendo precipitare il partito. Nella famiglia Calderoli ha parlato però la moglie del ministro, Gianna Gancia, che in pieno agosto in un’intervista a Repubblica ha inveito contro gli «opportunisti e i ruffiani». «Chi critica Salvini lo osannava», ha puntualizzato.

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Gli ex e i nostalgici sulle barricate

C’è infine una folta schiera di ex, fuoriusciti o espulsi dal partito, che vorrebbe riesumare le battaglie della Lega Nord. Il primo è Paolo Grimoldi che da qualche anno ha dato vita al partito Patto per il Nord. Poi ci sono l’ex deputato Gianluca Pini e l’ex assessore lombardo Gianni Fava che hanno presentato ricorso in tribunale affinché si tenga il congresso della Lega Nord, formazione tenuta in vita come ‘bad company’ per saldare il debito con lo Stato in seguito alla condanna per uso irregolare dei rimborsi elettorali. Pini e Fava sostengono che la ‘vecchia’ Lega Nord detenga il simbolo di Alberto da Giussano con lo spadone e vorrebbero bloccarne l’uso da parte della Lega Salvini premier.

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