Doveva essere la stagione del rinnovamento, della trasparenza e dell’ascolto pastorale. Invece, all’ombra della cattedrale di San Matteo e tra le mura della Curia di via Roberto il Guiscardo, il clima che si respira tra le navate e nei quartieri salernitani è tutt’altro che pacifico. L’imminente ufficializzazione dei trasferimenti dei parroci decisa dall’Arcivescovo Andrea Bellandi sta provocando un vero e proprio terremoto nel tessuto ecclesiale cittadino, sollevando interrogativi pesanti e riaccendendo l’accusa più dura: quella di governare la diocesi usando sistematicamente la logica dei «due pesi e due misure».
Mentre si levano petizioni, raccolte firme e persino volantini di protesta, a far discutere è la sensazione che i criteri canonici vengano piegati o applicati ad orologeria a seconda delle simpatie, delle appartenenze e di precise strategie di potere.
I “puniti” del tessuto sociale: i casi di Camerellis e Gesù Redentore
A far rumore sono soprattutto i trasferimenti che somigliano a veri e propri allontanamenti coatti. È il caso di don Francesco Quaranta a San Pietro in Camerellis: un sacerdote che negli anni ha profuso energie enormi non solo nella riqualificazione delle strutture, ma soprattutto nella costruzione di una rete sociale e d’ascolto fondamentale per il centro città. La sua destinazione “ai confini” lascia sbigottiti i fedeli, mentre al suo posto approda don Montefusco Antonio che tanto il suo zelo che fu bocciato anche come Vescovo. Una pedina che — insieme a don Gentile — secondo molti critici servirebbe a blindare gli equilibri e i delicati bilanci dell’Opera Salerno Sacra.
Stessa sorte per don Ciro Torre al Gesù Redentore, diventato negli anni un punto di riferimento insostituibile per l’intero quartiere. La reazione della comunità è stata immediata: volantini affissi per le strade della parrocchia per chiedere al Vescovo di non strappare il sacerdote alla sua gente. Al suo posto è stato designato don Michele Olivieri, in quello che molti fedeli leggono come l’ennesimo sbarco orchestrato per accontentare le componenti del “cerchio magico”.
Il nodo dell’età e delle regole usate a singhiozzo
Ciò che indigna maggiormente la base dei fedeli è l’uso strumentale del Codice di Diritto Canonico. Se per giustificare la rimozione o lo spostamento di alcuni sacerdoti ci si appella alla necessità del ricambio o alle norme sul pensionamento a 75 anni (richiamando la linea dell’ex arcivescovo Moretti), per altri la regola sembra non valere affatto.
Come si spiega la permanenza in pieno servizio di sacerdoti ben più anziani, come don Antonio Sorrentino o don Gene Bacco? Perché per alcuni la scure dell’età scatta inesorabile mentre per altri si concede un’eterna prorogatio?
Lo stesso interrogativo riguarda la regola dei 9 anni di mandato per i parroci stabilita dalla CEI: mentre un lungo elenco di sacerdoti resta saldamente ancorato alle proprie cattedre da ben oltre un decennio senza che nessuno muova foglia, don Alfonso Gentile, o don Virgilio D’Angelo per questi o come per altri la regola non è valida, altri vengono spostati con sconcertante disinvoltura. Emblematico il caso di don Giuseppe Landi, fatto ritornare al Parco Arbostella dopo appena un anno: un rientro lampo che nei corridoi diocesani viene letto come un diretto omaggio alle pressioni degli ambienti di Comunione e Liberazione.
L’invenzione dei “Parroci in solidum” per blindare le posizioni
Dove la norma non arriva, s’inventa la teologia amministrativa. È il caso del teorema dei parroci in solidum applicato a Santa Croce. Lì, la formula dell’affidamento congiunto ha permesso a don Antonio Romano di assicurarsi la permanenza e la copertura pastorale fino a un anno prima della scadenza dello stesso mandato di Bellandi. Un’ingegneria canonica riservata, ancora una volta, solo a chi fa parte della cerchia ristretta dell’episcopio.
Una chiesa forte con i deboli e debole con i forti
Il quadro che emerge da questo ennesimo riassetto pastorale è quello di un’Arcidiocesi arroccata, che fa il pugno duro con i sacerdoti più fragili o meno scaltri sul piano politico, e si mostra invece estremamente docile di fronte ai potentati interni, alle lobby ecclesiali e alle esigenze di bilancio.
I fedeli salernitani continuano a firmare, a protestare e a chiedere udienza, ma la sensazione è che la porta di via Roberto il Guiscardo rimanga sbarrata. La storia si ripete, ma il solco tra il “palazzo” e la gente che popola i banchi della domenica non è mai stato così profondo.
L'articolo Diocesi di Salerno: tra «cerchi magici», favoritismi e bilanci proviene da Le Cronache.
