Avrebbero anche continuato a spendere. La chiusura del calciomercato estivo 2026 è scoccata in Italia alle 20 di martedì primo settembre e come sempre c’è stata la corsa a chi depositava in extremis la documentazione dell’ultimo trasferimento. Si conclude sempre così questa maratona che ogni estate dura circa due mesi: con uno sprint assurdo, tale da far sembrare che nei 59 giorni precedenti si sia rimasti tutti quanti a girarsi i pollici. Ciò che non corrisponde al vero, ma è come se lo fosse. E così si giunge regolarmente sul limitare estremo: con la sensazione che i dirigenti dei club seguiterebbero a spendere se avessero altri giorni a disposizione, con una compulsività da ludopatici alla slot machine. Toccherà loro stare in astinenza fino al 2 gennaio, quando aprirà la sessione invernale e ci sarà tempo fino al primo febbraio per scatenare un altro baccanale di dissipazioni. Invero, ci sarebbero ancora alcuni mercati nazionali aperti: quello turco chiude venerdì 4 settembre, quello saudita addirittura il 12 ottobre. E poi ci sarebbe anche qualche mercato africano. Ma in questi casi si potrebbe agire soltanto in uscita, niente spesa. Va aggiunto il vasto capitolo degli svincolati, ma non dà una particolare libidine. Saranno quattro mesi di quaresima.

Come se il denaro venisse generato da una fonte inesauribile
Pare una provocazione e invece non lo è per niente. Quello che un tempo era semplicemente il mercato dei trasferimenti di calciatori si è trasformato in un manicomio globale che non conosce crisi. Scordatevi le guerre, le crisi energetiche, il prezzo del gasolio e lo Stretto di Hormuz: per il calcio tutto ciò appartiene a un’altra galassia. Non c’è contrazione alla spesa per acquisizione di calciatori e per i loro salari, come se il denaro venisse generato da una fonte alternativa e sconosciuta. E da un anno all’altro viene fissato un nuovo record di spesa, regolarmente fatto segnare dalla Premier League, il campionato inglese: stavolta sono state acquisizioni di calciatori per 3,49 miliardi di sterline, che in euro fanno 4,07 miliardi.

Anche la finestra “di riparazione” ha preso una piega pericolosa
Dunque la linea rossa dei 4 miliardi di euro è stata oltrepassata. Inoltre, la storia recente insegna che anche il mercato “di riparazione” di gennaio (che un tempo era dedicato agli aggiustamenti e per questo registrava livelli molto inferiori di trasferimenti e circolazione del denaro) ha preso la piega delle spese allegre. Si può già scommettere su quale sarà la cifra all’altezza della quale verrà fissato il prossimo primato. E nell’attesa che ciò succeda si può guardare ai casi più clamorosi.
Follie inglesi: 590 milioni di euro spesi l’ultimo giorno
Spicca il Manchester City, che ha speso 533,5 milioni di euro. Seguono il Liverpool con 483,4 milioni di euro, il Chelsea con 406,5 milioni e il Tottenham con 351,8 milioni. I Citizens, oltre a capeggiare la classifica della spesa, sono anche quelli che fanno segnare il saldo negativo più vasto (oltre 190 milioni di euro) perché sono quelli che hanno ricavato meno dalle cessioni. Un ulteriore dato delle follie inglesi è quello del denaro che i club della Premier hanno speso nell’ultimo giorno di mercato: quasi 590 milioni di euro, un salto clamoroso rispetto ai 455,5 milioni di euro spesi nell’ultimo giorno del calciomercato estivo 2025.

Persino la Roshan League saudita ha dovuto rassegnarsi alla realtà
Tra la Premier e il resto del mondo c’è una distanza abissale. A partire dalle altre quattro principali leghe europee, nessuna può mettersi in concorrenza con la NBA del calcio. Anche la Roshan League saudita, dopo la partenza pirotecnica dell’estate 2023, ha dovuto rassegnarsi alla realtà: gli inglesi sono irraggiungibili e lo rimarranno almeno finché non esploderà la bolla.

Secondi e infelici: il super disavanzo della nostra Serie A
Tenuto conto di questo dato strutturale va rimarcato l’aspetto più interessante per noi italiani: la Serie A si conferma la seconda lega più spendacciona al mondo. Il dato elaborato dal sito specializzato Transfermarkt dice che i nostri club hanno speso 1,16 miliardi di euro in questo mercato estivo. Siamo secondi anche per disavanzo tra acquisti e cessioni: 423,34 milioni di euro. Una cifra molto lontana da quella della Premier (-1,606 miliardi di euro), ma superiore a quella della Liga spagnola (-257,63 milioni di euro) e a quelle delle due che addirittura fanno registrare attivi; Bundesliga tedesca (+35,66 milioni) e Ligue 1 francese (+726,6 milioni).
Il Paris Saint-Germain più virtuoso di Lecce e Frosinone
Tutto ciò avviene in un’estate nella quale persino un big spender come il Paris Saint-Germain ha registrato un clamoroso attivo di calciomercato: 152 milioni di euro di acquisizioni, 334,3 milioni di euro di cessioni. Stiamo parlando del club bicampione europeo in carica, controllato dal ricchissimo fondo sovrano del Qatar. Ma che, nonostante ciò, si dimostra più virtuoso di Lecce (-4,65 milioni di euro) e Frosinone (-30,2 milioni di euro).

Siamo un campionato di esuberi e di seconde-terze scelte
Si tratta del segno eloquente di un movimento che continua a spendere malissimo e vende poco perché non ha molto da piazzare, né in termini di giovani promesse né guardando ai calciatori in carriera. I migliori vanno via subito, chi resta o arriva lo fa rispecchiandosi in una situazione sempre più deprimente. La Serie A è diventata un campionato di esuberi (della Premier, principalmente) e di seconde-terze scelte.

Le multiproprietà ingovernabili e la schizofrenia di Paratici
Un contesto nel quale può capitare che il binomio formato da allenatore e direttore sportivo blocchi la cessione di un calciatore decisa dalla proprietà americana (come è successo alla Roma col centrocampista Manu Koné che era a un passo dal Chelsea). Dove il fattore della multiproprietà sta diventando sempre più ingovernabile. E dove i figlioli prodighi alla Fabio Paratici entrano in totale confusione e mettono in piedi due campagne trasferimenti fra prima e dopo l’inizio del campionato (la Fiorentina ha speso oltre 150 milioni di euro, quasi quanto il Psg). La prospettiva di risanare è sempre più lontana, quella di tornare a essere competitivi si fa complicata. Ma finché c’è spesa c’è speranza.
