Foce Irno – se non è stato chiaro, è doveroso spiegare

di Alfonso Malangone*

La richiesta è stata garbata: “ho letto l’articolo di Lunedì scorso su Foce Irno, ma dalla ricostruzione dei fatti tecnici non ho ‘capito’ quello che avrei dovuto ‘capire’. Perché non li chiarisce con parole semplici in modo che io possa ‘capire’ di più prima del Consiglio Comunale sull’argomento”? Nessun problema. Basta narrare gli avvenimenti come fossero capitoli di un romanzo giallo o nero, a discrezione. Non di certo rosa, e men che meno buffo, perché in queste faccende non c’è niente di sentimentale o di cui ridere. La storia iniziò con l’acquisto del terreno dall’Italcementi, nel 1995, mediante risorse messe a disposizione dallo Stato per il recupero delle aree terremotate. Rispettando le norme della Legge emanata per questa finalità, nell’atto notarile fu apposto sul suolo un vincolo di inalienabilità e di destinazione pubblica. Chi è esperto di Diritto, parla di un ‘onere reale’ con efficacia imperativa nei confronti del Comune. Non solo. Alcune pronunce della Magistratura, anche contabile, hanno sottolineato che i beni acquistati con quei fondi dovevano essere inseriti nel Patrimonio Comunale Indisponibile, essendo intrasferibili e non usucapibili, e potevano solo essere concessi a terzi mediante l’assegnazione di un diritto pluriennale di superficie. E’ stato chiarito, successivamente, che l’eventuale cancellazione del vincolo, sempre possibile perché nulla può durare all’infinito, resta subordinato ad un iter formale con il coinvolgimento del soggetto finanziatore al quale spetta di decidere, dopo aver valutato la fattispecie, se condizionare il rilascio del nulla-osta alla restituzione delle somme o, più verosimilmente, al rimborso delle agevolazioni di ogni genere concesse per la finalità pubblica dell’atto. Così si sono espressi gli esperti, salvo ogni errore. Nel caso del suolo Italcementi, il Comune destinò a scopi produttivi di interesse collettivo la parte dell’area dove ora c’è l’Albergo, mentre l’altra porzione, compresa tra fiume Irno, via Torrione e Lungomare, fu riservata a verde e parcheggi. Un Certificato Urbanistico, allegato all’atto del 1995, elencò le diverse particelle con relativi utilizzi. A seguire, nel 2002, la parte produttiva fu concessa in comodato, per 60 anni, alla società che poi realizzò il complesso Alberghiero. Di fatto, fu rispettato il vincolo, poi confermato anche per l’altra porzione nel PUC di Bohigas del 2006. Diversamente, nella revisione del 2012, si decise a sorpresa di ‘svincolare’ la parte a verde e parcheggi deliberandone sia l’inserimento tra i beni da vendere che la destinazione a residenziale (!), per un solaio di 20.000mq, con minima parte produttiva, per un solaio di 1.500mq. In sostanza, con queste misure, si poteva fare un grattacielo di almeno 15 piani. Il prezzo di vendita fu fissato nel 2013 in ben 20.425.000 euro. Comprensibile. Erano i tempi in cui servivano ingenti risorse per costruire la piazza sul mare alla quale, sembra di ricordare, salvo errore, furono in quegli anni dirottati i 12,0 milioni ricavati dalla vendita della Centrale del Latte e i 14,2 milioni dei fondi P.I.U. Europa destinati agli Edifici Mondo. A questo punto si può chiudere il primo capitolo del romanzo giallo-nero riportando le perplessità di alcuni cittadini. Domanda: “in presenza dei vincoli contrattuali, la decisione di vendere il suolo e di modificarne la destinazione fu sottoposta all’autorizzazione dello Stato in qualità di finanziatore”? Poi: “in caso affermativo, con quali atti ufficiali”? Ovviamente, il contenuto delle risposte può risolvere i problemi o, all’opposto, renderli più complicati. Fino al 2018, nulla cambiò. Poi, con la revisione del PUC di quell’anno, la situazione fu variata con il ripristino della prevalente finalità pubblica, ma non a verde, per 15.000mq di solaio, e una residua quota di residenziale, per 3.000mq di solaio. Il nuovo valore di vendita fu definito una prima volta in 14.580.000 euro e una seconda in 15.780.000 (anno 2023). A collaterale, poi, furono introdotte a favore degli investitori norme più benevoli per il calcolo delle superfici di solaio. Ma, la materia è troppo complicata per approfondire. Chi ne sa di più, è pregato di dirlo. Comunque, dopo appena qualche mese, nel 2023 ci fu un inatteso colpo di scena. Una delibera ‘ordinaria’ di Consiglio per l’aggiornamento dei beni da alienare frazionò quel suolo in due lotti e azzerò completamente la quota a residenziale confermando quella produttiva, ma non a verde. Il prezzo fu ridotto a 12.000.000 di euro per i due lotti. Purtroppo, quel provvedimento non modificò né il PUC né le Norme Tecniche di Attuazione, come sarebbe stato giusto fare, visto che le loro previsioni prevalgono rispetto a qualsiasi altra diversa prescrizione. Su quella delibera furono successivamente elaborati i nuovi Certificati di Destinazione Urbanistica dell’area. Così, al momento dei due bandi di vendita e quando furono sottoscritte le alienazioni, su entrambi i lotti erano in vigore due differenti destinazioni: quella produttiva/residenziale del PUC/NTA (15.000+3.000mq), imperante su tutto, e quella solo produttiva (15.000mq), ma non a verde, decisa con la delibera ‘ordinaria’ e pure confermata dalla rappresentante del Comune in sede di stipula degli atti. Non solo. In essi, la Funzionaria riconobbe il diritto dell’acquirente a chiedere il cambio di destinazione “nell’ambito delle categorie compatibili individuate nella scheda urbanistica allegata all’asta pubblica” (cit,). Cioè, dopo cinque anni dalla chiusura delle opere, tutto si potrà cambiare. In questa situazione, è stato davvero facile, per la società acquirente, avanzare nel 2025 una richiesta al TAR per il riconoscimento della quota dei 3.000mq di residenziale e non è stato difficile, per il TAR, riconoscere la fondatezza della pretesa subordinandone le conseguenze al completamento di adempimenti urbanistici da parte del Comune. C’ha pensato il Commissario Prefettizio a farlo, nel mese di Aprile scorso. E, quindi: “cosa accadrà adesso”? Chissà. Chiuso anche il secondo capitolo del romanzo, non resta che riportare le critiche. La prima: “l’azzeramento della quota di residenziale disposto con la delibera ‘ordinaria’, veniva incontro a prospettive concrete di vendita”? La seconda: “politici e tecnici erano consapevoli della prevalenza delle NTA su ogni altra disposizione”? La terza: “perché non si decise più semplicemente di modificare il PUC, come poi ha fatto il Commissario Prefettizio”? La quarta: “il frazionamento del suolo in due lotti può considerarsi legittimo”? La quinta: “perché sono state decise norme più favorevoli per il calcolo dei solai in aggiunta alla consentita variazione d’uso dopo cinque anni”? La sesta: “se il TAR dovesse riconoscere anche la quota di 3.000mq di residenziale ‘a gratis’, è corretto che l’acquirente abbia acquistato a prezzi scontati (finalità produttiva) per ritrovarsi poi a vendere a prezzi maggiorati (appartamenti)”? E, in questo caso: “non si potrebbe configurare l’ipotesi del danno erariale”? Di altro, qui, non si può parlare. Tuttavia, appare doveroso sottolineare il contenuto di due articoli su queste pagine che hanno riferito di scritture per vendite future, firmate ancor prima dell’acquisto dei due suoli tra società acquirente e società terze, relative a porzioni delle due torri di dodici piani già progettate per dimensioni e caratteristiche. Sarebbe davvero sorprendente, per un suolo destinato a pubbliche finalità! Il romanzo è in attesa del capitolo finale che sarà scritto nel corso del prossimo Consiglio Comunale sul tema. Se si terrà. In ogni caso, è auspicabile che, adesso, il garbato cittadino possa aver meglio ‘capito’ quello che è un suo diritto ‘capire’. La consapevolezza è una componente essenziale della partecipazione popolare alle scelte di chi governa. Quando c’è la partecipazione. Salerno ha davvero bisogno di amore. *Ali per la Città P.S.: questa ricostruzione ha pura finalità informativa e riporta opinioni publicate anche sul web. Si fa salvo ogni errore e si attendono gradite rettifiche.

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