Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?

C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola

Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue

Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

L’interesse del Gop per le exclavi spagnole

Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status». 

In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni. 

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da TrackAiPac.

Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid

In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynet come Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza». 

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Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).

La cooperazione militare tra Washington e Rabat

C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele. 

Sanchez è da tempo nel mirino

Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale

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Pedro Sanchez (Ansa).

Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga

In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.