Illegalità, barbarie, stretta minorile. E’ l’imperialismo in crisi terminale

di Aldo Primicerio

Partiamo dalla seconda riga del titolo. Davvero imperialismo e capitalismo sarebbero in crisi terminale? In che senso, perché, e come? Ce ne accorgiamo tutti se apriamo gli occhi ed osserviamo la realtà che ci scorre davanti. Il sistema in cui viviamo è in crisi strutturale a causa di tre fattori: la sovrapproduzione di capitale, il dominio dei monopoli finanziari, e l’esaurimento dei mercati da sfruttare. Il sistema non riesce più a garantire una crescita stabile e pacifica dell’economia reale, ecco spiegata la crisi strutturale e non accidentale. La produzione di merci e l’accumulo di ricchezza superano la capacità di consumo reale delle persone, portando a stasi e distruzione di forze produttive. Cose che abbiamo imparato nei nostri 21 anni di Confindustria.  E poi ci si mettono anche le guerre. La competizione tra grandi potenze e blocchi economici per il controllo delle risorse diventa più aspra, poiché non ci sono più nuovi spazi globali da conquistare pacificamente.

 

Ma perché tutto questo provocherebbe la crisi del sistema?

Primo, per la sovrapproduzione ed i bassi salari. Questi vengono mantenuti bassi per aumentare i profitti, riducendo la capacità dei lavoratori di comprare le merci prodotte, e creando quindi eccedenze invendibili. Secondo, per il trionfo della finanza. Il capitale si sposta dalla produzione di beni reali alla speculazione finanziaria esasperata. Terzo, per la concorrennza monopolistica. Il mercato libero lascia il posto a grandi monopoli e trust internazionali che strangolano la concorrenza e accentuano le disuguaglianze sociali e geopolitiche. Ne consegue un degrado che, guarda caso, colpisce in modo virulento soprattutto il nostro Paese. Dove ad essere svilite sono le istituzioni ed i servizi pubblici, come ad esempio il servizio sanitario pubblico sempre più sottofinanziato, o la scuola pubblica dove in classe si può parlare di alcune cose ma non di altre, od anche le forze di polizia che il Governo deve continuamente difendere da presunte soverchierie, o ancora i media cui viene vietata la pubblicazione degli atti giudiziari. L’effetto finale della crisi di sistema è l’opacità politica, che annebbia la riconoscibilità dei misfatti del potere, e scoraggia la mobilitazione popolare, con decreti al limite o anche oltre i confini costituzionali.

 

E dalla opacità del potere alla illegalità, alla barbarie fino alla repressione minorile, il passo è breve

Noi tutti siamo stupiti e intimiditi dagli episodi sempre più frequenti di violenza minorile, dal fenomeno delle baby gang e dei reati gravi commessi da adolescenti. Da qui il Ddl cosiddetto anti-maranza del Governo Meloni. Una definizione che avrete letta o sentita più volte. Maranza è il corrispettivo modermo di tamarro. Indica un giovane che fa parte di gruppi di strada, indossa tute firmate, adora la musica trap, assume atteggiamenti spavaldi e modi di fare rumorosi e provocatori. Il Governo Meloni e la sua cólta schiera di ministri hanno già dato a questi adolescenti una etichetta sociale, una risposta alla criminalità giovanile. Che sicuramente andava elaborata, ma che suscita subito molti interrogativi. Si sta davvero costruendo più sicurezza, o stiamo piuttoso trasformando un minore adolescente da persona da recuperare in un mero destinatario di un provvedimento punitivo e basta?  Il Ddl anti-maranza attribuisce a questi ragazzi una già chiara e precisa capacità di intendere e di volere.  “Questo – scrive l’ex Presidente di Corte d’Appello Alberto Iannuzzi – sposta anche i termini del procedimnento in sede giudiziaria: non sarà più soltanto il giudice a verificare caso per caso la maturità del ragazzo, ma sarà la difesa a dover dimostrare l’eventuale incapacità. Il principio su cui è stato edificato il modello italiano dei tribunali per i minorenni è chiaro: il ragazzo che commette un reato deve rispondere delle proprie azioni, ma deve anche essere valutato dentro la sua storia personale, familiare e sociale”.  Il Ddl Meloni ignora e vìola quindi il principio secondo cui la giustizia minorile deve mantenere una funzione educativa e rieducativa, non limitarsi a una risposta repressiva. Cosa sposta e modifica il Ddl? Molto. “I giudici dei tribunali minorili – scrive Iannuzzi – incontrano ogni giorno ragazzi difficili, spesso protagonisti di storie di abbandono scolastico, fragilità familiari, povertà educativa e assenza di prospettive. La risposta più efficace non è soltanto stabilire più rapidamente la colpevolezza, ma impedire che quel ragazzo diventi domani un adulto inserito stabilmente nei circuiti criminali”.

 

La cronaca racconta episodi drammatici, che certamente non possono essere minimizzati

Esistono adolescenti capaci di violenze gravissime. Le vittime hanno diritto alla giustizia e lo Stato ha il dovere di intervenire. Non si discute. “Ma proprio nei casi più difficili emerge la vera differenza tra la giustizia ordinaria, che si applica agli adulti ed una giustizia minorile matura: la prima deve accertare una responsabilità, la seconda deve anche chiedersi come evitare che quella responsabilità si trasformi in destino, in un’accentuazione della pericolosità del minore, che si ritorcerà negativamente anche nei confronti della società”. “Il rischio denunciato dai critici della riforma è quello di una giustizia costruita più per dare un segnale politico immediato che per affrontare le cause del fenomeno; per meglio dire, risulta più preoccupata di fornire una risposta simbolica, utile a comunicare fermezza, ma meno efficace nel prevenire nuovi reati. Perché la prevenzione non produce titoli sui giornali. Non arriva dopo un video diventato virale. Richiede investimenti lenti e pazienti: scuole funzionanti, servizi sociali presenti, educatori nelle periferie, sostegno alle famiglie fragili, interventi prima che il disagio diventi violenza”.  “Il vero banco di prova della riforma non sarà il consenso ottenuto nei giorni dell’emergenza mediatica, bensì il numero di ragazzi che, dopo aver sbagliato, riusciranno a non tornare più davanti a un giudice. Perché la sicurezza della società non si misura da quanti adolescenti abbiamo colpito e punito oggi, ma da quanti adolescenti saremo stati in grado di recuperare domani”.

 

L’opacità del potere prodotta non solo da una maggioranza di governo inadeguata, ma anche da un’opposizione inesistente

In Italia non siamo purtroppo davanti ad un’opposizione degna di questo nome, capace di pensare, progettare, promuovere e costituire una vera alternativa. Lo conferma un’iomprovvida intervista de Elly Schlein rilasciata a Il Foglio. Una trappola del giornale riformista e centrista ma con una linea conservatrice. Nell’intervista la segretaria del Pd ha praticamente rotto ogni possibilità d’intesa pacifica con il M5S, evidenziando le sue chiare ambizioni di leader di quello che non può più essere chiamato “campo largo”.  Vedremo se sarà così. Intanto quusto caos italiano spinge ad alzare la voce chi a Roma già grida “teniamoce la “carciofara””. Chi si contenta, gode.

 

 

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