di Aldo Primicerio
Il dibattito sulla riforma della legge 157/92 (la legge quadro sulla caccia), appena approvata al Senato e ora al rush finale alla Camera, tocca corde sensibilissime. Perché ad incrociarsi sono il diritto comunitario, l’assetto costituzionale (violerebbe l’art. 9 della Costituzione introdotto nel 2022) e la tutela della biodiversità.
Perché il Colle starebbe osservando il percorso legislativo con attenzione?
Il provvedimento, voluto dal ministro Francesco Lollobrigida e sostenuto dalla cognata presidente Giorgia Meloni, potrebbe essere viziato da una forte deregulation. La riforma della legge 157/92 in sostanza smantella alcuni dei pilastri scientifici e geografici che finora hanno limitato l’attività venatoria in Italia.
Il primo punto chiave è il ridimensionamento dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Fino ad oggi, i calendari venatori delle Regioni dovevano allinearsi ai suoi pareri scientifici vincolanti. Con la riforma, il parere dell’ISPRA perde il valore conformativo e diventa esclusivamente consultivo. La valutazione tecnica viene condivisa con il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, un organo paritetico in cui siedono i rappresentanti dei cacciatori. Un paradosso.
Il secondo punto è l’ampliamento dei territori e dei tempi. La caccia viene parzialmente aperta dalla riforma anche in alcune aree protette e nel demanio marittimo (escluse le spiagge balneari). Viene rimosso il divieto assoluto di caccia nei pressi dei valichi montani (snodi cruciali per le rotte migratorie) e si estendono i calendari per la caccia di selezione anche in presenza di neve.
Il terzo punto è rappresentato dalle specie cacciabili. Nella legge di riforma vengono inclusi, nell’elenco delle specie prelevabili, volatili finora protetti o esclusi, come l’oca selvatica, il colombaccio e il piccione di città. Per bilanciare queste evidenti aperture, ed arginare le accuse di “Far West” perché si sparerebbe dovunque e comunque, la maggioranza ha inserito nel testo un inasprimento formale delle sanzioni penali (fino al triplo) per il bracconaggio e la caccia in periodi o zone vietate. Una formalità ritenuta assolutamente inconsistente.
I dubbi che filtrano dagli ambienti del Quirinale non sono di natura ideologica, ma strettamente giuridici e costituzionali. Nel 2022 è stato modificato l’articolo 9 della Costituzione, introducendo la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica. Una legge ordinaria che riduca la tutela della fauna selvatica (definita dalla legge italiana “patrimonio indisponibile dello Stato”) rischia un profilo di incostituzionalità per evidente contrasto con il novellato articolo 9. Inoltre, il Presidente della Repubblica valuta sempre con estrema attenzione il rischio che l’approvazione di un testo generi un contenzioso automatico con la Corte di Giustizia dell’UE, gravando poi sulle casse pubbliche.
Ma perché ad accendere i fari si sarebbe affrettata anche l’Unione Europea? Quali direttive verrebero violate?
E’ la Commissione Europea che sta seguendo con estrema attenzione l’iter alla Camera. L’Italia è già un “osservato speciale” in materia ambientale. Il nostro Paese ha accumulato negli anni diverse procedure di pre-infrazione (EU Pilot) e infrazione per violazione delle norme sulla tutela della fauna. Bruxelles teme che questa riforma non solo non sani le pendenze attuali, ma costituisca un esplicito passo indietro rispetto agli impegni comunitari, esponendo lo Stato italiano a pesantissime sanzioni pecuniarie.
La riforma si scontra frontalmente con l’architettura legale europea dell’architettura ecologica. La prima ad essere violata sarebbe la Direttva “Uccelli” (2009/147/CE). Questa vieta tassativamente la caccia durante le fasi delicate del ciclo biologico dei volatili, come il periodo di riproduzione e il ritorno ai luoghi di nidificazione (migrazione prenuziale). Allungare i calendari regionali senza il filtro scientifico rigoroso dell’ISPRA viola lo spirito di questa direttiva. La seconda ad essere violata sarebbe la Direttiva” Habitat” (92/43/CEE). Questa protegge la biodiversità attraverso la Rete Natura 2000. Consentire l’attività venatoria all’interno o a ridosso di aree protette e valichi montani senza una preventiva e rigorosa “Valutazione di Incidenza Ambientale (VInA)” scardina i criteri di salvaguardia dei corridoi ecologici europei.
La riforma Lollo-Meloni, dunque, un clamoroso paradosso politico ed istituzionale. Per 3 ragioni
La prima, il bilanciamento degli interessi: da un lato c’è la pressione del mondo agricolo (che chiede interventi drastici per il contenimento dei cinghiali e degli ungulati a tutela delle colture) e delle lobby venatorie; dall’altro c’è il vincolo supremo dei trattati europei e della Costituzione. La seconda, il rischio di un boomerang normativo: la deregolamentazione rischia di essere un’illusione per gli stessi cacciatori: approvare norme in contrasto manifesto con l’Europa significa esporre i calendari venatori regionali a una pioggia di ricorsi al TAR da parte delle associazioni ambientaliste, paralizzando di fatto l’attività invece di regolarla. La terza, la sovranità scientifica: depauperare l’ISPRA delle sue prerogative, per affidarle a comitati politici o paritetici popolato da cacciatori, sposta la gestione della fauna dalla scienza alla mediazione corporativa. Un tema perfetto per una riflessione sulla complessità di questo tipo di fare politica e di legiferare oggi nell’intersezione tra Roma e Bruxelles.
E dietro la riformuccia da quattro soldi sulla caccia, l’ambizione della legittimazione definitiva della destra e…il sogno del Colle
Ci ha legittimato a pensarlo la dichiarazione della stessa Meloni a Rete 4 (“un Presidente della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù”). Dietro c’è l’obiettivo di una piena e definitiva maturità istituzionale della destra. Ma c’è anche dell’altro: una candidatura della Giorgia al Quirinale, ipotesi che circola costantemente nei retroscena parlamentari. Ci sono però ostacoli e paletti che sembrano rendere difficoltoso questo percorso. Sarà il tema della prossima domenica. Per ora la Giorgia farebbe meglio a frenare questo golpe ambientale fortemente voluto dal ministro cacciatore, il Fratello o Cognato d’Italia, come lo si vuol chiamare.
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