Quest’estate ho letto un libro di un tizio che raccontava la storia di una coppia che si era appena lasciata. «Non ci si lascia mai a 40 anni», diceva a un certo punto, prima di cominciare a descrivere lo straniamento e iniziare a sezionare una dopo l’altra le porzioni di dolore che via via gli presentavano emotivamente il conto della fine della relazione. Ho iniziato a pensare così, sdraiato su un lettino di una spiaggia greca, scaldato dal sole della mia relazione stabile, come mi sarei comportato se questa cosa fosse successa a me. L’idea di tornare alla vita da scapolo, e all’appartamento che continuavo a tenere in via Amedeo d’Aosta nello stesso palazzo in cui ero nato strisciò verso di me con un sibilo acido. Ma la vita da scapolo, come ben sapevo, era un labirinto orrendo.
Per un attimo su quel lettino su una spiaggia di Antiparos, mentre i camerieri portavano secchielli di ghiaccio con bottiglie di Veuve Cliquot pensai: «Abbandona la casa in Viale Regina Giovanna, fatti crescere la barba, ricomincia a drogarti, seduci donne con la metà dei tuoi anni, organizzati per scrivere il tuo romanzo, diventa maniaco della forma fisica. Libera l’Andrea di una volta»
Lo sapevano tutti che gli scapoli andavano fuori di testa, invecchiavano da soli, diventavano patetiche controfigure di se stesse in perenne crisi esistenziale. Gli scapoli pagavano una domestica per lavare la biancheria, si ritrovavano da soli in qualche club dove erano troppo vecchi per stare, ordinando l’ennesimo gin tonic corteggiando ragazze più giovani di loro con la merda nel cervello. Quel pomeriggio però, per un attimo su quel lettino su una spiaggia di Antiparos chiamata Soros, mentre i camerieri giravano, vestiti di lino bianco, portando secchielli di ghiaccio con dentro bottiglie di Veuve Cliquot pensai: «Abbandona la casa in Viale Regina Giovanna, fatti crescere la barba, ricomincia a drogarti, seduci donne con la metà dei tuoi anni, scopatele tutte, organizzati uno studio per scrivere il tuo romanzo, diventa maniaco della forma fisica, confida i tuoi fallimenti agli amici cari che non frequenti più. Libera l’Andrea di una volta. Ricomincia dal principio. Lasciati fagocitare dalla wave milanese fatta di creativi e starlette e giovani scrittori che tanto detesti. Elimina lo chic. Racconta la tua storia a tutti e convincili uno a uno anche se sai che ti stai inventando tutto».

Così chiusi gli occhi e invece che in una piccola isola dispersa nell’Egeo mi ritrovai in Puglia, in Salento, di fianco a Dodo, sorseggiando vino bianco sulla terrazza affacciata sul mare de La Fortunata, la magnifica villa che i suoi affittano da decenni a Marina Serra e che di fatto nel tempo si è trasformata nella loro residenza estiva. Di colpo quei pensieri innescarono qualcosa, percepii dentro di me una piccola implosione mentre uno stormo di corvi immaginari cominciarono a volteggiare sopra la mia testa. Poi nella mia mente iniziarono a scorrere una serie di immagini, simili alla pellicola di un film, dove il protagonista, un 40enne smilzo con gli occhiali e il cranio rasato, molto simile a me era, in compagnia di una ragazza con i capelli biondi di nome Carla, ma che noi tutti chiamiamo Carlà, alla francese, in un’altra terrazza affacciata sul mare in un appartamento vicino a un locale chiamato Jamao.
«Non dovrei farmi coinvolgere per una quantità di motivi», disse lei, e poi aggiunse, sospirando: «Per prima cosa sei sposato…». «Da meno di un anno!», gemetti, «ma in questo momento siamo, diciamo, in una pausa di riflessione». «Andre…». Sprofondai la faccia nel suo collo e poi mi abbassai, fino a inginocchiarmi ritrovandomi a fissare le suo cosce aperte. In un attimo le infilai le mani sotto il vestito di cotone leggero scoprendo un pancino teso e abbronzato e indugiando con le dita verso il basso ventre puntando le mutandine sottili. Poco dopo ci ritrovammo avvinghiati e mentre le leccavo la bocca mi sorpresi ad assaporare il suo lucidalabbra, cosa che mi riportò con la mente ai tempi del liceo e alle ragazze con cui uscivo d’estate a Rapallo e me la spassavo steso su una sdraio davanti a una piscina dal fondo blu ai Bagni Ariston ed ero abbronzato e portavo una collana di conchiglie e ascoltavo Love Street dei Doors e lei si chiamava Ludovica. Le immagini proseguirono. Ero sempre davanti a una piscina in una tenuta enorme nell’entroterra salentino, ma la ragazza questa volta non era più Carlà ma si era trasformata in Sofia, o forse era qualcun’altra? Azzurra forse, che con un moccioso in mano, reclamava 2 mila euro di alimenti che quel mese secondo lei non le avevo corrisposto. «Sono per l’apparecchio di tuo figlio!», mi urlava, paonazza in volto, senza nascondere il suo risentimento nei miei confronti che con il tempo si era trasformato in odio. «Devi conoscere tuo figlio», mi ripeteva, «è essenziale per lui avere un rapporto con il proprio padre!».
La mente fa brutti scherzi ogni tanto, soprattutto quando si mette a fare certi pensieri strani, come adesso mentre con la tazza di caffè fumante sul comodino scorrendo le notizie sull’iPhone, leggo del tweet di Giorgia Meloni sulla fine della sua relazione la cui conclusione somiglia a una di quelle frasi motivazionali che nel migliore dei casi diventano dei brutti tatuaggi
Non c’era altro da aggiungere, stavo andando fuori di testa. Così mi alzai dal lettino e dopo aver lanciato uno sguardo furtivo a Ofelia, stesa di fianco a me a prendere il sole, mi gettai in acqua, barcollando, cercando di cancellare quegli assurdi pensieri che mi erano balenati nella malata scatola cranica. Così presi a nuotare e ogni bracciata che facevo, quando tiravo fuori la testa per respirare e aprivo gli occhi vedevo il volto di mio padre, e le immagini di una libreria a casa nostra a Milano, in via Amedeo d’Aosta, piena zeppa di fotografie che non avevo mai notato. Quasi tutte mie, che forse gli servivano come promemoria del mio abbandono, anche se quando se ne andò la casa di Via Amedeo d’Aosta già non esisteva più da parecchio tempo. Decisi di tornare a riva quando l’unica immagine che continuamente mi si proiettava davanti agli occhi era una foto di noi due: io a 17 anni, occhiali da sole, serio, abbronzato e lui di fianco a me, bruciato dal sole, e vestito di bianco. Fermi, davanti alla villa a Forte dei Marmi e un sole fortissimo che luccicava in cielo. Ero stremato dal dolore. Quante volte avevamo litigato in quella vacanza? Quante volte ero andato in pezzi durante quei giorni snervanti? Continuai a pormi quelle domande per una decina di minuti, mentre mi asciugavo al sole, e fu solo al secondo bicchiere di champagne che trangugiai tutto di un fiato che mi resi conto che quel viaggio con mio padre non era mai esistito perché io a 17 anni durante l’estate ero andato ad Amsterdam e Parigi con Dodo e Nosama.
La mente fa brutti scherzi ogni tanto, soprattutto quando si mette a fare certi pensieri strani, come adesso mentre, appena sveglio, con la tazza di caffè fumante sul comodino scorrendo le notizie con in mano l’iPhone, leggo del tweet di Giorgia Meloni sulla fine della sua relazione con il compagno Andrea Giambruno e la cui conclusione somiglia a una di quelle frasi motivazionali che nel migliore dei casi diventano dei brutti tatuaggi: «Tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi in casa sappiano che per quanto la goccia possa sperare di scavare la pietra, la pietra rimane pietra e la goccia è solo acqua». Tornare scapolo, scoparsi una donna diversa ogni notte, e poi? Rischiare di diventare come mio padre, o come quel ragazzo che l’altra sera a una festa, con aria gradassa, parlando con un tale, fissandolo negli occhi gli ha detto: «Fate i figli e state a casa. Minchioni! È proprio adesso che dovete uscire e farvi le altre donne. Non capite veramente un cazzo!». E pensare che avrei voluto scrivere del centenario di Calvino o al massimo un tales sul ritorno sulla scena di Fabrizio Corona.
