
Chiesta l'archiviazione per la vicenda della 35enne deceduta all'Arenella; l'inchiesta mirava ad appurare eventuali responsabilità nel ritardo dei soccorsi.
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Vladimir Kara-Murza, l’oppositore russo condannato a 25 anni per aver criticato l’invasione dell’Ucraina, è stato trasferito in una colonia penitenziaria di massima sicurezza di Omsk, in Siberia. Lo ha annunciato su Facebook il suo legale Vadim Prokhorov. «Kara-Mourza è stato immediatamente messo in una cella di isolamento», ha aggiunto l’avvocato.
Giudicato colpevole di alto tradimento e altri reati di natura politica dopo aver criticato l’invasione dell’Ucraina e Vladimir Putin, al termine di un processo a porte chiuse Kara-Murza, che ha 42 anni ed è in possesso della doppia russo-britannica, è stato condannato ad aprile a una pena senza precedenti, considerati i capi di imputazione. Nello specifico, l’accusa di alto tradimento era riferita alla «cooperazione con uno stato membro della Nato», consistente nell’aver preso parte a conferenze a Lisbona, Helsinki e Washington nelle quali aveva condannato l’invasione dell’Ucraina, chiedendo sanzioni contro i funzionari russi colpevoli di violazioni dei diritti umani e corruzione.

Ora si trova a Omsk, città a circa 2.700 chilometri a est di Mosca. Il sistema penale russo spesso impiega settimane per portare i prigionieri nelle carceri più remote del Paese, e spesso un detenuto in transito può sostare in varie carceri lungo il percorso. «L’intero viaggio da Mosca a Omsk nel XXI secolo è durato non meno di tre settimane», ha detto Prokhorov, aggiungendo che il suo assistito è stato tenuto per diversi giorni in una cella di isolamento a Samara. L’avvocato ha affermato che collocare Kara-Murza in celle di questo tipo mette a rischio la sua già fragile salute: il dissidente russo – stretto collaboratore di Boris Nemtsov, assassinato nel centro di Mosca nel 2015 – soffre di una condizione nervosa chiamata polineuropatia a entrambi i piedi, a causa di due tentativi di avvelenamento.













È stata ritrovata Annarita Rizzo, la 70enne salentina residente a Roma di cui non si avevano più notizie dal 19 settembre: la donna, insegnante in pensione, si trova ricoverata in stato confusionale ma in buone condizioni di salute all’ospedale San Camillo, nella Capitale. Lo ha comunicato un medico dello stesso nosocomio ai suoi parenti, dopo aver letto gli appelli sui social e gli articoli dei quotidiani.
I famigliari l’avevano sentita l’ultima volta alle 22.30 del 19 settembre, quando la donna aveva chiamato un parente dall’aeroporto di Fiumicino, dove era appena atterrata dopo una vacanza in Irlanda, dicendo di non riuscire a trovare mezzi pubblici per tornare a casa. Da quel momento il suo telefono è risultato sempre irraggiungibile. Quella stessa sera, l’auto della 70enne era stata trovata nello scalo romano. Annarita ha bisogno ancora di cure, fanno sapere dal San Camillo, ma le sue condizioni di salute sono buone. I suoi parenti possono tirare un respiro di sollievo.
Gli italiani nel 2023 spenderanno per la pausa-caffè 720 milioni di euro all’anno in più rispetto al 2021. Lo comunica Assoutenti, che ha realizzato una mappa dei rincari nel Paese. Italia: «Rispetto a due anni fa, oggi il caffè consumato al bar costa mediamente l’11,5 per cento in più, con l’espresso che è passato da una media nazionale di 1,04 euro del 2021 agli attuali 1,16 euro».
Solo nei bar di tre città italiane, Catanzaro, Reggio Calabria e Messina, si può ancora consumatore un espresso a prezzi inferiori a 1 euro a tazzina, mentre in ben 22 province i listini superano quota 1,20 euro. Il caffè più salato è quello di Bolzano, con una media di 1,34 euro a tazzina, seguita da Trento (1,31 euro), Belluno (1,28 euro), Padova (1,27 euro), Udine (1,26 euro) e Trieste (1,25 euro). La città più economica risulta Messina, con 0,95 euro ad espresso, 0,99 euro a Catanzaro e Reggio Calabria.
Tuttavia, rileva Assoutenti, «sono proprio le città calabresi quelle che registrano i rincari dei prezzi più pesanti: stando ai dati ufficiali forniti dal Mimit, a Cosenza il caffè al bar è aumentato addirittura del 36,4 per cento, passando una media di 0,88 euro del 2021 agli attuali 1,20 euro». A Catanzaro il prezzo è salito in due anni da 0,80 a 0,99 euro, facendo segnare un +23,8 per cento. Per il resto, a Pescara registrato un rincaro del 22 per cento (da 1 a 1,22 euro), poi +20,9 per cento a Bari, +19,5 per cento a Palermo. Bergamo, Ascoli Piceno, Trento e Siracusa registrano rincari attorno al 16 per cento. Considerando che nei bar italiani si servono circa 6 miliardi di tazzine all’anno, conclude Assoutenti, «il giro d’affari per l’espresso passa dai 6,24 miliardi di euro di due anni fa ai quasi 7 miliardi di euro del 2023».







Può un Paese come l’Italia sostenere progetti di sviluppo all’estero sul contrasto alla violenza di genere e sull’incremento della parità tra uomini e donne, quando in patria siamo ancora in ritardo di anni luce sulla stessa materia? Forse prima di salire in cattedra per insegnare agli altri sarebbe opportuno imparare un metodo che sia efficace anche in casa propria, ma al netto del paradosso è quello che sta succedendo: il governo Meloni maestro di empowerment femminile dopo l’accordo firmato il 5 settembre con l’ufficio regionale dell’agenzia dell’Onu per la parità di genere per rinforzare la protezione e la partecipazione delle donne e delle ragazze nelle zone frontaliere fra Senegal e Mali.
Insomma l’Italia prosegue il suo impegno nel sostenere i diritti umani in Africa occidentale, come annunciato dalla nostra ambasciata a Dakar. Del resto in quelle zone i conflitti e l’estremismo violento rappresentano una minaccia per la sicurezza delle popolazioni, rendendo particolarmente esposte le categorie più vulnerabili, e cioè proprio donne e ragazze. Tensioni esogene che rischiano di produrre effetti negativi in termini di uguaglianza di genere e autonomizzazione. Il progetto ha un valore di 2 milioni di euro e va ad aggiungersi alle altre iniziative in corso sottoscritte con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

Un aiuto all’Africa, certo: ma anche in Europa le cose non funzionano granché sotto questo punto di vista. Secondo i dati della relazione della Commissione europea sulla strategia per la parità di genere 2020-2025, una donna su tre nell’Ue ha subìto violenze fisiche o sessuali; le laureate superano numericamente i laureati, ma guadagnano in media il 16 per cento in meno; le donne rappresentano appena l’8 per cento degli amministratori delegati nelle principali imprese europee. Finora nessuno Stato membro dell’Unione ha realizzato la parità tra uomini e donne. L’indice medio sull’uguaglianza di genere in Europa è di 68 punti. Per la Svezia è 83.9, mentre per la Grecia è 52.5. L’Italia ha totalizzato il punteggio di 63.8 su 100.

Un’inchiesta del 2018 dell’Istat sottolineava come nel nostro Paese ci sono mediamente 150 casi l’anno di femminicidio. Ogni due giorni circa viene uccisa una donna. E per circa il 75 per cento dei casi sia gli autori del crimine sia le vittime sono di nazionalità italiana. I numeri europei non si discostano così tanto da quelli africani: in Senegal il 27 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito violenze fisiche nella propria vita, secondo africarivista.it. In base alle statistiche riportate dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – Dakar, nel 2019 il Senegal ha registrato 668 casi di violenza sui minori, 206 aggressioni a sfondo sessuale, 15 femminicidi e oltre 1.200 casi di stupro. Il report Istat pubblicato a febbraio 2021 relativo agli anni 2018-2019 dice che nel 2019 i femminicidi in Italia sono stati 101. Nel 2019 secondo osservatoriodiritti.it sono state 88 al giorno le vittime di violenza per maltrattamenti, stalking, violenza sessuale o percosse. Si tratta di oltre 32 mila vittime in un anno.
Certo, qualcuno obietterà che i numeri sono così alti perché si denuncia di più rispetto al passato o rispetto ad altri Stati, tra cui per esempio il Senegal. Ma comunque i numeri sono troppo alti per potersi definire da Paesi “civili”. Secondo la tesi di onuitalia.com i conflitti e l’estremismo rischiano di produrre effetti negativi in termini di uguaglianza di genere. Perché le due cose sono state affiancate? In che modo combaciano in un progetto di cooperazione internazionale che punta alla tutela dei diritti umani e della giustizia sociale?

Il Sahel è una delle aree africane che l’Ue ha intenzione di monitorare per evitare che i conflitti possano creare pericolose ripercussioni fino al cuore dell’Europa. L’aumento dell’estremismo religioso a matrice violenta e gli sforzi fatti per ridurne la diffusione hanno spinto, tanto i governi locali quanto i partner stranieri, a investire risorse nell’area in modo da poterla definire una zona di sperimentazione dell’Unione europea in materia di sicurezza, migrazione e sviluppo locale.
Dal 2012 il Mali è teatro di una forte crisi politica e sociale dopo che, in seguito alla caduta del colonnello Gheddafi in Libia, i ribelli Tuareg e i miliziani jihadisti hanno trovato riparo nelle regioni desertiche del Paese africano. La convergenza tra gruppi criminali e formazioni terroristiche, nonché l’attacco indiscriminato verso alcune etnie e confessioni religiose sono rivolte a “territorializzare” l’area saheliana e controllare la zona. Il modello utilizzato segue la strategia propria dei conflitti inter-etnici, secondo dinamiche analoghe sia al tentativo di statualizzazione dei talebani nelle aree remote dell’Afghanistan sia all’esperienza dell’Isis tra Siria e Iraq. Nel medio-lungo periodo, lo Stato islamico potrebbe rinascere nel teatro iracheno e condurre una più vasta espansione nel Sahel, che presenta problematiche sociali, economiche e politiche ideali per favorire il reclutamento.

C’è anche da sottolineare come tutti i Paesi del Sahel siano tra i più fragili e poveri del mondo eppure, al contempo, rappresentino un’area ricca di miniere d’oro che ha vissuto un costante aumento dell’estrazione. L’Italia è impegnata nella strategia di sviluppo rurale in Senegal e la composizione dell’import-expot evidenzia bene questi interessi. I dati sui flussi commerciali mettono bene in evidenza quanto sia importante e necessario per per le aziende italiane mantenere in vita i progetti di sviluppo in Senegal.

Visto quanto accaduto in Afghanistan e nei territori siriani occupati dall’Isis e il conseguente intervento diretto dell’Occidente, è dunque presumibile supporre, alla luce di quanto emerso dagli accordi internazionali, che l’Unione europea e l’Italia vogliano provare un approccio preventivo di ostacolo alla radicalizzazione dell’area, lavorando su aspetti culturali e sociali che aiutino a garantire la stabilità soprattutto per evitare le ripercussioni sul Mediterraneo, scatenando l’esodo delle migrazioni. E, naturalmente, mantenendo anche invariati gli affari che se da una parte aiutano (o dovrebbero aiutare) le economie rurali locali, ma di sicuro dall’altra sostengono l’export italiano.


