Immaginate di essere un ciclista all’affannoso inseguimento di una maglia rosa nettamente più veloce e in forma. Non riuscendo a raggiungere il rivale in altro modo, un suo eventuale intoppo sarebbe la miglior notizia possibile, a patto di saperne approfittare. Mutatis mutandis, è quello che sta succedendo nella politica nazionale. Di fronte a un governo Meloni sempre più traballante, l’opposizione sembra talmente concentrata sui suoi problemi ombelicali da non comprendere nemmeno quale grande occasione si ritrovi davanti.
Il vandalismo che distrae dai veri motivi delle manifestazioni
I leader del centrosinistra sembrano immobili davanti a questo autunno caldissimo, con le piazze che insorgono contro le crescenti diseguaglianze sociali, i licei e le univeristà occupati da studenti angosciati dal futuro e il blocco dei tir al Sud che ha svuotato gli scaffali della grande distribuzione. O, meglio, difendono chi protesta con l’obiettivo di ampliare i consensi, senza però provare a dare la spallata al centrodestra. Ovviamente non tutte le colpe possono essere addossate al governo, ma ciò non rende meno evidente il suo stato confusionale.

Se Matteo Salvini e Antonio Tajani ci hanno ormai abituati a gaffe in serie, anche la premier inizia a perdere colpi, come dimostra la grave sgrammaticatura istituzionale che l’ha opposta alla gip di Milano sulla scarcerazione di Youssef Siher, creatore della chat “Movimento 17 ottobre“. Da quella fatidica data abbiamo iniziato tutti a straparlare dei disordini milanesi e delle vetrine rotte, tralasciando alcuni elementi di sostanziale importanza.

Piantedosi non dovrebbe rendere conto della gestione delle piazze?
Le ragioni di fondo delle proteste non possono essere sottaciute a causa di chi le ha cavalcate con ben altre finalità. A maggior ragione le distruzioni non giustificano le violenze commesse dalle forze dell’ordine ai danni di manifestanti pacifici, in qualche caso minorenni, che paiono emergere da diversi video trasmessi anche da canali non certo anti-governativi, come quelli di Mediaset. Certamente si può e si deve auspicare che la magistratura faccia chiarezza sul punto.

Sul piano politico, inoltre, ci sarebbero ragioni più che sufficienti perché il centrosinistra ne chiedesse conto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (rimasto da poco senza portavoce), che dovrebbe anche spiegare perché Milano non ha diritto ad avere i poliziotti che chiede da tempo: non si nasconda dietro i militari che, opportunamente arginati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non hanno gli stessi poteri nella tutela dell’ordine pubblico. Negli anni abbiamo visto richieste di dimissioni e mozioni di sfiducia per molto meno. Oggi invece le piazze urlano e il parlamento tace.

Qualche eccezione? Arturo Scotto del Partito democratico, che in effetti ha attaccato il titolare del Viminale; un’interrogazione parlamentare del 29 ottobre firmata dai deputati dem Matteo Mauri e Debora Serracchiani; e prima ancora lo scontro, più a livello personale che altro, tra Piantedosi e il sindaco Beppe Sala, definito «radical chic» dal ministro. Con tutto il rispetto, si può fare di più.
La vera opposizione la stanno facendo… i cittadini
Non è nemmeno la prima volta che la vera opposizione al governo Meloni viene fatta direttamente dai cittadini. A marzo il flop del referendum sulla Giustizia aveva già chiaramente evidenziato un malumore diffuso nella società civile, non intercettato dai partiti del centrosinistra, la cui somma dei consensi è nettamente inferiore al numero di chi ha votato “No”.

Con un clima del genere, a pochi mesi dalle elezioni, sarebbe naturale schierarsi pancia a terra con le ragioni della protesta, magari ponendosi come garanti della legalità per evitare che ulteriori violenze delegittimino i manifestanti. In fondo è proprio quello il posto naturale di un centrosinistra capace di essere al passo con i tempi, pur senza rinnegare le sue radici. L’agenda del campo largo però sembra leggermente diversa.
Gli scontri fratricidi tra Schlein e Conte portano solo guai
Ormai da mesi viene raccontato il minuetto della rivalità tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, per nulla risolta dalla fuga in avanti della segretaria dem nell’ultima assemblea del partito. La sua candidatura a premier con le primarie o senza nasconde un sottotesto di timore, perché ai gazebo non è detto che tutti gli elettori del Pd preferiscano lei al leader del Movimento 5 stelle: i nemici interni sono tanti e determinati.

Come se non bastasse questo dualismo, tempo ed energie se ne vanno nella composizione del mosaico in vista delle elezioni, col prestito di Andrea Crisanti per agevolare l’ingresso di Rifondazione comunista in parlamento e gli immancabili sommovimenti al centro, dove la cementazione della sterminata galassia che va da Matteo Renzi ad Alessandro Onorato, passando per Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, richiede una pazienza degna di Giobbe.
Primarie addirittura il 14 marzo? Altro assist a Meloni
Una pazienza che certamente non si può chiedere agli elettori, i quali hanno ben altri problemi quotidiani da risolvere. Chissà se la cosa è percepita anche dai leader che, clamorosamente, ora meditano di spostare le (eventuali) primarie addirittura al 14 marzo. Questo continuo rinvio è doppiamente pericoloso. Nel caso di elezioni anticipate, in pratica si azzererebbe lo spazio della campagna elettorale, a tutto vantaggio di Meloni.

Oltretutto ci sarebbero delle ripercussioni a livello locale, perché tutto è congelato fino a nuovo ordine da Roma. Ma a Milano, dove il centrosinistra nella corsa al dopo Sala può perdere solo infilando una serie clamorosa di autogol, si attende il via libera ormai da tempo. Continuare a fare melina rischia davvero di aumentare la demotivazione degli elettori. Una scelta tafazziana, soprattutto in un’epoca di preoccupante astensionismo.
