Caro zio, oggi sono qui per omaggiarti e per condividere idealmente con tutti un po’ delle cose che ho avuto il privilegio di ricevere da te. Nessuna parola potrà descrivere veramente chi sei, ma non importa, perché per te hanno parlato i fatti, i gesti quotidiani di una vita spesa per la giustizia e per le persone. È un discorso che non avrei mai voluto fare: sapevo che sarebbe venuto il momento, ma lo immaginavo lontano nel tempo, quando, anziano e soddisfatto, la vita ti avesse restituito tutto ciò che avevi dato. Dal canto tuo, sono certo che non avresti nemmeno voluto essere celebrato, perché eri così: un uomo di altissimo profilo delle istituzioni ma lontano dalle formalità e dalle vanità dei luoghi che contano, del potere, dell’apparenza. Si dice che una persona non si identifichi nel lavoro che svolge, ma nel tuo caso invece l’uomo e il magistrato erano una sola cosa, perché tu hai portato la tua etica, la tua determinazione, il tuo rigore, il tuo senso del dovere, la tua schiettezza e la tua naturale autorevolezza all’interno del tuo percorso di magistrato. In fondo, esiste un solo modo per diventare dei grandi magistrati: essere grandi uomini, quale tu eri. Hai sempre fatto del bene, andando ben oltre quelli che erano i tuoi doveri di magistrato, perché avevi inteso profondamente il senso non solo del tuo lavoro, ma della esistenza: aiutare gli altri, chiunque fossero, dando il meglio di te. La tua stanza in ufficio, il tuo telefono, la tua casa erano un costante passaggio di persone, di consigli ed anche di rimproveri, perché davi tutto te stesso con trasparenza e sincerità. Una cosa mi ha sempre stupito: conoscevi tutti e da tutti eri conosciuto. Ho girato abbastanza e incontrato molti colleghi nella mia esperienza: ovunque andassi, quando il discorso cadeva sul punto “sono il nipote di Leonida Primicerio, forse lo conosci”, si aprivano le porte del cuore del mio interlocutore. Chiunque aveva per te parole di stima e di affetto sincere. Una risposta fu tanto sbalorditiva quanto esilarante: “Allora da oggi sei anche mio nipote!” Per me, essere il “nipote di Leonida” non era affatto un problema, ma un motivo di orgoglio e di continua meraviglia: soprattutto, ricordo il tuo sorriso e la tua soddisfazione quando ti riportavo le parole che ricevevo per te, perché quello era il tuo mondo ed ogni testimonianza di affetto e stima erano il metro del tuo spessore umano e professionale. Potrei riportare infiniti esempi, aneddoti che rappresentano quello che sei stato, per me e per gli altri, ma mi limiterò a ricordarne tre, più significativi perché avvenuti proprio all’ultimo miglio del tuo cammino: da cinque giorni avevi con te un ragazzo, georgiano, che veniva a darti una mano. Mercoledì, lucidissimo anche se con voce tremolante, anziché crogiolarti nel tuo dolore, ci hai raccomandato di dare al ragazzo dei riferimenti per un istituto che si prendesse cura delle fragilità della figlia piccola. Lo conoscevi da pochissimo, avevi il diritto di concentrarti su di te, eppure il tuo senso del dovere, la tua generosità, hanno prevalso come sempre. Il giorno stesso, di mattina, nonostante fossi allettato, hai deciso di celebrare l’udienza tributaria, con collegamento a distanza, ovviamente depositando anche i relativi provvedimenti. Quando, incredulo, lo ho scoperto, mi hai solo ribadito: “beh si adesso per un po’ ridurrò l’impegno, diraderò le date….”, salvo poi scoprire che stavi già programmando con il tuo segretario le udienze di gennaio 2027! La stessa notte, mentre dentro di me mi chiedevo se avessimo fatto tutto il possibile per te, presi a parlare con l’idea di rincuorarti sul percorso medico, ma tu mi hai detto, determinato a guarire e sicuro di farcela” sono felice di aver seguito tutte le terapie, non ho nulla da lamentare, il percorso è stato tracciato e devo solo seguirlo”. Le tue condizioni non erano affatto rassicuranti, ma le tue parole erano così decise che sono andate persino oltre l’evidenza. Insomma, caro zio, sino alla fine hai pensato tu a noi, sei stato quella guida che ho avuto il privilegio di poter seguire a lungo, quel pilastro che resterà in piedi oltre il tempo ed oltre le cose, dentro di me. Hai dato tutto te stesso in maniera disinteressata, seguendo solo la tua coscienza e, proprio per questo, oggi ci sono così tante persone qui a renderti omaggio. Credo che il senso di chi tu sia stato sia racchiuso in quest’ultima, eccezionale testimonianza di ieri: dopo aver ricevuto l’affetto e la vicinanza di tanti amici e di tante personalità, ormai in tarda sera, stavamo lasciando la tua camera ardente, quando è arrivato un signore, che non conoscevamo e che, prima di salutarci, è venuto dritto da te a guardarti e renderti omaggio. Dopodiché, si è rivolto a noi nel tipico dialetto salernitano dicendo “Il dottore era buon come il pane, non potrò mai dimenticarlo, è sempre stato gentile con tutti noi”: era un operaio della ditta che si occupava della manutenzione degli ascensori del Tribunale che, si sa, erano rotti un giorno sì e l’altro pure. Era una persona semplice e genuina, del popolo, come te: una delle tante che hai aiutato, rispettato e sostenuto nella vita e nel lavoro. Sono certo che questo saluto, più di tutti, ti inorgoglisce ed esprime la tua concezione del magistrato come “un uomo comune confuso tra la gente”, come ti definì un altro caro collega anni fa in un suo editoriale. Thomas Campbell diceva “Vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi non è morire”: se così è allora, caro zio, ti sei guadagnato, senza nemmeno desiderarlo, un ricordo perpetuo. Buon viaggio, sarai sempre con me.
Ernesto Caggiano,
già Sost. Proc. della Repubblica di Nocera Inferiore
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