La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli

C’è una parola che andrebbe bandita dal vocabolario economico, ma che la politica maneggia con troppa disinvoltura: extraprofitti. Un’invenzione lessicale che serve a rendere presentabile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è, un prelievo arbitrario sui guadagni di qualcuno. Perché i profitti esistono, gli extra no: servono soltanto a giustificare lo Stato quando decide di mettere le mani nelle tasche dei privati. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La favola del guadagno eccessivo e la “confisca morale”

Il governo Meloni vuole cinque miliardi da banche e assicurazioni per far quadrare la manovra. Ormai è un rito d’autunno. Nel 2023 la tassa annunciata a sorpresa in pieno agosto, con la Borsa in picchiata, fu poi annacquata fino a fruttare quasi nulla. L’anno scorso fu la volta del contributo «concordato», con Forza Italia a escludere gli extraprofitti come roba da Unione Sovietica. Quest’anno il bis. Cambiano le etichette, resta la favola dei guadagni eccessivi, quasi esistesse una misura giusta del profitto oltre la quale scatta una sorta di confisca morale. Un po’ come il calmiere che il gran cancelliere Antonio Ferrer impose al pane nella Milano dei Promessi sposi: il giusto prezzo stabilito per decreto, con i risultati che Manzoni ci ha raccontato. Ma chi decide quanto un’impresa abbia diritto di guadagnare, il mercato o il Consiglio dei ministri? 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La discrezionalità dello Stato nei salvataggi

Le banche hanno beneficiato di una congiuntura favorevole, soprattutto grazie all’aumento dei tassi d’interesse. Come in altre stagioni è andata bene alle aziende farmaceutiche, alle maison del lusso, ai produttori di semiconduttori e via discorrendo. Quando il Covid fece sparire l’Amuchina dagli scaffali, spingendone il prezzo alle stelle, a qualcuno venne forse in mente di chiedere un obolo al suo produttore? Del resto, il mercato non garantisce a nessuno una rendita perpetua. Talvolta premia, altre volte punisce. E quando le cose vanno male lo Stato non si precipita a ripianare le perdite di nessuno. O meglio, di quasi nessuno: qualcuno ha avuto la fortuna di vedersi togliere le castagne dal fuoco a spese dei contribuenti, e chi ha contato le resurrezioni di Alitalia o i prestiti ponte all’ex Ilva sa bene di che cosa si parla. Anche lì, evidentemente, la discrezionalità non manca. Con una costante: a decidere chi merita di essere salvato e chi invece deve pagare è sempre la politica. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Uno stabilimento Angelini (Imagoeconomica).

Se i profitti altrui sono considerati una risorsa pubblica

La questione non è difendere i banchieri, esercizio peraltro assai poco remunerativo in termini di consenso, ma il principio che in un sistema liberale le tasse si pagano secondo regole generali, fondate sulla capacità contributiva e sulla progressività dell’imposta. Non sulla base delle simpatie del governo o della sua valutazione su quanto una categoria abbia guadagnato. Una volta introdotto questo criterio, il confine diventa mobile e si entra in una terra di nessuno nella quale il successo economico, anziché essere premiato, diventa un’aggravante. C’è poi un aspetto che i fautori di queste operazioni fingono di ignorare. Le imprese non sono enti di beneficenza: se aumentano i loro costi, cercano di trasferirli sui clienti. Le banche possono farlo attraverso commissioni e condizioni meno favorevoli, le assicurazioni aumentando i premi. Non sempre e non integralmente, perché esiste la concorrenza, ma abbastanza da rendere probabile che una parte del conto finisca sulle spalle proprio di chi dovrebbe beneficiare dell’operazione. Il paradosso è che tutto questo venga da un governo che si proclama liberale, amico degli imprenditori e del mercato, salvo poi considerare i profitti altrui una risorsa pubblica alla quale attingere quando i conti non tornano. Un metodo certamente più comodo che tagliare la spesa improduttiva o mettere mano alle inefficienze dello Stato. Anche perché le banche non votano, e i loro clienti se ne accorgono solo spulciando l’estratto conto. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli

Un profitto può essere grande o piccolo, ma non eccessivo per definizione. A meno di voler stabilire per legge quanto sia lecito guadagnare. Nel qual caso, più che di economia di mercato, converrebbe cominciare a parlare d’altro. Insomma, il problema non è che le banche abbiano realizzato extraprofitti. È che il governo, non sapendo dove trovare i soldi, abbia deciso di inventarseli. E se proprio vogliamo usare il prefisso extra, riserviamolo all’operazione che Palazzo Chigi ha in animo. Forse non extra legem, di sicuro extra rationem, perché il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli.