Il flop del bando sul Mudec sta facendo molto discutere, per buone ragioni. Per quanto non sia così insolito che una procedura pubblica vada deserta, in questo caso l’assenza di proposte riveste un significato particolare, sia per l’importanza del museo in questione, sia perché accade nel contesto di una città che sta dibattendo animatamente sull’esigenza di affermare la regia pubblica nella gestione degli spazi affidati ai privati.
Dall’era industriale a quella di Milano “Place to be”
Mudec sta per Museo delle culture e la sua stessa esistenza è il simbolo della rinnovata attrattività di Milano dopo Expo 2015. Entrato in funzione a inizio Novecento come fabbrica elettromeccanica, il manufatto di via Tortona nel 1966 è passato all’Ansaldo che vi ha operato per due decenni. Con la deindustrializzazione degli Anni 80, l’area è caduta in disuso e il Comune di Milano – allora guidato dal sindaco socialista Paolo Pillitteri – l’ha acquisita nel 1989.

Negli Anni 90 è nata l’idea di trasformare i suoi 70 mila metri quadrati in un polo culturale, specificatamente per ospitare la massiccia raccolta di oggetti che il Comune aveva accumulato sin dall’Ottocento e che per la massima parte erano abbandonati nei depositi. Solo nel 1999 è stato bandito un concorso internazionale per la trasformazione dell’area. Lo ha vinto l’architetto britannico David Chipperfield, grazie alla sua idea di conservare la storica identità industriale della struttura, pur inserendovi un’architettura contemporanea. Dal progetto alla realizzazione, la strada è stata piuttosto lunga: i lavori sono partiti solo nel 2008 e l’apertura al pubblico è avvenuta nel marzo 2015, alla vigilia di Expo.

La lunghissima attesa è stata ripagata da un risultato finale che rispecchia in pieno i temi più caldi di questa fase della storia di Milano: la rigenerazione urbana e l’internazionalità di una città diventata una delle principali mete turistiche in Europa. Il Mudec fa parte di un più ampio distretto che comprende anche il centro culturale Base Milano, i laboratori del Teatro alla Scala e diversi spazi didattici e auditorium caratterizzati dalla polifunzionalità.
Il Sole 24 Ore si è tirato indietro dopo 12 anni
A gestire il Mudec fin dalla sua apertura è stata 24 Ore Cultura, società del gruppo Il Sole 24 Ore. Il rapporto in essere con il Comune è quello di una concessione di spazi della durata di 12 anni, in scadenza a marzo 2027. In previsione della deadline, piuttosto vicina alle elezioni che designeranno il successore di Beppe Sala, Palazzo Marino ha indetto un nuovo bando, che però è andato deserto.

La circostanza ha suscitato un certo stupore, eppure Federico Silvestri, amministratore delegato del Sole, aveva annunciato con largo anticipo la decisione di non parteciparvi, spiegando che dopo il Covid il quadro economico era cambiato e si prospettava una gestione in perdita.

Il Comune ha cambiato la natura del rapporto
Ancora più significative sono però state le modifiche introdotte dal Comune nel nuovo bando, che ha notevolmente cambiato le carte in tavola rispetto al precedente. In primo luogo è mutata la durata, scesa da 12 a otto anni, ma soprattutto la natura del rapporto: non più concessione di spazi, bensì di servizi. La differenza non è solo formale, perché in questa nuova configurazione è il Comune a indicare le attività che il concessionario deve realizzare, togliendogli molta discrezionalità operativa.
Tetto a 15 euro per il biglietto di ingresso
Sono stati ridotti anche gli spazi in questione (perché Palazzo Marino ha raddoppiato quelli a sua gestione diretta) e aumentati gli obblighi a carico del gestore, in termini di numero e caratteristiche delle mostre da ospitare. È stato inoltre fissato un tetto a 15 euro per il biglietto di ingresso, derogabile solo in casi particolari, mentre sono state inserite in convenzione alcune attività accessorie come la gestione del parcheggio e della ristorazione, formalizzando ciò che già avveniva nei fatti. La ratio è evidentemente quella di aumentare la regia pubblica sulla gestione del Mudec: intento assolutamente compatibile con il clima politico di questo periodo. Il problema è che i conti non tornano.
Paradossalmente, il Comune prospettava un canone meno oneroso per la concessione (base d’asta a 100 mila euro, contro gli attuali 209 mila), ma il vantaggio veniva ampiamente eroso dal Piano economico finanziario (Pef). Altra significativa novità del bando è che quest’ultimo è stato realizzato da Palazzo Marino, non più dal privato, e che i suoi numeri indicano chiaramente un margine di guadagno praticamente nullo.
Le stesse previsioni del Comune indicavano al termine degli otto anni un utile netto appena superiore ai 17 mila euro, a fronte di costi strabordanti a quota 83 milioni: un effort gigantesco, per un risultato francamente ridicolo. Se poi un partecipante alla gara avesse alzato i 100 mila euro della base d’asta (l’offerta economica valeva 20 punti su 100), i conti finali sarebbero stati ancora più drammatici.
Un altro elemento interessante che emerge dal Pef è che il 57 per cento dei ricavi sarebbe arrivato dalla ristorazione, che in pratica avrebbe dovuto sostenere l’attività culturale. Anche su questo aspetto, però, il bando prevedeva vincoli stringenti per il concessionario, contribuendo ad aumentarne il rischio di impresa. E lo chef stellato Enrico Bartolini ha già annunciato che lascerà via Tortona.

Senza margini di profitto, bando deserto: e ora?
La vicenda Mudec rappresenta quindi un’interessante case history di collaborazione pubblico-privato. Il Comune ha cercato di ottenere il massimo per la città, ossia un grande museo internazionale con mostre e servizi di livello a prezzi accessibili, ma non potendolo gestire in prima persona si è scontrato con le esigenze di profitto del mercato, che nell’ultimo bando non hanno trovato sufficiente accoglienza. E ora?
Il Sole sarebbe disponibile, ma a condizioni diverse
L’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi ha spiegato a Lettera43 che le direzioni Gare & appalti e cultura stanno riesaminando i termini del bando, per capire quali valutazioni tecniche potranno rimanere in piedi, traducendo così in atti amministrativi l’indirizzo politico. Il Sole 24 Cultura si è già detto disponibile a partecipare a un nuovo bando, a condizioni diverse, e Sacchi si è definito «pienamente soddisfatto» di come la gestione uscente abbia valorizzato il museo.

Ma negli appalti i cavilli burocratici sono sostanza. E alcuni aspetti andranno esaminati con la dovuta attenzione: per esempio, secondo alcuni il requisito di aver gestito un parcheggio interrato potrebbe essere una buona notizia per il Sole, che effettivamente lo ha già fatto. Le linee guida sono attese entro fine 2026 e, con indirizzi politici chiaramente espressi, il bandolo della matassa sarà nelle mani dei tecnici, che dovranno far quadrare i conti.






