PORTO, PISCIAIUOLI E CULTURA

Alberto Cuomo

È indubbio che, storicamente, tra il lungomare salernitano e il porto vi sia una continuità urbana che non può essere rimossa dal momento la loro dissociazione altererebbe fortemente l’immagine della città e i valori di memoria che questa possiede. Solo un uomo di montagna che non ha mai vissuto il rapporto tra città e mare può ritenere di distruggere una tale simbiosi senza accorgersi del grave danno che compie. Certo, l’Opulenta Salernum del Medioevo non possedeva nessun porto e nessun lungomare e, tuttavia, la spiaggia fuori le mura fungeva da percorso per i pescatori i quali in prima istanza legavano le proprie barche ai massi posti ad ovest dove era già allora un rudimentale porto. Secondo gli storici un approdo naturale era presente ancor prima dell’avvento dei Romani ed esso era abitato essenzialmente da pescatori che possono quindi ritenersi i veri fondatori di Salerno. Bisognerà attendere l’abbattimento della mura e l’800 perché la spiaggia prospiciente l’intera città si trasformi in una strada vera e propria lungo il mare con un molo di attracco sulla linea della chiesa di Sant’Anna che, in un disegno del 1817, è ancora tutta fuori terra, appoggiata sull’arenile diviso dalla attuale via Roma da un muro e ancora luogo di ormeggio di bastimenti e barche da pesca. E la pesca era l’attività primaria dei salernitani producendo economia sino agli anni Sessanta del secolo scorso tanto da giungere a dare il nomigliolo di “pisciaiuoli” ai tifosi della Salernitana orgogliosi di esserlo. Le foto di Salerno sino alla metà dell’800 riportano il medesimo skyline esistente dal medioevo: collina dell’attuale Centro Storico, palazzata in luogo delle antiche murazioni, strada protetta da un muro e spiaggia con natanti. Una foto del 1870 mostra il teatro che nel 1902 si intitolerà a Giuseppe Verdi e che figura sopraelevato rispetto all’arenile su cui si fonda la chiesa di Sant’Anna non più visibile, ed è probabile che le opere di protezione abbiano indotto correnti tali da erodere parte della spiaggia però ancora presente sino alla chiesa di Santa Lucia con i consueti navigli pescherecci. Agli inizi del secolo, nel 1812 il monastero di Sant’Agostino era stato trasformato dall’editto di Gioacchino Murat in edificio civile e, con l’unità d’Italia, Garibaldi vi aveva insediato la Prefettura. L’erosione della spiaggia ad est richiede pertanto protezioni alla strada e al palazzo che frattanto è stato sopraelevato sino a tre piani. A inizio 900 viene eliminata la rotonda che lo fronteggiava con la fontana di don Tullio per far posto ad una massicciata più resistente ai marosi di cui qualcuno ricorda i racconti dei genitori circa la difficoltà di attraversarli quando il mare entrava sino al portone del palazzo già divenuto sede della Provincia. E fu ancora probabilmente per proteggere la strada che nel 1912 l’ingegnere Luigi Centola allestì un progetto per un lungomare che prolungasse il verde della villa comunale, realizzata insieme al teatro, sino all’odierno edificio della Camera di Commercio. Il progetto e il “riempimento” che derivò diede la stura ad un dibattito che giunse anche in sede nazionale tra quanti optavano per la realizzazione dei giardini e chi invece voleva si realizzassero nuovi edifici prospicienti ul mare. Naturalmente vinse questa seconda opzione lasciando a memoria di quel progetto le aiuole e gli alberi oggi ancora presenti tra la chiesa di Santa Lucia e la Dogana Regia nella realizzazione di una ulteriore strada prospiciene il mare la quale, tenendo in vita la spiaggia di Santa Teresa per la messa in secca delle piccole barche dei pescatori, si prolungava verso il porto dove attraccavano le più grandi cianciole riservate alla pesca del pesce azzurro. Del resto il porto, ancora nel 1899, secondo una foto dell’epoca, offre riparo essenzialmente a barche da pesca del tutto prevalenti rispetto all’unico bastimento commerciale a vela presente. E che la pesca sia nell’identità storica della città è provato dalla presenza di pescatori sino almeno al 1960 allorchè, costruito il nuovo lungomare negli anni 40-50, a chi vi passeggiava nelle sere d’estate era dato godere dello spettacolo delle lampare che riempivano l’intero orizzonte. Nel corso della guerra l’uso del porto era stato convertito in quello militare per la difficoltà degli aerei nemici ad impennarsi nel volo onde non schiantarsi nella collina retrostante, e non avendo perduto la funzione peschereccia dopo il conflitto questa continuerà insieme al commercio di legnami e pellami. Il pescato per gran parte del 900 è il piatto preferito dei salernitani, oltretutto, per la sua abbondanza, accessibile ad un costo molto basso tant’è che, oltre ai numerosi pescivendoli che giravano scalzi per i quartieri, due mercati stabili erano presenti uno a “chiazz” o “pietra del pesce”, attuale via Porta di mare in cui si vendevano esclusivamente prodotti ittici, e uno al centro della “rotonda”, o piazza Flavio Gioia, dove il piccolo edificio che ospitava diversi banchetti di pisciaiuoli è stato abbattuto da De Luca per fare posto ad una stupida fontana progettata da Dalisi con delfini copiati dai disegni di Leonardo. Qualche giorno fa Marco Giachetta, presidente della Organizzazione dei Produttori Tonnieri del Tirreno, in una intervista ha messo in luce il ruolo produttivo della pesca presente a Salerno chiedendo di non ridurre lo spazio per le tonnare nel porto di Salerno. Nel considerare che la pesca è sicuramente anche patrimonio immateriale della nostra città la richiesta del presidente Giachetta è sacrosanta e non si può ancora una volta rilevare che il progetto di interramento del porto, proposto da Annunziata-Cuccaro-De Luca- Cirielli, per nuove banchine per containers, distruggendo pontili, posti per le tonnare, circolo Canottieri etc. sia un attacco alla storia e alla memoria di Salerno onde arricchire i pochi concessionari delle aree commerciali portuali.

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