Non un’imponente protesta di studenti esasperati, ma «un’invasione islamica di massa»: questo per Donald Trump è quanto sta avvenendo a Parigi e in Francia. Al netto della deriva paranoica e razzista, il Grande Vecchio (rincoglionito) dell’internazionale autocratica ha dato la linea, e possiamo prevedere che, se la mobilitazione della jeunesse en colère contagerà le scuole italiane – a Roma, Torino e Bologna le prime avvisaglie -, il governo Meloni adotterà con entusiasmo l’approccio trumpiano, stemperandone appena l’aspetto psicopatologico. Magari i manifestanti non verranno bollati come orde musulmane tout court, ma come maranza, teppaglia da centri sociali ed estremisti pro-Pal. L’importante è ignorare il reale disagio degli studenti italiani, i cui problemi sono analoghi a quelli dei compagni francesi (scuole fatiscenti, classi pollaio, carenza di personale), e giustificare la mano pesante della polizia.
La tradizionale ostilità della destra per giovani e studio
Repressione e voce grossa appaiono tanto più necessarie al governo in periodo pre-elettorale, con il generale Vannacci che ruba consensi alla coalizione meloniana a colpi di proclami alla Farinacci e di fascist-brainrot virale (gradassate digitali al limite del nonsense e della violazione della legge Mancino: il video in stile Gladiatore è stato solo il primo esempio e, retrospettivamente, il meno scocomerato). La destra italiana sa di poter contare sulla sorda ostilità del suo elettorato verso gli studenti, categoria che unisce due delle cose che dànno tradizionalmente più sui nervi all’italiano medio: la gioventù e lo studio. La prima stimola in lui un rosicamento che nel caso migliore si traduce in condiscendenza, nel peggiore in sfiducia e diffidenza. Lo studio è impopolare perché chi studia oggi, domani rischia di diventare «uno che ha studiato», lo spettro più temuto in tutti gli ambienti, nel nostro Paese, dalla politica all’industria all’amministrazione, e a volte perfino nella scuola e nell’università.

Quale fuga di cervelli, l’unica minaccia sono gli stranieri
Chi «ha studiato» ha delle aspirazioni, vorrebbe far valere il suo impegno e le sue competenze, e magari non si accontenta delle briciole; in ultima analisi, è uno che crede di valere (e magari di meritare) più dell’analfabeta funzionale. La disoccupazione intellettuale e la fuga all’estero dei laureati (e ormai anche dei diplomati) ne sono l’inevitabile conseguenza. Ma per il governo l’unica minaccia per la patria è l’immigrazione straniera, non l’emigrazione dei giovani italiani istruiti che cercano stipendi decenti e rispetto. Anzi, se ne vadano pure. E se la scuola, malgrado gli sforzi del ministro Valditara, riesce ancora a sfornare teste in grado di pensare, di criticare, di osare, mandiamogli contro i nuclei anti-sommossa.

In Italia gli insegnanti scenderebbero in campo con gli studenti?
Per questo temo che la nostra jeunesse en colère, anche se non appiccherà il fuoco ai licei, non potrà aspettarsi nemmeno le modeste aperture mostrate dal governo Lecornu, che, pur condannando le violenze, ha riconosciuto la legittimità di alcune richieste degli studenti e si è detto disposto ad affrontare i problemi più urgenti. Ed è difficile che i presidi e gli insegnanti italiani, pur incompresi e malpagati, scendano massicciamente in strada al fianco dei loro alunni, come accade in Francia. Su di loro incombe lo spettro delle ispezioni del ministero e dei provvedimenti disciplinari che potrebbero complicargli ulteriormente la vita. Oggi basta così poco per incorrere nell’accusa di “indottrinamento“, come testimonia il caso del liceo di Novi Ligure, oggetto di ispezione solo per l’incidentale menzione, nel registro elettronico, di una manifestazione contro i massacri a Gaza, in programma ad Alessandria. Un edificio scolastico su tre richiede interventi urgenti per essere messo in sicurezza, ma per i partiti di governo il vero allarme è la sparizione dei salumi dai menù di una primaria piacentina. Dalla scuola fascista libro e moschetto a quella sovranista libro e prosciutto? Ancora per poco: i prossimi tagli alla spesa pubblica prevedono l’eliminazione del libro.






