Il grande freddo del clero salernitano

C’è una foto che da giorni rimbalza da uno smartphone all’altro nei gruppi WhatsApp del clero salernitano, non è per semplice spirito goliardico. Negli ambienti ecclesiastici i messaggi non verbali contano più dei comunicati ufficiali, e quella scatto — che ritrae l’Arcivescovo Andrea Bellandi affiancato da Don Alfonso Gentile — viene interpretato dai più come un’immagine fin troppo eloquente. “Vescovo e ausiliare”, commenta a mezza bocca qualche sacerdote con amara ironia. Altri, con un filo di malizia in più, preferiscono una definizione diversa: “Vescovo titolare e Vescovo ombra”. Sullo sfondo, una diocesi smarrita, finita al centro di bisbigli e malumori che rischiano di metterne in discussione la serenità istituzionale. La narrazione ufficiale parla di una Curia in cui tutto scorre limpidamente, ma basta varcare la soglia dei palazzi di via Roberto il Guiscardo per respirare un’aria decisamente più pesante. Le urla nei corridoi e il nodo delle denunce Al centro del ciclone c’è proprio la figura di Don Gentile. Nei corridoi del potere diocesano si rincorrono le voci di sue veementi esternazioni, tra toni accesi e minacce di ricorsi alle autorità giudiziarie: “Devo denunciare tutto, qui è tutto penale”, avrebbe ripetuto a più riprese. Eppure, a quelle parole infuocate non sembra essere seguito, finora, alcun atto formale. Tra le navate e gli uffici ci si interroga sul motivo di questa stasi. C’è chi sostiene che qualcuno lo abbia caldamente invitato alla prudenza, facendogli notare una regola non scritta ma ferrea: se si intende muovere accuse di rilevanza penale dall’interno, il primo passo trasparente consisterebbe nel rassegnare le dimissioni da ogni incarico curiale per poi procedere da libero cittadino. Ma Don Gentile, notano con un pizzico di veleno i suoi detrattori, sembra preferire il profilo del “sacerdote di governo” a quello del pastore di periferia, restando ben saldo alle sue mansioni. Il rebus del legame con l’Arcivescovo La domanda che molti presbiteri continuano a porsi, tuttavia, riguarda soprattutto Monsignor Bellandi. Per quale motivo l’Arcivescovo, pur a fronte di tensioni crescenti e contestazioni non più striscianti, continua a mantenere Don Gentile in una posizione di primissimo piano? È l’enigma che sta spaccando il clero locale: si tratta di semplice fiducia personale, di una scelta strategica o di un equilibrio politico-ecclesiale che non si può spezzare? Tra i banchi del presbiterio il sospetto che “gatta ci covi” è ormai diventato il pensiero dominante. La sensazione diffusa è che la catena di comando sia sfilacciata e che la percezione dell’autorità ne esca fortemente ridimensionata. Un viaggio nella Curia salernitana Per cogliere appieno il clima che si respira, spiegano i beninformati, basterebbe fare un “giro d’orizzonte” nei luoghi chiave della vita diocesana: muovere i primi passi all’interno della Cattedrale, scambiare due battute tra gli adetti ai lavori, osservare le dinamiche che regolano il cerimoniale e ascoltare i silenzi dell’entourage dell’Arcivescovo. Ciò che emerge è il ritratto di una comunità ecclesiastica stanca delle zone d’ombra. I sacerdoti, specialmente quelli impegnati quotidianamente nelle parrocchie di frontiera, chiedono chiarezza, linearità e fine delle trattative da corridoio. Resta da capire se dalla sommità del palazzo episcopale arriveranno le risposte necessarie a dissolvere i dubbi o se la foto del “doppio comando” continuerà a fare da parabola a una crisi non più rinviabile.

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