Luigi Snichelotto
Comincia a balenare l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa diventare uno strumento autodistruttivo per la nostra umanità. Un meccanismo che potrebbe prenderci la mano, condurci in territori inesplorati e infine trasformarsi, proprio al culmine di millenni di emancipazione del pensiero umano, in una sorta di definitivo “vulnus letale” per la comunità mondiale. Ma è davvero così? Vorrei provare ad affrontare il tema senza arruolarmi né tra gli entusiasti a prescindere né tra i profeti dell’Apocalisse. Confesso subito, anzi, un mio possibile conflitto di sensibilità: appartengo a una generazione certamente non digitale, sono arrivato all’Intelligenza Artificiale in un’età nella quale si ha normalmente maggiore propensione alla riflessione che alla scoperta, eppure considero questo strumento una delle creazioni più formidabili apparse nella lunga storia dell’uomo. Proprio per questo mi incuriosisce l’improvvisa crescita delle paure. Siamo forse alle solite? Noi esseri umani ci infervoriamo davanti alle novità come bambini alla prima visita in un negozio di giocattoli. È accaduto per quasi tutte le grandi scoperte capaci di modificare le nostre esistenze. Prima l’entusiasmo, poi la diffusione, quindi il reflusso: arrivano le perplessità, gli allarmi, la prudenza e qualche volta persino la demonizzazione di ciò che poco prima celebravamo come progresso. Forse, prima ancora dell’economia, della geopolitica e delle battaglie per il predominio tecnologico, dovremmo chiamare in causa Ulisse. Non tanto l’eroe, quanto ciò che rappresenta da millenni: l’irresistibile attrazione dell’uomo verso ciò che ancora non conosce e, contemporaneamente, la sua atavica paura dell’ignoto. Vogliamo oltrepassare le Colonne d’Ercole, ma appena intravediamo ciò che potrebbe esserci dall’altra parte cominciamo a domandarci se non ci siamo spinti troppo oltre. È accaduto con il mare, con il cielo, con l’elettricità, con l’atomo, con lo spazio, con la genetica. Accade oggi con l’Intelligenza Artificiale. Eppure, se la paura dell’ignoto avesse sempre prevalso sulla curiosità, probabilmente una parte considerevole della storia dell’umanità non sarebbe mai stata scritta. Naturalmente sarebbe sciocco negare i rischi. Già nel maggio 2023 Geoffrey Hinton, uno dei padri del “deep learning” moderno e conosciuto come uno dei “Godfathers of AI”, lasciò Google spiegando di volersi esprimere più liberamente sui pericoli connessi allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Non dunque un nemico della tecnologia, ma uno degli uomini che maggiormente avevano contribuito a renderla possibile. Un dato divenuto ancora più significativo quando, l’anno successivo, Hinton ha condiviso con John Hopfield il Premio Nobel per la Fisica per le scoperte e invenzioni fondamentali che hanno reso possibile il “machine learning” attraverso le reti neurali artificiali. L’allarme, dunque, merita rispetto. Ma rispettare un allarme non significa necessariamente trasformarlo in una sentenza. Nello stesso periodo Goldman Sachs pubblicava uno studio destinato a fare il giro del mondo: circa 300 milioni di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno risultavano potenzialmente esposti all’automazione. Esposti, attenzione, non necessariamente cancellati. La distinzione non è lessicale ma sostanziale: ogni grande rivoluzione tecnologica elimina alcune funzioni, ne modifica moltissime e ne crea altre che prima non esistevano. La macchina a vapore distrusse mestieri e ne generò altri. L’automobile fece progressivamente scomparire un intero ecosistema legato al cavallo creando, contemporaneamente, industrie gigantesche. I computer hanno eliminato migliaia di funzioni amministrative mentre costruivano professioni che nessuno avrebbe saputo immaginare cinquant’anni prima. Perché l’Intelligenza Artificiale dovrebbe necessariamente sottrarsi alla medesima dinamica? Il problema, semmai, potrebbe essere la velocità. Mai probabilmente una tecnologia cognitiva aveva avuto la possibilità di diffondersi così rapidamente, attraversando contemporaneamente professioni, lingue, continenti e classi sociali. E mai uno strumento aveva avuto questa particolare caratteristica: non moltiplicare soltanto la forza fisica dell’uomo, ma amplificarne in qualche misura anche la capacità di elaborare informazioni. Una rivoluzione industriale aveva bisogno di fabbriche, macchinari, infrastrutture e anni per penetrare nella quotidianità. Una rivoluzione digitale può entrare in milioni di case attraverso un telefono che abbiamo già in tasca. È forse questa compressione del tempo, ancora più della tecnologia stessa, a produrre smarrimento. Non riusciamo più ad adattarci gradualmente al cambiamento: rischiamo di svegliarci ogni mattina in un presente leggermente diverso da quello nel quale ci eravamo addormentati. Ed è qui che la questione diventa affascinante. L’AI non prova sentimenti nel significato umano del termine. Non ama, non odia, non desidera potere, denaro o prestigio. Ma sarebbe altrettanto ingenuo dedurne che sia per questo automaticamente imparziale. È costruita dagli uomini, addestrata su materiale prodotto dagli uomini, sottoposta a regole stabilite dagli uomini. Può dunque riprodurre errori, pregiudizi e distorsioni della nostra stessa società. La macchina, insomma, non ci libera automaticamente dai nostri difetti. Ma neppure li inventa dal nulla. Ed allora mi domando se stiamo ponendo la domanda corretta. Il coltello può tagliare il pane oppure uccidere. L’atomo può alimentare una città oppure distruggerla. Internet può consentire a uno studente di consultare in pochi secondi una biblioteca dall’altra parte del pianeta oppure diffondere una menzogna a milioni di persone. Non abbiamo abolito il coltello, l’atomo o Internet. Abbiamo cercato, qualche volta bene e qualche volta malissimo, di disciplinarne l’utilizzo. Perché dovrebbe essere concettualmente diverso per l’Intelligenza Artificiale? Esiste però una differenza sulla quale dovremmo riflettere. Un coltello è sostanzialmente uguale nelle mani di chiunque, ricco o povero. La conoscenza tecnologica, invece, può creare nuove e gigantesche asimmetrie. Chi disponga dei capitali, dei dati, dell’energia e delle infrastrutture di calcolo necessarie, potrebbe possedere strumenti infinitamente più potenti di quelli accessibili al semplice cittadino. Il rischio, allora, non sarebbe soltanto quello di una macchina troppo intelligente. Potrebbe essere quello, assai più antico, di una conoscenza troppo concentrata. Delegare ciecamente il giudizio a una macchina sarebbe sciocco quanto rifiutarla per principio. L’utilizzo consapevole richiede esattamente il contrario della pigrizia mentale. Occorre interrogare, verificare, confrontare, dubitare. In questo senso l’Intelligenza Artificiale potrebbe persino costringerci, paradossalmente, a recuperare una facoltà antichissima: quella di formulare bene le nostre domande. Una risposta mediocre può nascere da una macchina, ma ancora molto spesso dall’uomo. La risposta, invece, dell’AI potrebbe essere ritengo : “non giudicatemi soltanto per ciò che sono capace di fare; guardate anche chi decide come costruirmi, quali regole applicarmi, chi controlla l’accesso, chi mi utilizza e soprattutto per quale scopo”. La macchina ci finirebbe per riportarci fatalmente all’uomo. Ed eccoci nuovamente all’antico “homo homini lupus”, il concetto già presente nell’Asinaria di Plauto e divenuto secoli dopo celebre attraverso Thomas Hobbes. La sopraffazione, la guerra, l’accaparramento delle risorse, la volontà di predominio non sono nate con l’Intelligenza Artificiale. Attraversano la nostra storia da millenni. Dovremmo allora temere che l’AI sviluppi improvvisamente una misteriosa volontà di dominare l’umanità oppure preoccuparci, molto più concretamente, che qualche uomo possa utilizzarla per dominare altri uomini? Sono due problemi profondamente diversi. Il secondo richiede certamente regole, controlli, trasparenza e responsabilità. Ma regolare l’utilizzo di una tecnologia non dovrebbe significare impedire la conoscenza né riservarne la potenza a pochi soggetti. Ed è proprio qui che nasce il mio vero dubbio. Perché gli allarmi diventano tanto insistenti proprio quando l’Intelligenza Artificiale comincia a diventare patrimonio quotidiano di milioni di persone? Può darsi che soltanto adesso stiamo comprendendo pienamente alcuni pericoli? Sarebbe irresponsabile escluderlo? Ma può darsi anche che, insieme ai pericoli, siano diventati molto più chiari gli interessi? Chi controllerà i modelli? Chi possiederà i giganteschi centri di calcolo? Chi produrrà i semiconduttori necessari? Chi avrà energia sufficiente per alimentarli? Chi stabilirà quali sistemi potranno essere utilizzati e da chi? E soprattutto: chi stabilirà il confine tra prudenza e controllo? Non si tratta di cedere alla tentazione, altrettanto semplicistica, di immaginare complotti o oscure regie. Gli interessi economici esistono da quando esiste il mercato e gli interessi geopolitici da quando esistono gli Stati. Sarebbe piuttosto ingenuo pensare che proprio la tecnologia destinata probabilmente a modificare produzione, informazione, difesa, medicina, ricerca e istruzione possa svilupparsi in uno spazio asettico, sottratto alla competizione umana per il potere. Per questo la discussione pubblica dovrebbe diventare più adulta e consapevole! Non basta domandarsi che cosa possa fare l’AI? Dovremmo domandarci chi possa accedervi, con quali garanzie, con quali responsabilità e con quale possibilità per il cittadino di comprendere quando stia dialogando con una macchina, quando una decisione che lo riguarda sia stata assistita da un algoritmo o quando un contenuto apparentemente autentico sia invece artificiale. Trasparenza non significa conoscere ogni formula matematica. Significa poter comprendere le regole essenziali del gioco nel quale siamo entrati. E poi esiste l’educazione. Forse continuiamo a pensare che alfabetizzazione significhi soltanto saper leggere, scrivere e utilizzare un computer. Nel prossimo futuro potrebbe significare anche saper convivere criticamente con sistemi capaci di produrre testi, immagini, analisi e suggerimenti in pochi secondi. Insegnare a un ragazzo a utilizzare l’Intelligenza Artificiale non dovrebbe significare insegnargli a farsi fare i compiti, ma a distinguere una risposta plausibile da una risposta vera, una fonte da un’opinione, un aiuto al ragionamento dalla rinuncia a ragionare. E forse questa educazione servirà anche a noi adulti. Perché il rischio più banale potrebbe essere proprio quello di innamorarci della comodità. Non la macchina che ci conquista, dunque, ma noi che le cediamo volontariamente pezzi progressivi della nostra autonomia per risparmiare tempo, fatica e responsabilità. Forse la grande questione del prossimo futuro non sarà soltanto stabilire quanto intelligente possa diventare una macchina. Sarà decidere quanto responsabile dovrà diventare l’uomo che quella macchina possegga! Antichissima questione, ancora irrisolta, a mio parere! Non riesco dunque ad arruolarmi tra coloro che vorrebbero rallentare la conoscenza per paura delle sue conseguenze. Preferisco un’altra strada: educazione, responsabilità, trasparenza, regole severe contro gli abusi e libertà della ricerca. Non una libertà ingenua, naturalmente. Nessuna società moderna consente che qualsiasi tecnologia venga utilizzata senza limiti quando possa incidere su diritti, sicurezza o dignità della persona. Ma tra il lasciare tutto senza regole o il trasformare la prudenza in una nuova forma di monopolio esiste uno spazio enorme. Ed è precisamente quello spazio che la politica, la scienza, l’impresa e la società civile dovrebbero imparare ad abitare insieme. L’Intelligenza Artificiale non dovrebbe essere giudicata soltanto per ciò che è capace di fare, ma per ciò che noi uomini decideremo di farle fare. E forse non dovremmo avere paura che l’Intelligenza Artificiale diventi troppo umana. Dovremmo preoccuparci, semmai, che sia l’uomo a utilizzarla per amplificare proprio quella parte della propria umanità che, dopo millenni di civiltà, non è ancora riuscito a governare. Davanti alle moderne Colonne d’Ercole possiamo certamente discutere della robustezza della nave, delle tempeste che incontreremo, della competenza di chi terrà il timone e delle regole necessarie perché nessuno venga gettato fuori bordo. Possiamo pretendere carte nautiche migliori, strumenti di sicurezza, equipaggi preparati e persino stabilire quali acque sia troppo pericoloso attraversare. Ma rinunciare al viaggio sarebbe un’altra cosa. Perché, in fondo, ogni volta che l’umanità ha scelto di conoscere ha accettato anche il rischio di scoprire qualcosa che avrebbe potuto cambiare se stessa. Ulisse, probabilmente, sarebbe partito comunque.
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