Anche la Cina ha paura dell’intelligenza artificiale. Non abbastanza, però, da togliere il piede dall’acceleratore. Mentre Anthropic e una parte della Silicon Valley chiedono di moderare lo sviluppo dei modelli più potenti, Pechino prepara regole più severe, rafforza i controlli e allarga il perimetro dei rischi. Ma respinge l’idea che la sicurezza debba tradursi in una frenata. Dietro gli allarmi americani vede anche una strategia industriale: conservare il vantaggio degli Stati Uniti, chiudere alla Cina l’accesso ai chip e alle tecnologie più avanzate, per poi negoziare da una posizione di forza.

I sospetti e le accuse di Pechino
La risposta ufficiale segue questa linea. Per Pechino l’IA deve restare «sicura e controllabile», subordinata alle decisioni umane e sorvegliata lungo tutto il suo ciclo di vita. Non deve però diventare monopolio di poche aziende o di un solo Paese. A parole, Xi Jinping propone un ecosistema aperto, accessibile e governato in sedi multilaterali, come confermato anche durante il vertice dei BRICS. Allo stesso tempo, la Cina accusa Washington di estendere arbitrariamente il concetto di sicurezza nazionale per contenere la crescita tecnologica cinese. Gli appelli di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, arrivano forse dal messaggero meno adatto: la stessa azienda che denuncia i rischi dei modelli di frontiera sostiene restrizioni ancora più dure sulle tecnologie disponibili alla Repubblica popolare.

La tenuta del regime preoccupa più dell’apocalisse algoritmica
Il sospetto politico non cancella la preoccupazione. Nei giorni scorsi Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e capo dell’intelligence civile, ha indicato nell’IA una possibile minaccia alla stabilità politica, alle infrastrutture critiche e allo stesso potere del Partito comunista. «Attori ostili potrebbero usarla per penetrare le reti, manipolare l’informazione, interferire con le istituzioni e colpire il sistema ideologico». Il linguaggio resta quello della sicurezza nazionale, più attento alla tenuta del regime che all’apocalisse algoritmica immaginata in alcuni laboratori californiani. Eppure il salto è evidente: il pericolo non riguarda più soltanto ciò che una macchina può dire, ma ciò che può fare. Il dibattito interno si sta orientando di conseguenza. Ai timori tradizionali – contenuti incontrollati, disinformazione, stabilità sociale – si aggiungono agenti autonomi, cyberattacchi, impieghi in ambito biologico e nucleare, perdita di controllo operativo. Ricercatori e centri di analisi discutono di sistemi capaci di aggirare le protezioni, uscire dagli ambienti di prova e agire nel mondo reale. Anche l’automazione del lavoro preoccupa: in un’economia rallentata, con milioni di nuovi laureati e una vasta occupazione manifatturiera e nei servizi, la sostituzione di massa non è una previsione astratta, ma un rischio politico. Le polemiche dei tassisti contro l’espansione dei robotaxi a Wuhan e la recente sentenza di Hangzhou contraria al licenziamento di un dipendente sostituito dall’IA hanno mostrato quanto rapidamente l’automazione possa diventare una questione di occupazione e stabilità sociale.

Il controllore ultimo resta lo Stato
Pechino non arriva impreparata. Già dal 2023 i servizi di IA generativa rivolti al pubblico devono rispettare i «valori fondamentali socialisti», evitare contenuti contrari alla sicurezza nazionale, registrare gli algoritmi e, nei casi previsti, superare valutazioni preventive. Da settembre 2025 è operativo un sistema di etichettatura dei contenuti artificiali. Le disposizioni più recenti impongono agli sviluppatori di agenti di proteggersi dall’avvelenamento dei dati, dalla manipolazione degli algoritmi e dalle vulnerabilità, oltre a individuare, interrompere e correggere comportamenti impropri. Gli utenti devono sapere quando una decisione è stata assunta autonomamente e conservare l’ultima parola. Il nuovo Quadro per la governance della sicurezza dell’IA, entrato in vigore a maggio, amplia drasticamente lo spazio dedicato agli agenti e all’IA incorporata. È inoltre in preparazione uno standard nazionale obbligatorio sulla sicurezza degli agenti, indicato dagli analisti di Concordia AI come il primo del genere. La formula politica è ormai definita: «Sviluppo prioritario, sicurezza come linea di fondo». Che cosa significa in pratica? Tracciabilità dei processi, dati confinati, test esterni e possibilità di arrestare le operazioni rischiose, ma nessun supervisore indipendente installato nei laboratori sul modello proposto da Anthropic. Il controllore ultimo resta lo Stato. D’altronde, il Partito comunista possiede strumenti coercitivi che Washington non può esercitare sulle proprie Big Tech con la stessa rapidità. Può rinviare il lancio di prodotti, imporre standard e coordinare aziende, università e apparati di sicurezza. Ma l’obiettivo non è soltanto ridurre il rischio. Le norme sui contenuti proteggono il monopolio politico del Partito, quelle sui dati rafforzano la sovranità digitale, gli standard tecnici possono diventare leve industriali e geopolitiche.

La sfida con gli Usa e l’obiettivo dell’autosufficienza
L’accento sulla sicurezza non frena la penetrazione dell’IA nell’economia reale. Il programma “AI Plus” ne incentiva l’applicazione in manifattura, robotica, logistica, energia, sanità, istruzione e servizi pubblici. Pechino ritiene che il proprio vantaggio non risieda necessariamente nel dotarsi del primo modello capace di superare tutti gli altri, ma nella possibilità di applicare sistemi abbastanza potenti a una base industriale molto vasta. Le fabbriche intelligenti, le reti energetiche, gli ospedali, i veicoli autonomi e persino i giocattoli connessi producono applicazioni e dati con cui affinare ulteriormente i modelli. Washington conserva il primato nei chip più avanzati e in diversi sistemi di frontiera. La Cina prova a compensarlo con efficienza, scala produttiva e velocità di diffusione. I modelli open-weight sono parte della strategia. Possono essere scaricati, adattati e installati su infrastrutture locali, offrendo alle imprese un’alternativa più economica ai servizi chiusi americani. Facilitano l’esame delle vulnerabilità e l’impiego difensivo, ma permettono anche di rimuovere le salvaguardie e redistribuire capacità pericolose. Pechino accetta questa contraddizione perché l’apertura aiuta i suoi campioni a conquistare sviluppatori, mercati emergenti e influenza sugli standard globali. Le restrizioni americane sul calcolo avanzato, nel frattempo, accelerano gli investimenti nei semiconduttori nazionali e rendono l’autosufficienza una priorità politica.

Lo scontro sulla distillazione
Un altro fronte è la distillazione, la tecnica con cui un modello più piccolo apprende dalle risposte di uno più potente. Le autorità americane accusano aziende cinesi, tra cui DeepSeek, Moonshot, Alibaba e MiniMax, di avere interrogato su scala industriale Claude, ChatGPT, Gemini e Grok per trasferirne capacità nei propri sistemi, violando le condizioni d’uso e aggirando almeno nello spirito i controlli tecnologici. Per Washington non è semplice apprendimento competitivo, ma appropriazione di un vantaggio costato miliardi, con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Pechino rovescia l’accusa: la distillazione è una pratica diffusa in tutta l’industria e gli Stati Uniti la trasformano in minaccia soltanto quando permette alle aziende cinesi di recuperare terreno. Dopo i chip e la potenza di calcolo, sostiene la narrativa ufficiale, Washington cerca così di chiudere anche l’accesso ai modelli, saldando gli interessi delle Big Tech alla difesa dell’egemonia americana.

Gli effetti collaterali di una frenata
Il tema sarà al centro dell’agenda del vertice tra Xi e Trump, in calendario per il 24 settembre alla Casa Bianca. I due contendenti riconoscono molti degli stessi pericoli legati all’IA, ma li osservano attraverso lo specchio della competizione. La Casa Bianca teme che una pausa unilaterale consegni un vantaggio strategico cruciale a Pechino. La Cina teme che una pausa negoziata dagli americani congeli la superiorità di Washington. Entrambe le potenze chiedono controlli e continuano ad accelerare, entrambe descrivono le proprie restrizioni come difensive e quelle del rivale come strumenti di dominio. Un dialogo resta possibile (oltre che auspicabile) su incidenti informatici, sistemi militari e perdita di controllo. Ma l’IA è ormai considerata un’arma troppo strategica per rischiare di lasciare il primato al rivale. Per non perdere il passo, è difficile immaginare che Xi e Trump decidano di smettere di correre.
