Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere

Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista

L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.

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Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).

La stabilità garantita dai tecnocrati

Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passando per Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
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Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere

Il malcontento non fa calare il consenso al sistema

Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.

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Vladimir Putin (Imagoeconomica).

La capacità di adattamento del regime

Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.