Poste, assegno siociale bloccato ad anziana

Peppe Rinaldi

C’è un momento in cui la procedura smette di essere garanzia di legalità e travalica nel sadismo burocratico. È la brutta storia dell’Assegno sociale «sottratto» a un’anziana signora residente nella Piana del Sele. Questo giornale s’è già occupato della vicenda nel mese di giugno, allorquando si verificò lo stesso, increscioso, problema con Poste Italiane (PT) che – non si capisce perché – stava impedendo materialmente alla cittadina di prelevare i propri soldi a causa di un blocco che, all’epoca, durava da 22 giorni. Dopo la pubblicazione, quasi per incanto, PT sbloccò la situazione. Oggi siamo oltre ogni ragionevole e irragionevole ipotesi. La signora risulta essere anche in cattive condizioni di salute dovute all’età avanzata e a una forma di diabete che le sta oscurando progressivamente la vista, per la qual cosa è in fase di valutazione ai fini del riconoscimento dell’invalidità civile, strada ancora lunga e tortuosa. Dal primo luglio scorso – siamo oltre i 70 giorni consecutivi – la donna non può incassare la propria «pensione» sociale, quella che lo Stato riconosce come forma minima di sostentamento, valevole per tutti i cittadini che presentino determinati requisiti. La donna non ha altre entrate. Oltre due mesi senza un euro sono tanti, un tempo che per un cittadino medio rappresenterebbe una parentesi (forse) sopportabile, ma che per chi vive con soli 768 euro al mese – tale è l’importo minimo vitale fissato per legge – equivale a ben altro: immaginiamo, poi, se questi non arrivano neppure. Il problema è nato a causa di un pignoramento presso terzi azionato da una società di recupero crediti (una delle tante che gli italiani hanno imparato a conoscere bene) per conto del fornitore idrico, la “Asis spa”, per una bolletta non pagata risalente ad anni addietro, di poco meno di 200 euro che, ovviamente, la signora non poté onorare, né riuscì a rateizzare, ma è un altro discorso. Resta debitrice, certo, in ogni caso, però, i soldi dell’assegno sociale non si possono toccare, nessuno può farlo: Poste Italiane forse immagina di poterlo fare, e infatti lo fa. Il caso ha travalicato i confini della vertenza amministrativa per fare il suo ingresso nelle aule di giustizia: la procura di Salerno potrebbe aver già aperto un fascicolo – iscritto a Modello 44, il registro delle notizie di reato a carico di persone da identificare – a seguito della denuncia presentata da un legale che, a titolo puramente amichevole, ha preso in carico il guaio della donna. I contorni della vicenda sono grotteschi. La legge parlava chiaro già prima: l’assegno sociale, pari oggi a circa 768 euro mensili, costituisce una prestazione assistenziale volta a garantire il minimo vitale ed è, per sua natura, impignorabile, fatto salvo – al massimo – un quinto del totale per crediti specifici e solo nelle forme previste dall’ordinamento. Nessun ente o concessionario di pubblico servizio, né tantomeno un privato, ha il potere di congelare o trattenere quel sussidio, al netto dell’eventuale quinto. Eppure, a partire dal primo luglio scorso vale il classico muro di gomma. Ciò che sconcerta è che da gennaio a maggio la condotta di Poste era stata lineare (diciamo) perché, di fronte alle pur necessarie segnalazioni dell’interessata per il tramite dell’amico-avvocato, l’ente procedeva allo sblocco del conto corrente per il tempo utile al recupero della somma, salvo poi bloccarlo di nuovo a garanzia del creditore, giustamente. Si è andati avanti così per diversi mesi. A giugno, per ottenere il medesimo risultato è stato necessario un minimo di clamore mediatico, che ha forse costretto i funzionari a un repentino, doveroso ravvedimento: ma pure in quel caso Poste aveva trattenuto l’assegno per oltre 20 giorni, un arco di tempo insostenibile, ingiusto, verosimilmente illegale. Dal primo luglio, invece, è buio pesto. Nelle ultime settimane, PT ha persino interloquito con il legale dell’anziana, scrivendo che la pratica era “in fase di valutazione” e assicurando che si sarebbe provveduto a sbloccare le somme. Parole al vento: ad oggi l’indebita appropriazione persiste. Cosa sia cambiato a luglio rispetto a prima non è dato sapere. Forse è subentrato un nuovo responsabile di settore, forse il dossier è finito sulla scrivania di un funzionario incline alla “burocrazia difensiva”, uno paralizzato dal terrore di firmare o guidato da un pervicace e incontrollabile formalismo. Ciò che questo funzionario sembra ignorare è che il suo “no” sordo potrebbe costargli: l’eventuale azione richiesta alla magistratura su specifica denuncia-querela, andrebbe a interessare ipotesi di reato che vanno dalla violenza privata all’omissione d’atti d’ufficio, fino all’abuso o alla circonvenzione laddove si accerti il danno arrecato a una persona incapace di difendersi. A meno che la faccenda non venga considerata bagattellare, di scarso interesse, mentre, al contrario, richiama valori fondamentali della legge suprema. La Costituzione-più-bella-del-mondo (cit.), all’articolo 3, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: l’atteggiamento di PT quegli ostacoli, invece, pare sostenerli con caparbietà, trasformando la vita di un’anziana in qualcosa di più di un disagio momentaneo.

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