Passeggiando tra gli stand della Festa dell’Unità milanese, si respira un clima decisamente rilassato, nonostante la morsa del caldo anomalo. Assistiamo al ritrovo di vecchi amici (o “compagni”, per i più nostalgici), alla sfilata di personalità di tutto il centrosinistra, a comuni elettori che ascoltano – più o meno interessati – i numerosi dibattiti e ai Giovani Democratici che, qualunque cosa succeda, continuano a spillare le birre come se non ci fosse un domani. Tutto come sempre molto bene organizzato, in una calma rassicurante, ma solo apparente.

Così l’appoggio di Azione danneggia Calabresi
Il retroscena è una continua fibrillazione di contatti tra dirigenti locali e nazionali, nonché tra punti di riferimento delle varie correnti e gli aspiranti candidati a quelle primarie che nessuno si è ancora preso la briga di ufficializzare. La lunga attesa su una decisione in merito si è trasformata in tensione dopo l’annuncio di Mario Calabresi che, lasciando Chora Media, ha in pratica preso la rincorsa verso Palazzo Marino. Un effetto paradossale: come è possibile che, invece che gioire della disponibilità di una personalità unificante e fuori dagli schieramenti di partito, siano aumentate le turbolenze?

Le ragioni sono diverse, ma la più evidente ha un nome e un cognome: Carlo Calenda. La pervicacia con la quale Azione vuole intestarsi la candidatura dell’ex direttore di Repubblica rischia di trasformarsi in un boomerang. Un conto è rivendicare il fatto di aver sempre indicato il suo nome come punto di caduta ideale per una proposta capace di andare oltre il perimetro del centrosinistra, ben altro è pretendere – come fa Calenda – di dettare le condizioni, riassumibili in una formula semplice: no a candidati considerati “estremisti” come Pierfrancesco Majorino e magari le primarie evitiamole del tutto. Con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, il lider maximo dei riformisti dà e toglie patenti di agibilità politica, dall’alto di un peso elettorale più autocertificato che reale. D’accordo, nei quartieri centrali Azione ha sicuramente un buon appeal, ma se si guarda ai precedenti storici e ai sondaggi sembra davvero azzardato ipotizzare che il suo contributo possa cambiare l’esito di una sfida che appare già scritta, come ammettono anche per i più ottimisti sostenitori del centrodestra. Semmai, Azione può fare la differenza in negativo, insistendo nel voler mettere la bandiera su un candidato che non è suo e che trae la sua forza proprio dall’essere civico.

Azione e la politica dei due forni
A molti elettori del Pd Calenda è indigesto come solo Matteo Renzi lo è stato in anni recenti, il ché è tutto dire. Non è certo una questione (solo) personale, ma strettamente politica. A Milano, Azione è saldamente collocata nel centrosinistra che marcia verso la vittoria, ma tutti ricordano il suo lungo flirt – alla luce del sole – con Forza Italia, con l’idea che arrivasse un Carlo Cottarelli a celebrare. Quando anche il pazientissimo economista ha deciso di scendere dal treno in corsa, Azione è rientrata nei ranghi, cogliendo con grande gioia la disponibilità di Calabresi, che pure aveva da tempo invocato. Questo le va riconosciuto, unitamente alla lealtà con la quale ha sostenuto la Giunta Sala anche nei momenti meno facili, senza avere in cambio né un assessore, né un presidente di Municipio. Altrettanto vero è però che Calenda ha serenamente dichiarato che alle prossime elezioni politiche correrà da solo, togliendo il proprio sostegno al campo largo e quindi aiutando indirettamente Giorgia Meloni nella sfida a distanza con Elly Schlein (o Giuseppe Conte).

I dirigenti dem temono la rivolta nelle urne
Il mal di pancia degli elettori sta iniziando a preoccupare i dirigenti del Pd milanese, schierati in larghissima maggioranza con Calabresi e – nel contempo – convinti di poter compattare una coalizione che tenga dentro tanto Azione, quanto Alleanza Verdi Sinistra, il Movimento cinque stelle e persino Rifondazione Comunista, che da tempo tratta la propria risalita a bordo. Progetto troppo ambizioso? Il problema, per i diretti interessati, non è tanto questo ma si nasconde in un piccolo dettaglio: in democrazia, bisogna convincere gli elettori. La più indispettita sta però a Roma e fa la segretaria del Pd, uno dei lavori più difficili al mondo. Già piuttosto indaffarata nel gestire le ambizioni di Giuseppe Conte e di chi, all’interno del suo partito, vorrebbe negare la candidatura a Palazzo Chigi, Schlein si trova di fronte a un bivio. La sua scelta di non partecipare alla Festa dell’Unità di Milano e tantomeno alle scelte politiche, lasciando il pallino nelle mani dei primaristi, è suonata come una condanna per le ambizioni (legittime) di Majorino, stretto al centro da Calabresi, a sinistra dall’arrembante Lorenzo Pacini e in nessun modo appoggiato dall’unica persona che potrebbe ribaltare l’equilibrio trovato a Milano. Fino ad oggi, almeno.

Schlein medita un colpo di mano: imporre Majorino
Ai vertici del Pd milanese interessa soprattutto tenere calme le acque. La vittoria è praticamente certa (con Calabresi già al primo turno, sostengono informalmente molti analisti), basta tenere la barra dritta per riconquistare Palazzo Marino e proiettare verso il Parlamento sia la segretaria regionale Silvia Roggiani, che già vi è stata eletta, sia quello meneghino Alessandro Capelli, che invece vi aspira. A meno che, appunto, non sia Schlein a imporsi indicando lei stessa un candidato, che non potrebbe essere che Majorino. Una bella sconfessione per il livello locale, ma non sarebbe l’unico dei problemi, a cominciare dallo schiaffo che ciò rappresenterebbe per altri due dem importanti, quali la vicesindaco Anna Scavuzzo e il giovane Pacini, protagonista di una campagna che comunque rimarrà quale benchmark.

Lo spauracchio-Sardone e il precedente delle Regionali
Come cambierebbe lo scenario? Da un punto di vista di riconferma in città, probabilmente poco. Secondo i succitati analisti, l’unico scenario nel quale Majorino potrebbe rischiare la sconfitta sarebbe nello scontro con Silvia Sardone, che assumerebbe toni ideologici. La vicesegretaria della Lega ha però problemi ben diversi all’interno del suo partito, in netta crisi di identità, e non è quindi nella miglior posizione per tentare il colpaccio. Il vero strappo sarebbe però con la base, che ormai si sta preparando per dire la propria nelle primarie. Magari non le aspetta con il più acceso entusiasmo del mondo (anzi, c’è il tema di un’affluenza molto a rischio), ma è davvero complicato che a questo punto qualcuno abbia la faccia tosta di calare la scelta dall’alto, come se nulla fosse. Oltretutto sarebbe un déja-vu, viste le polemiche suscitate dalla candidatura di Majorino alle Regionali del 2023, anche in quel caso senza primarie, sebbene ci fosse un altro pezzo grosso come Pierfrancesco Maran altrettanto disponibile per la sfida.

Chi decide davvero a Milano?
C’è quindi in gioco qualcosa di più che la scelta del candidato sindaco, ovvero il rapporto tra il Pd, quale principale partito della coalizione, e la città che governa da 15 anni, con altri cinque all’orizzonte, salvo autogol che non vanno mai esclusi. Questa lunghissima e stucchevole discussione sulla successione di Beppe Sala, al quale probabilmente fischiano le orecchie da un biennio, ha pochissimo a che fare con i reali problemi della città, i quali sono invece ben conosciuti da chi la vive. Dall’inquinamento ai trasporti, dalla sicurezza al carovita, i punti interrogativi sono veramente numerosi e profondamente incidenti sulla carne viva dei cittadini. Il momento delle decisioni si avvicina – con tutte le relative responsabilità che ciò comporta – e questo continuo buttare la palla in tribuna, sperando che l’arbitro fischi la fine, è una tattica che non può portare a nulla.
