Le due spose di Salerno che sfidano il tempo

di Giovanni Terranova

Le leggende, quelle vere, le fa il tempo. Si raccontano da sole, quando vogliono e come vogliono. Ecco perché è proprio ora, alla fine di agosto, che ci ritroviamo a ricordare. Quando l’estate salernitana trattiene l’ultimo fiato caldo, il turismo estivo rallenta e il centro storico resta sospeso tra ombra e luce — all’inizio di un settembre che da sempre riconnette la città alle sue radici —, due figure femminili tornano a farsi sentire. A poche centinaia di metri l’una dall’altra, tra il quadriportico del Duomo e la penombra di via San Benedetto, la duchessa Gaitelgrima e la damigella Antonella continuano a dirci che l’amore, quando è autentico, sfida il tempo e si fa prodigio. Gaitelgrima, la duchessa della farfalla d’oro Era il 1127. Guglielmo II d’Altavilla, duca di Puglia e nipote del Guiscardo, morì a soli trent’anni senza lasciare eredi. Lo deposero nell’atrio della Cattedrale, in un sarcofago romano del III secolo in marmo proconnesio, scolpito con le scene della caccia al cinghiale calidonio di Meleagro: una spoglia pagana sublimata nel segno cristiano. Accanto a lui c’era la sposa Gaitelgrima, figlia di Roberto di Alife (legato dalle antiche carte anche ai signori di Airola). Falcone di Benevento, che assistette alle esequie, annotò un gesto che contiene già la grandezza di un romanzo: spezzata dal dolore, la duchessa si recise i lunghi capelli biondi e li adagiò sul marmo come estremo pegno d’amore. Salerno ha custodito quel gesto trasfigurandolo nel mito. Si narra che ogni anno, nelle calde sere d’agosto — il 28 luglio per la storiografia, il 4 o il 7 per la tradizione popolare, perché i miti ignorano la rigidità dei calendari —, quando i cancelli del quadriportico si serrano al mondo, un profumo di rose invada le sue ventotto colonne. È il ritorno di Gaitelgrima. Il suo spirito sfiora la pietra, ripete il taglio della chioma e dal marmo si leva una farfalla dalle ali d’oro, che danza tra gli archi e svanisce al primo soffio di vento. Antonella, le sei lacrime della fontana Bastano pochi passi in via San Benedetto per raggiungere il palazzo di Castelnuovo Reale (oggi Museo Archeologico Provinciale), dove nei primi anni del Quattrocento visse la regina Margherita di Durazzo. Alla sua corte, la sovrana aveva accolto la giovane Antonella, fanciulla del popolo e figlia di un fabbro, amata da tutti per la sua bellezza e la grazia del suo canto. Nel chiostro del palazzo, Antonella incrociò lo sguardo di Raimondo, valoroso cavaliere al seguito di re Ladislao. Nacque una passione profonda, presto spezzata dalle trame di una dama invidiosa. Il sovrano li separò con forza: per la fanciulla si aprirono le porte del monastero, per il guerriero i campi di battaglia. Al ritorno, coperto di gloria, Raimondo ottenne finalmente le nozze. Ma nella penombra di una cappella si consumò l’inganno: al posto di Antonella si presentò la gemella Vanna, divorata da una cieca gelosia. Ingannato dal velo e dal silenzio, Raimondo condusse all’altare la donna sbagliata. La tragica verità esplose con il contagio della peste. La regina Margherita, ormai agonizzante, chiese la sua damigella più cara. Le condussero Vanna, ma la sovrana svelò il tranello: la vera Antonella giaceva ormai moribonda in una stanza, dimenticata. Raimondo vi corse disperato, giungendo in tempo solo per vederla spirare tra le sue braccia. Sconvolto dal dolore, si spogliò di ogni bene, indossò il saio e abbandonò la vita di corte. Dicono che nelle notti di tempesta, quando il vento di fine estate inizia a soffiare sui vicoli, il suo spirito vaghi ancora invocando sottovoce il nome dell’amata. Di quell’amore sfortunato resta una fontana in via San Benedetto, memoria del loro primo bacio. Le fanciulle salernitane ne conoscono ancora il rito, sussurrando alla pietra la formula antica: «Anima della fontanella di Margherita, la regina bella, caccia le lacrime di Antonella, tradita dall’infame gemella». Se il cuore è sincero, il flusso d’acqua si arresta d’incanto e cadono sei gocce perfette: sono le lacrime vive di Antonella. Custodirle in una boccetta protegge per sempre il destino di chi ama. Due donne distanti tra loro, una duchessa e la figlia di un fabbro. Il marmo di un sepolcro e lo scorrere limpido di una fonte. La Salerno d’altri tempi, sospesa tra il 1127 e il 1412. Due storie parallele che continuano a ricordarci come, tra queste stradine, il sentimento non conosca oblìo: si fa pietra che trattiene il fiato, farfalla al chiarore della luna o goccia pura che bagna la memoria.

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