di Erika Noschese
Una ex appartenente al Gregge, che anni fa ha deciso di fuoriuscire dall’associazione Opera del Gregge del Bambino Gesù, racconta oggi la propria esperienza con toni durissimi. Una testimonianza personale, maturata dopo anni trascorsi all’interno del gruppo e segnata, come la donna stessa riferisce, da conseguenze profonde anche sul piano familiare e relazionale. «Privati della nostra libertà, ogni decisione doveva necessariamente passare dal Gregge». È con queste parole che la salernitana descrive il periodo trascorso nell’associazione, prima della scelta di allontanarsene definitivamente. «Con la mia famiglia sono stata vittima di questa brutta storia», racconta la donna, ancora oggi profondamente provata da quanto, secondo la sua testimonianza, avrebbe vissuto direttamente negli anni della sua appartenenza al gruppo. La donna riferisce di aver conosciuto personalmente Caterina Tramontano, la veggente nata a Procida e figura centrale, secondo il suo racconto, nella vita dell’associazione almeno fino al suo matrimonio. Il giudizio dell’ex aderente sul funzionamento del gruppo è netto e fortemente critico. «È in atto un tentativo di scissione all’interno della Chiesa. La volontà del Gregge è quella di creare una Chiesa nella Chiesa, una setta in piena regola attorno alla quale si muovono soldi», afferma, esprimendo una valutazione che resta riconducibile alla sua esperienza personale e alla sua testimonianza. Secondo quanto racconta, agli aderenti all’associazione venivano chieste donazioni periodiche, commisurate alle possibilità economiche delle singole famiglie. «Noi, ogni mese, donavamo a questa associazione in base alle nostre possibilità. C’era anche chi donava 300 euro al mese o somme maggiori», prosegue. «Noi pensavamo a un patto spirituale. Con il passare del tempo abbiamo capito, o almeno questa è stata la nostra convinzione, che quei soldi servivano anche a far crescere una sorta di “fabbrica di mattoni” in quella zona che loro definivano benedetta, in località Pagliarone». Nel racconto della ex appartenente emergono anche pratiche che, a suo dire, sarebbero state adottate all’interno di alcune famiglie vicine all’associazione. «In quegli anni, i figli di alcune famiglie ricevevano già a tre anni il sacramento della Prima Comunione», riferisce. La salernitana racconta inoltre di essersi rivolta, nel corso degli anni, a diverse autorità ecclesiastiche, prima a monsignor Gerardo Pierro, poi a monsignor Erasmo Napoletano e, infine, all’attuale arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, monsignor Andrea Bellandi. Secondo la donna, le sue segnalazioni non avrebbero prodotto, fino a oggi, le risposte che si aspettava. L’ex aderente ritiene insufficienti gli interventi adottati nei confronti dell’associazione, che lei stessa definisce una «setta», termine che esprime il suo giudizio personale sul gruppo e sull’esperienza vissuta al suo interno. «I danni sono tremendi. Io parlo di un condizionamento tale da carpire la volontà, l’intelligenza e la libertà delle persone, fino a cercare di plasmarle a loro immagine e somiglianza», afferma. La donna descrive anche il proprio rapporto con Caterina Tramontano, attraverso ricordi che, a distanza di tempo, continuano a provocarle disagio. «La Tramontano che io ho conosciuto non sorrideva mai. Era una signora robusta, con questi occhi sempre socchiusi, e non ricordo una parola di incoraggiamento. Per me era una presenza inquietante: ci faceva sentire costantemente sotto esame». Secondo la sua ricostruzione, durante gli anni della sua appartenenza al Gregge, alcuni incontri e momenti di preghiera si svolgevano presso l’abitazione della veggente, a Mergellina. Il gruppo proveniente da Salerno, racconta, si recava nella casa ogni sabato. «C’era un armadio nel soggiorno e noi pregavamo in ginocchio anche per tre ore, mentre la veggente si trovava in un’altra stanza, dove sosteneva di vedere il Bambino Gesù. Al termine delle preghiere, don Peppino celebrava la messa». Un ricordo, in particolare, è rimasto impresso nella memoria dell’ex aderente. «Ricordo che su quell’altare c’era una statua di Gesù Bambino e una ciotola contenente numerose fedine appartenenti a coppie di fidanzati. C’era tanto oro», racconta. Il presunto condizionamento, secondo la testimonianza della donna, avrebbe riguardato anche le decisioni più personali, comprese le relazioni sentimentali e i matrimoni. «Anche sui matrimoni il Gregge aveva sempre la possibilità di dire la propria. Il matrimonio, di fatto, dipendeva dalla loro volontà», sostiene. «Non di rado venivano celebrati matrimoni che, secondo la mia esperienza e ciò che ho visto, non nascevano da un sentimento d’amore, ma da decisioni maturate all’interno del gruppo». Ma il racconto dell’ex appartenente si spinge oltre. La donna parla anche di quelli che lei definisce presunti rituali esorcistici praticati, secondo la sua testimonianza, nei confronti di persone che manifestavano l’intenzione di allontanarsi dall’associazione. Anche su questo aspetto, la salernitana racconta esclusivamente ciò che sostiene di aver visto o appreso durante gli anni trascorsi all’interno del gruppo. «Dopo la morte della “Santona”, nel 1996, si sono inventati questa nipote, Lucia, ma tra di loro non ci sarebbe alcun rapporto di parentela. Lo hanno fatto, secondo me, per dare prosecuzione a questo pseudo gruppo mistico, fatto di fanatici», afferma con toni durissimi. «Per anni ci hanno fatto credere che noi fossimo i detentori della verità, della salvezza dell’umanità, che questa fosse la prosecuzione del Vangelo». L’ex appartenente esprime infine forti dubbi anche su alcune scelte maturate all’interno dell’ambiente religioso che ruotava attorno al gruppo. «Sono convinta che molte vocazioni non siano autentiche», conclude. La donna parla anche di un «adescamento subdolo di persone benestanti, in grado di concedere generose offerte mensili». Quella della donna resta la testimonianza di una persona che ha fatto parte dell’Opera del Gregge del Bambino Gesù e che, dopo anni di appartenenza, ha scelto di uscirne. Un racconto personale e fortemente critico, che descrive dall’interno una realtà vissuta in prima persona e che, secondo la stessa ex aderente, continua ancora oggi ad avere ripercussioni sulla sua vita e sui rapporti familiari.
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