Dell’Uva: L’inviato di guerra che sussurrava al peacemaker

di Antonio Manzo

”Signora Ines, ho il piacere di presentarle l’inventore della SAS”. La leggendaria venditrice di mozzarella di bufala a Santa Cecilia di Eboli, tradizionale punto di approdo per i buongustai napoletani in viaggio verso il Cilento, conosceva da anni il giornalista Vittorio Dell’Uva cliente fisso nelle trasferte da Napoli ad Ascea. Vittorio comprese al volo la genialità della ironia di sicura scuola Monicelliana di Amici Miei, praticata dal suo collega, per assecondare immediatamente la presentazione del presunto neo inventore. Il buon Vittorio era appena rientrato da Zagabria dove aveva raccontato la guerra per il quotidiano Il Mattino, solo uno dei tanti servizi del mitico inviato di guerra. Vittorio Dell’Uva era così. Buono e geniale, sempre pronto a raccogliere la notizia ma anche l’ironia laddove la vita confina ogni giorno con la morte senza alcuna paura, senza alcuna autocensura da giornalista tutt’altro che embedded, cioè cronista ufficialmente aggregato alla truppe militari del conflitto. No, lui partiva da Napoli tranquillo e quando squillava il metal detector per il passaggio all’aeroporto che individuava il pacemaker che lo assisteva ma con il quale sembrava parlasse da una vita. Vittorio iniziava, al gate dell’aeroporto, la predica della SAS. Cioè quel gustoso acronimo che celava il napoletano saluto “Salutame A Soreta” (SAS) che avrebbe anche indirizzato agli arcigni militari sui campi di guerra esteri che tentavano di dispensargli consigli ma che lui spediva anche dopo l’alert del bip del pacemaker. Vittorio Dell’Uva era così, nato a Bolzano ma napoletano tutto tondo, non è più. Scompare l’ultimo inviato di guerra dell’informazione nazionale che con Ettore Mo, del Corriere della Sera, Mimmo Candito de La Stampa hanno fatto la storia dei reportage di guerra del giornalismo italiano. Un uomo che ha documentato e visto con i suoi occhi alcuni degli eventi più drammatici degli ultimi quarant’anni, dal Medio Oriente all’Europa Orientale. Toni Capuozzo anche lui una firma del giornalismo degli inviati di guerra, ha voluto così ricordare Vittorio su Facebook “Eri un grande giornalista, ma ancora di più un compagno di avventure, di scherzi e di risate”. Vittorio dell’Uva aveva inizio la sua gavetta a Napoli Notte e al Roma sotto la guida di Alberto Giovannini raccontando poi per decenni, a “Il Mattino” , i più grandi eventi storici e geopolitici del pianeta. Vittorio aveva iniziato la sua gavetta a Napoli Notte e al Roma sotto la guida di Alberto Giovannini. Entrato a far parte della redazione de Il Mattino come inviato speciale dal 1982, ha viaggiato in oltre ottanta Paesi, trasformando il reportage sul campo nella sua missione di vita. Lui amava tanto il suo lavoro da non volerlo raccontare, perché vissuto. E fu che fidandosi della caratura professionale e letteraria di Francesco De Core, collega, nel 2004 curò il libro-intervista Stanza 1304, la finestra sulla guerra, curato dal suo collega de Il Mattino. Ricorderanno i colleghi Gigi Di Fiore e Andrea Manzi che guidò la redazione esteri per tre anni, la proverbiale disaffezione voluta e cercata al lavoro al desk della redazione che lui interpretava con una sorta di prigione professionale. Lui aveva iniziato la sua carriera di inviato di guerra grazie all’acume professionale del mitico direttore de Il Mattino Pasquale Nonno che, in un giorno di giugno del 1982, convocò Vittorio e gli disse dell’incarico. Prima tappa, il Libano (era il 6 giugno) che già allora era il punto di crisi di una geopolitica poi sempre più tragica negli anni. Le prime riunioni in redazione furono tra l’apprezzamento dei colleghi, Giacomino Lombardi, Ciccio Bufi e Pietro Gargano e la preoccupazione dell’allora direttore amministrativo Massimo Garzilli, impensierito dalla trasferta ordinata dal direttore Nonno ma anche dall’ingente assicurazione che avrebbe dovuto organizzare per Vittorio. A lui seguirà, ma per poco tempo, l’impiego di Gianni Festa sui teatri di guerra mediorientali. A via Chiatamone, allora sede storica del giornale, non spirava l’aria della grandeur, per l’improvviso incarico a Vittorio, ma l’analisi e il convincimento che la politica estera sarebbe diventata nei decenni il fulcro delle notizie. E che un giornalista del Mattino avrebbe potuto raccontare in diretta quegli avvenimenti era motivo di orgoglio collettivo in redazione, grazie alla lungimiranza del direttore Pasquale Nonno, assecondato da una proprietà del giornale tutt’altro che sorda e restìa alle sollecitazioni di crescita del quotidiano. L’inviato di guerra de “Il Mattino”, Vittorio Dell’Uva fu intervistato dagli studenti di sociologia dell’università di Napoli dove insegnava storia del giornalismo la sua collega Titti Marrone. Vittorio si sottopose ad una lunga intervista che varrebbe la pena ripubblicare. Perché, di fronte all’insistenza dei pericoli del mestiere e la qualità del giornalismo, Vittorio ebbe il coraggio di celebrare i giorni della gavetta professionale. “Ragazzi, dovreste fare prima i cronisti in città. E poi i giornali stanno finendo” disse Vittorio con la doppia profezia poi avveratasi negli anni: la prima il calo della diffusione dei giornali ma anche la crisi del giornalismo senza “gavetta”. Una delle ultime occasioni pubbliche a Napoli fu quando alla Fondazione Foqus in via Porta Carrese a Montecalvario di Napoli Luigi Baldelli, Ettore Mo e Vittorio dell’Uva si incontrarono parlando delle loro esperienze in giro per il mondo. Baldelli fotografo, Ettorino Mo e Vittorio dell’Uva corrispondenti rispettivamente per il Corriere della Sera e Il Mattino, parlarono delle loro missioni all’estero.me Picture-in Le sensazioni di Vittorio, insieme alle emozioni, alle paure e le speranze di popoli in guerra contro altri popoli, inorgoglirono i napoletani e non solo i colleghi che ora lo piangono.

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