«Il caso-Pacini? In questo momento è come la criptonite: parliamone pure, ma off the record». Le parole di un’esponente di punta dei Giovani Democratici milanesi la dicono lunga sulla tensione scatenata dalla candidatura alle primarie di Lorenzo Pacini, aspirante sindaco a soli 30 anni, sulla scia del suo modello Zohran Mamdani. Benché sia ormai diventato un personaggio di caratura nazionale, grazie alle sue frequenti apparizioni in trasmissioni di punta come Piazzapulita e La Zanzara, il controverso esponente dem per il momento è un semplice assessore del Municipio 1 (centro storico) e quindi per capire il trambusto che lo accompagna serve un breve riassunto delle puntate precedenti.
Fratelli coltelli: la rivalità con Paolo Romano
Politicamente attivo fin dai tempi del liceo Manzoni, Pacini diventa segretario regionale dei Gd e a 20 anni viene eletto consigliere di circoscrizione, dove nel secondo mandato assume anche le deleghe a Verde, Case Popolari e Lavori Pubblici. Il suo percorso è parallelo a quello del “gemello rivale” Paolo Romano, di soli 20 giorni più grande, che invece si sviluppa nel Municipio 8. Nel 2023 si candidano tutti e due alle Regionali: Romano entra in consiglio con oltre 9 mila preferenze, mentre Pacini è il primo dei non eletti. Entrambi ottengono una popolarità che va ben oltre i rispettivi incarichi istituzionali. Paolo si imbarca per Gaza con la Global Sumud Flotilla, viene sequestrato dall’esercito israeliano e, dopo giorni da incubo, torna in Italia accolto nientemeno che da Elly Schlein, che da tempi non sospetti lo stima molto. Lorenzo fa viaggi decisamente più sicuri, ma anche più frequenti, rispondendo a numerosi inviti dai circoli di tutta Italia e, appunto, dei media nazionali. Le reciproche influenze si manifestano in una vera e propria spaccatura nei Gd milanesi e lombardi, un astio noto ormai da anni a chi bazzica la politica locale. L’escalation è invece più recente.

La battaglia per le primarie
Pacini prima lancia Primarie o barbarie, un ciclo di incontri sul territorio finalizzati a invocare i gazebo per la scelta del candidato sindaco: in pratica, si intesta una battaglia che anche i Gd (e non solo) condividono in pieno. Successivamente ufficializza lui stesso la propria intenzione di presentarsi per il dopo Sala, che, in privato, gli confida di non condividere praticamente nulla delle sue esternazioni, ma di ammirarne la capacità comunicativa. Il posizionamento politico è nettamente alla sinistra del variegato fronte dem, in ambiziosa competizione col ben più noto Pierfrancesco Majorino e con la possibilità di attirare anche chi solitamente non vota Pd. Certamente ha appeal sui giovani, che partecipano a centinaia ai suoi eventi e lo seguono su Instagram (dove ha oltre 81 mila follower), ma anche su molti reduci della campagna di Pisapia un po’ più âgée, commossi nel risentire parole come «rivoluzione» e «tassazione dei ricchi». Slogan forti, soprattutto in bocca a un ragazzo di buona famiglia cresciuto in centro, cosa che qualcuno gli rinfaccia come una colpa (eppure nel Pd ci sono altri figli di papà che discettano di case popolari e politiche per l’inclusione…). Il vero problema però non sta nei contenuti: la maggior parte dei temi nella sua agenda sono perfettamente congrui con quelli dei Gd e della sinistra del Pd, anche se qualcuno – a microfoni rigorosamente spenti – sostiene che la tassazione comunale dei più ricchi non sarebbe tecnicamente realizzabile. È più una questione pre-politica e di toni, come nel caso più recente.

La bombetta sparata a La Zanzara
L’ultima apparizione di Pacini nell’arena di Cruciani e Parenzo ha scatenato un vero putiferio, con quel richiamo ai «fucili» per combattere i fascisti che ha fatto drizzare i capelli non solo agli avversari politici, ma anche ai compagni di partito. Il centrodestra si è scatenato contro l’assessore di circoscrizione, chiedendo il ritiro delle sue deleghe per la violenza insita nelle sue parole. Lui si difende sostenendo di aver solo ribadito i valori costituzionali della resistenza antifascista, accusa i rivali di averne distorto le parole e invita a riguardare la registrazione del suo intervento.
L’idea delle destre sull’uscita di Pacini invece è già molto chiara. Nello stesso giorno, ne hanno parlato i due massimi esponenti dell’area: prima Roberto Vannacci e poi persino la premier Giorgia Meloni. Una volta si diceva «e allora il Pd?» e oggi si dice «e allora Pacini?»: è questo l’argomento che entrambi hanno usato per commentare l’indignazione sollevata dal video fatto con l’IA nel quale un Vannacci-imperatore romano condanna a morte, tra gli altri, Schlein e Conte. Per quanto l’accusa di violenza politica non sia piacevole, difficilmente il giovane rampante avrebbe potuto desiderare un regalo migliore. Neanche col migliore degli spin doctor… e per giunta gratis!
Il fuoco amico e i maldipancia dei Gd
Il caso-Pacini era peraltro già finito sulla stampa nazionale. Nello stesso giorno, Libero attacca le sue esternazioni, mentre il Giornale segnala l’incursione della polizia annonaria a una delle anguriate nelle quali incontra i propri sostenitori. Visita ovviamente stimolata da una segnalazione da qualcuno a cui l’iniziativa dà fastidio. Viene descritto come fuoco amico anche l’ordine del giorno presentato nella direzione metropolitana del Pd, finalizzato a chiedere il rispetto dello Statuto e il coinvolgimento dei circoli nella scelta delle candidature. Alcuni, anche sui giornali, ne parlano come di un attacco personale a Pacini, mentre i promotori – anch’essi rigorosamente a microfoni spenti – parlano di un generico richiamo a tutti gli iscritti che hanno fatto fughe in avanti senza una vera condivisione (leggasi Majorino e Scavuzzo). Con Pacini però pesa un pregresso che ha lasciato strascichi profondi: delle irregolarità nel tesseramento dei Gd per le quali sono stati sanzionati alcuni giovani dirigenti. Pacini non era l’unico, anzi: a fronte di sospensioni, lui se l’è cavata con un richiamo, praticamente un buffetto. Proprio questo, confidano diversi ragazzi con la maglietta arancione, ha scatenato la rabbia nei confronti del partito e la voglia di sottolineare la propria distanza dal candidato in pectore. Chi invece sta dalla sua parte, ricorda polemicamente i pesanti dissidi nei Gd nazionali, con altri protagonisti, che un anno fa ha portato Elly Schlein al clamoroso commissariamento della giovanile.
Il boomerang della demonizzazione
Lo stesso fatto che esista un fronte “anti-Pacini” ha però ottenuto il paradossale risultato di rafforzare il proprio acerrimo nemico. A spiegarlo a Lettera43 è Marco Marturano, docente di comunicazione con un lungo curriculum di campagne elettorali tra Italia e Usa (compresa la prima di Clinton). «Da sempre la demonizzazione verso un candidato è un regalo straordinario proprio per lui», spiega Marturano. «Non a caso alcuni candidati lavorano per provocare reazioni forti nei loro confronti con affermazioni e posizioni a volte consapevolmente eccessive, sperando che i social e i mass media le moltiplichino e che gli avversari sia interni sia esterni li attacchino per averle fatte. Il caso-Pacini è decisamente da manuale in questo senso. Le affermazioni consapevolmente aggressive e sopra le righe hanno generato un attacco su molti fronti, da un lato assolutamente logici e dall’altro però a suo vantaggio».
Divisivo al 100 per cento: problema o risorsa?
Alcuni esponenti di questo fronte (sempre in forma anonima) negano fermamente l’esistenza di un asse anti-Pacini e aggiungono che l’iniziativa “Per un’altra Milano”, guidata da Romano, non ha alcuna attinenza con la sua candidatura. Altri invece ammettono di aver dato un vantaggio all’avversario interno. «Ha prevalso la voglia di prendere posizione nei confronti del partito, dal quale non ci siamo sentiti tutelati nel caso tesseramenti», spiegano. «Eravamo però consapevoli del rischio di fare un favore a Lorenzo, dandogli modo di presentarsi come martire. Oggi, di fatto, lui non ha più nemmeno bisogno del Pd e potrebbe persino vincere le primarie, anche correndo contro la volontà del partito». Il cima da volemose bene che lega tanti Gd in una fratellanza di tipo scoutistico non è quindi l’unica faccia della medaglia, anzi. Sotto c’è ben altro, benché qualcuno saggiamente invochi una sorta di riconciliazione per il bene comune. L’unica cosa certa è che Pacini è un personaggio fortemente divisivo. Se diamo un’accezione negativa al termine, come solitamente si fa in politica, per lui ogni strada sarà in salita. Se invece nell’era della polarizzazione ciò può essere considerato un vantaggio, allora il giovane ribelle si è già portato molti passi avanti. Lo capiremo presto.
